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14/04/26

Angelo Panebianco: Le democrazie nell’era dell’instabilità


Categoria: RASSEGNA WEB
Pubblicato Sabato, 11 Aprile 2026 01:05

di Angelo Panebianco

 

(da Corriere della Sera

 

Non bisogna nascondere la testa sotto la sabbia. La difficoltà di fare politica estera

 

È una discussione vecchia quanto la democrazia. Le democrazie sono in grado di fronteggiare le difficoltà che derivano dall’ambiente internazionale in cui sono inserite? Il fatto di basarsi sulla libertà delle opinioni, il pluralismo, la divisione dei poteri, la libera competizione dei partiti, non le mette forse in svantaggio a fronte dei regimi autoritari in cui non esiste alcuno di quei vincoli?

 

La vita interna, sempre agitatissima, delle democrazie ha, oppure no, effetti negativi sulla loro capacità di affrontare, con la prudenza che sarebbe necessaria, le sfide internazionali? Sappiamo che le democrazie, quando sono coinvolte in guerre in cui sia in gioco la loro sopravvivenza, esibiscono virtù in precedenza celate o dormienti: i cittadini di una democrazia che sia stata trascinata in una guerra, normalmente combattono il nemico con un ardore e una dedizione superiori a quelle di cui dispongono i sudditi di un regime autoritario. 

 

I cittadini combattono per difendere la propria casa, i sudditi combattono per difendere la casa del despota. Motivazioni e intensità dell’impegno sono differenti. Accade spesso che in una guerra per la sopravvivenza fra una democrazia e un regime autoritario la democrazia prevalga o comunque dia un gran filo da torcere anche a un nemico di forza preponderante.

 

Per quanto grandi possano essere le sue magagne, quella ucraina è una democrazia: anche per questo, da più di quattro anni, gli ucraini tengono testa a un nemico (sulla carta, di forza militare nettamente superiore) i cui combattenti non hanno la loro stessa determinazione. Gli aiuti esterni contano ma non servirebbero se gli ucraini non fossero stati, e non fossero, decisissimi a difendere casa loro.


Ma una cosa è il caso estremo di una democrazia che deve difendersi da un invasore, un altro è quello della conduzione della politica estera quando, pur non essendo sotto attacco diretto, si deve comunque fare i conti con un ambiente internazionale instabile, turbolento e pericoloso. In questo caso, i dubbi sulle risorse e le capacità di cui dispone la democrazia diventano leciti.

 

Quei dubbi ci sono sempre stati (è un tema classico del dibattito sulla democrazia) ma oggi lo sono più che in passato. Si pensi all’impatto della «democrazia dei social», fondati sulla comunicazione orizzontale (nei social «uno vale uno») che veicola, su qualunque cosa, anche le più complesse e delicate, messaggi semplicistici ed estremisti. Contamina il sistema della comunicazione e la vita pubblica nel suo insieme. Gli effetti si fanno sentire in qualunque ambito. 

 

Il più delicato riguarda gli affari internazionali. Come si fa a gestire una saggia politica estera in queste condizioni? Quanto più diventa complicata e difficile la navigazione internazionale, tanto più la scena pubblica è occupata da «terribili semplificatori» che vendono certezze (in un mondo in cui l’unica certezza è che non ci sono certezze) a un pubblico che, essendo spaventato e disorientato, si aggrappa a chiunque pretenda di sapere esattamente che cosa bisogna fare. In un mondo instabile e disorientante, non c’è merce più ambita di quella degli illusionisti che vendono certezze.

 

L’Europa è nei guai fino al collo. Deve fare i conti con Trump ma non può rompere con gli Stati Uniti. Inoltre, è divisa al suo interno. Avrebbe bisogno, per fronteggiare i cambiamenti, di una coesione che non ha. Colpa di questo o colpa di quello? No, è il frutto di una eredità storica i cui effetti possono essere, più o meno faticosamente, contenuti ma non annullati.

 

Tanti guai sono comuni ma le democrazie europee sono fra loro diverse. Tutte hanno potenti vincoli interni. Ma in alcuni casi la cultura politica diffusa rende una democrazia meglio attrezzata di un’altra per fronteggiare le sfide. Si consideri il caso della Germania. Anch’essa, come tutti, ha i suoi «sfasciacarrozze», movimenti estremisti in crescita. 

 

Però dispone anche di una cultura politica di stampo non ribellistico, non ostile alle autorità pubbliche per principio. Ciò può aiutare la sua politica estera in un frangente difficile. Opposto è il caso dell’Italia ove l’antipolitica («piove, governo ladro») è un suo tratto culturale caratteristico. Il contrario di ciò che servirebbe in una congiuntura internazionale pericolosa come l’attuale.

 

C’è chi prevede che l’Europa, senza più il collante rappresentato dalla leadership americana, sia destinata a frantumarsi, prevede che le antiche divisioni riesploderanno con forza. Se tale profezia, malauguratamente, risultasse vera, l’Italia diventerebbe una specie di zattera alla deriva nel Mediterraneo, alla mercé di chiunque.

 

È banale osservare che servirebbero classi dirigenti(non solo i politici) all’altezza della serietà dei problemi. Ma le classi dirigenti all’altezza non si improvvisano. In un Paese che è stato per tanto tempo abituato a sentirsi protetto dalle sue alleanze internazionali e che oggi si trova a fare i conti con un cambiamento epocale bisognerebbe rompere con abitudini radicate. 

 

Per esempio, bisognerebbe moltiplicare le occasioni in cui non solo politici ed esperti ma anche imprenditori, alti burocrati, dirigenti della comunicazione, uomini di Chiesa, si ritrovino per concordare su quali siano i problemi da affrontare. Senza una convergente valutazione sulle poste in gioco, quanto meno di massima, da parte del mondo direttivo, la democrazia italiana rischierà grosso. 

 

Non sarà possibile mostrare alla parte più ricettiva del pubblico quale siano l’intreccio dei problemi in gioco e i pro e i contro delle varie scelte possibili. Né si riuscirà a contrastare semplicismi e idee sbagliate varie. Ad esempio, è inutile raccontarsi che serve una difesa militare dell’Europa se poi ciò che caratterizza lo spirito pubblico è il disarmo morale, la convinzione che si possa restare agnelli in presenza di feroci predatori.

 
Le democrazie possono contare su grandi risorse, materiali e morali. Ma sono anche fragili, inclini a nascondere la testa sotto la sabbia. I tempi non lo consentono.

 

(da Corriere della Sera

 

 



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