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06/07/20

Decurtazione dei parlamentari: una perdita grave per la democrazia


Categoria: EDITORIALI E COMMENTI
Pubblicato Giovedì, 17 Ottobre 2019 17:20
  • Silvio Pergameno

La scorsa settimana è giunta ad approvazione definitiva la decurtazione del numero dei parlamentari, una decurtazione sensibile, perché si tratta di un terzo in meno e in un breve commento ad horas su questa Agenzia ritenemmo di mettere subito in rilievo il fatto che questa innovazione costituzionale colpiva in particolare le minoranze:  si tratta, cioè, di un’innovazione di grande rilievo. Per valutarne la portata occorre considerare il fatto che nella seconda metà degli anni quaranta la popolazione italiana si aggirava sui cinquanta milioni di persone, laddove attualmente sono circa sessanta.

 

Quando, quindi, fu redatta la nostra costituzione, che fissa in 630 i componenti della Camera e in 315 quelli del senato, ogni deputato rappresentava circa 80.000 cittadini e ogni senatore circa 160.000 mentre oggi sono il doppio, sia per effetto del ricordato aumento della popolazione, ma più ancora in conseguenza della sforbiciata di Di Maio, che ha ridotto i deputati a 400  e i senatori a 200, cioè rispettivamente circa 150.000 e 300.000. In breve cioè per eleggere ogni parlamentare ci vuole il doppio dei voti di prima. Il vulnus è grave per il principio di rappresentanza e per le minoranze, che rischiano di esser fatte fuori del tutto, soprattutto quanto alla presenza nelle istituzioni e ai rapporti con i cittadini. 

 

La difesa delle minoranze e della loro presenza nelle istituzioni è infatti sono un momento essenziale della democrazia, della liberaldemocrazia, perché le maggioranze sono già tutelate proprio perché solo ad esse può essere affidata il potere delle decisioni e quindi la stessa garanzia della libertà come principio e delle libertà in cui questo principio articola: un criterio numerico, nell’ambito di un sistema costruito sulla divisione dei poteri. 

 

Si deve allora tener ben presente il fatto che sono soprattutto le minoranze a fungere da portatori del dissenso e della spinta alle innovazioni e a farsi carico delle del controllo politico. La riduzione dei parlamentari colpisce cioè proprio la rappresentanza in Parlamento delle forze che tengono viva la contrapposizione dialettica, il dibattito politico e perciò stravolge la forma dello stato, perché per milioni di cittadini potrà non esserci alcuna possibilità di esercitare in alcun modo la sovranità, di cui è titolare.

 

Il comma secondo dell’art. 1 della Carta stabilisce infatti che la sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti che il testo stabilisce. E limiti non può significare certo disposizioni che mirano a vanificare la natura democratica del nostro ordinamento. L’esito delle elezioni politiche dello scorso anno, marcato dal successo di populisti fautori della cosiddetta democrazia diretta, faceva temere sviluppi politici di questo genere.

 

I nostri costituenti non hanno ignorato il problema di introdurre momenti di democrazia diretta come temperamento dei rischi connessi in quella rappresentativa, cioè il problema della generazione dei partiti in strutture corporative autoreferenziali: c’è garanzia della libertà dei parlamentari (art.67 cost.), c’è il referendum abrogativo delle leggi. Ma il populismo avanzante già punta a stravolgere questa impostazione fondamentale: il leader del Movimento “5 Stelle” ha già previsto il prossimo passo, cioè l’abolizione proprio dell’art. 67 della Carta, mentre il leader della Lega ha sognato ad occhi aperti i “pieni poteri”. 

 

Ad oggi l’unica strada percorribile per affrontare la situazione sul piano istituzionale è quella del referendum istituzionale, ma adeguatamente preparato, proprio per evitare il bis del referendum del 2016. Un rischio assolutamente da non correre.   

 

Le due guerre mondiali hanno sconvolto questa storia, ma i paesi europei, attoniti di fronte ai mostruosi stermini e alle sconfinate rovine che esse avevano provocato, hanno capito soltanto che era meglio farla finita con le rivalità tra di loro e cercare di andare d’accordo.

 

Solo minoranze particolarmente sensibili sono andate alla radice del problema, come era stato individuato nel famoso “Manifesto di Ventotene”: il problema erano gli stati nazionali, la necessità di unificare l’Europa in una federazione.

 

 Così era partito un nuovo corso… 

 

 



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