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10/08/22

Giustizia, il caso Amara mette in crisi un pilastro della democrazia: la magistratura


Categoria: EDITORIALI E COMMENTI
Pubblicato Domenica, 02 Maggio 2021 20:15
  • Luigi O. Rintallo

La vicenda dei verbali di interrogatorio dell’avvocato siciliano Piero Amara che agita ancora una volta il mondo delle toghe italiane e il CSM, aggiungendosi alle polemiche scaturite dal caso Palamara con lo svelamento dei condizionamenti politici e del sistema che presiede alla distribuzione degli incarichi, si inserisce in un crocevia dove convergono sia le contese che hanno preceduto la nomina del successore di Giuseppe Pignatone allaProcura di Roma, sia le inchieste controverse che hanno riguardato l’ENI.

 

Per l’oggetto delle rivelazioni di Amara, che riguardano appunto l’ente petrolifero, la vicenda tocca un ambito nevralgico dei rapporti di potere in Italia: dal tempo di Mattei all’Enimont, politica ed economia italiane fanno perno su esso. Inoltre, nei modi in cui il caso Amara si è palesato, ha contribuito a evidenziare – se ce ne fosse ancora bisogno –  l’eccessivo grado di discrezionalità delle procure, sia nell’utilizzo dei confidenti/pentiti che nell’esercizio dell’obbligatorietà dell’azione penale. Infine, l’uso che se ne sta facendo, tanto sui media quanto nei vari tribunali interessati, rischia di compromettere ulteriormente lo stesso ruolo istituzionale della magistratura italiana, sino al punto di veder coinvolte le più alte cariche dello Stato.

 

È forse opportuno ricostruire le sequenze essenziali di un percorso nel quale si intrecciano molteplici elementi che interessano gli equilibri interni alle correnti dei magistrati, come pure i rapporti e i prossimi appuntamenti del confronto politico.

 

Cominciamo dal ruolo rivestito dall’avvocato Piero Amara in varie inchieste, nelle quali da imputato si è convertito in testimone chiave dell’accusa. A lui si devono le rivelazioni sulla presunta tangente pagata dall’ENI per il giacimento OPL45 in Nigeria, che ha portato al lungo processo contro i vertici dell’azienda promosso dal pm milanese Fabio De Pasquale.

 

A quattro anni dall’avvio del processo nel 2017, il giudice Marco Tremolada ha assolto con formula piena gli imputati e poche settimane dopo, a ulteriore smentita del teorema accusatorio, è giunta la requisitoria del pg in Appello Celestina Gravina che ha chiesto l’assoluzione per due imputati, presunti intermediari della tangente, ricorsi al rito abbreviato in primo grado ove erano stati condannati. In particolare, il procuratore generale indicava Vincenzo Armanna, sodale di Piero Amara nel lanciare accuse, "un avvelenatore di pozzi bugiardo..." che mescola verità e bugie.

 

Nonostante ciò Piero Amara ha continuato a mantenere la veste di confidente privilegiato, tanto che a fine 2019 continuano a registrare le sue rivelazioni rivolte a screditare anche il presidente del collegio giudicante del processo ENI, Tremolada. Amara insinua che Tremolada, prima della sentenza sia stato “avvicinato” da qualcuno, ma la procura di Brescia che si è occupata del caso ritiene la voce infondata. I verbali delle dichiarazioni di Amara si implementano sempre più e descrivono un consorzio di interessi, al quale parteciperebbero vari magistrati: una sorta di loggia segreta, chiamata “Ungheria”.

 

Per mesi, tuttavia, non è avviato alcun procedimento: né per contestare eventuali diffamazioni, né per indagare sulla veridicità di accuse che coinvolgono nelle trame della loggia anche l’ex presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, in quanto da Amara raccomandato per ottenere una proficua consulenza dalla società Acqua Marcia di Caltagirone.

 

I verbali giacciono a Milano in Procura, sino a quando parte dei loro contenuti non è pubblicata a fine aprile 2021 dal quotidiano «Domani», riferendo appunto l’episodio relativo a Giuseppe Conte, il quale prontamente smentisce e osserva con malizia come l’editore del giornale – Carlo De Benedetti – sia stato da lui tenuto a distanza quando era a Palazzo Chigi. È a questo punto, però, che avviene l’incrocio con i diverbi interni alla magistratura.

 

Il componente del CSM, Nino Di Matteo, già protagonista della polemica con l’ex ministro di Giustizia Alfonso Bonafede circa la sua mancata nomina al DAP, rivela che settimane prima gli è stato fatto pervenire un plico con i verbali di Piero Amara, un indagato che – a parere di Di Matteo – “menzionava in maniera diffamatoria” un membro del CSM: Sebastiano Ardita, come Di Matteo e  Davigo esponente della corrente Autonomia e indipendenza. Si scopre così che tali verbali circolavano da tempo e all’inizio del 2021 sono stati inviati anche alle redazioni de «la Repubblica» e de «Il Fatto», che avevano evitato di darne notizia riconsegnandoli agli uffici da cui provenivano.

 

A farli uscire dalla procura di Milano è stato il pm Paolo Storari, per inviarli allo studio di Piercamillo Davigo sino ad ottobre 2020 membro del CSM. Da qui, la segretaria di Davigo, Marcella Contrafatto, li avrebbe fatti pervenire – dopo il pensionamento del magistrato – alle redazioni dei due giornali. Da parte sua, Davigo ha dichiarato al Tg2 di aver “informato chi di dovere di ciò che stava accadendo”. E “ciò che stava accadendo” rammenta il dissidio che cinque anni fa divise sull’indagine Expo l’allora procuratore capo di Milano Edmondo Bruti Liberati e il pm Alfredo Robledo, conclusosi con il trasferimento del secondo.

 

Stavolta a dissentire dal modo di agire della procura è il pm Paolo Storari, a suo tempo con Ilda Boccassini nel pool antimafia e titolare, sino a quando non è stato esonerato dal procuratore capo Francesco Greco, di un’indagine sul depistaggio per inquinare le prove nel processo ENI-Nigeria.

 

Storari lamenta l’anomalo ritardo a indagare su quanto dichiarato da Amara, che considera inattendibile, ed è proprio per questo che avrebbe interessato Piercamillo Davigo, nella sua qualità di membro del CSM. Come nello scontro Bruti Liberati-Robledo, al fondo c’è la diversa interpretazione dell’obbligatorietà dell’azione penale: per l’ufficio del procuratore capo va coniugata con criteri di opportunità e accortezze extra-processuali, mentre per i “dissidenti” va applicata prescindendo da altre considerazioni.

 

Sebbene tortuoso e poco limpido, il modo in cui il pm Storari ha inteso rivolgersi al CSM non rappresenterebbe alcun illecito in senso proprio, ma confermerebbe la presenza di un bug nella filiera di responsabilità concernente le inchieste della magistratura inquirente perché nessuno verifica alcunché circa le scelte e i comportamenti assunti dai vertici degli uffici. Non resta dunque che il CSM, che tuttavia con il venire allo scoperto del caso si preoccupa piuttosto di auto-tutelarsi, ricorrendo come al solito all’espediente di individuare nei fatti narrati una delegittimazione dello stesso organo costituzionale. In realtà, i problemi sono tutti all’interno delle relazioni fra i magistrati per cui sarebbe necessario un pronunciamento di Palazzo dei Marescialli.

 

Nondimeno Giovanni Salvi, Procuratore Generale di Cassazione e membro di diritto del CSM,  ha dichiarato che “nella tarda primavera dell’anno passato, il consigliere Piercamillo Davigo mi disse che vi erano contrasti nella Procura di Milano circa un fascicolo molto delicato”. Per questo si era attivato nei confronti della procura di Milano, ricevendo assicurazione che vi sarebbe stato un coordinamento con le altre procure per risolverne i nodi più intricati. Ancora una volta, però, non sembra che ci si diriga verso un chiarimento effettivo nel merito delle questioni – uso selettivo delle testimonianze dei “pentiti” e differimenti strumentali delle indagini – e si preferisca invece contestare l’etica professionale di chi le questioni ha fatto emergere.

 

Non si può fare a meno di ricavare dall’insieme di queste notizie alcune osservazioni, che necessariamente si accompagnano a degli interrogativi. Tutta la storia ci sembra, da un punto di vista strettamente politico, il risultato di uno scontro intestino alla passata maggioranza giallo-rossa (PD e 5Stelle), che ripete per certi versi quanto accadde con l’inchiesta Unipol prima della nascita del PD

 

In quel caso, l’emergere del caso Consorte e della tentata acquisizione della Banca Nazionale del Lavoro servì a condizionare la trattativa fra i post-Pci dei DS e i democristiani di sinistra della Margherita, limitando di molto le pretese egemoniche dei primi. Altrettanto accade oggi, nel senso che l’effetto di questi boatos somiglia a quello che si verifica in occasione di una operazione societaria: non s’intende pregiudicare l’esito finale dell’accordo, ma giungervi alle migliori condizioni possibili per uno dei due contraenti. Peccato che in tale lotta si usino come strumenti gli stessi organi istituzionali che – in teoria – dovrebbero essere di tutti i cittadini.

 

In questa cornice va inquadrato anche il contenzioso interno alle correnti dell’associazionismo in toga, collegabile con le divisioni registrate al tempo della nomina del nuovo procuratore capo di Roma. Come già a suo tempo evidenziato, la corrente Autonomia e indipendenza vide allora la divaricazione fra Davigo e la coppia Di Matteo-Ardita. Mentre questi ultimi si astennero, Davigo votò a favore di Prestipino contro la cui nomina è stato in seguito presentato un ricorso al Consiglio di Stato, il cui presidente Filippo Patroni Griffi è attualmente sotto indagine proprio a seguito delle rivelazioni di Amara. 

 

Come si vede, attorno ai verbali dell’avvocato siciliano, si è formato un vero e proprio “gliuommero” (Componimento poetico dei secc. XV e XVI, di origine popolaresca e di genere affine alla frottola) di gaddiana memoria. Per scioglierlo, diverse domande avrebbero bisogno di trovare una risposta.

 

Come mai per mesi non si è intrapresa alcuna azione dopo le dichiarazioni di Amara? Con quale criterio tali dichiarazioni sono gestite dagli inquirenti? Perché testate giornalistiche che dispongono di notizie di pubblica rilevanza evitano di rivelarle? E perché in altri casi, le stesse testate, non mostrano uguale premura e riservatezza? A chi avrebbe riferito per tempo Davigo le informazioni a sua disposizione? Se nei verbali di Amara ci sono verità perché non si è aperta un’inchiesta complessiva sui reati che descrivono? Se sono invece apparsi agli inquirenti menzogneri perché non si persegue Amara per diffamazione?

 

Da ogni lato si guardi, la storia risulta torbida. Ma quel che è più grave la magistratura non pare rendersi conto che simili comportamenti ne pregiudicano gravemente il ruolo istituzionale. E sappiamo bene che in quanto pilastro imprescindibile dell’ordinamento democratico, il distacco dall’alveo costituzionale della magistratura finisce per minacciare la sopravvivenza stessa della nostra democrazia.

 

 



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