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29/11/20

Kazakistan, uso e abuso del concetto di «dittatura» nel dibattito politico


Categoria: RICEVIAMO E PUBBLICHIAMO
Pubblicato Domenica, 04 Agosto 2013 10:30

 

Durante la loro storia arcaica e repubblicana i romani usarono il termine dictator per designare una magistratura straordinaria prevista dalla 'costituzione' della res publica che con Silla e poi con Giulio Cesare assunse però i connotati di un potere accentrato, senza controlli, quantunque dotato di un imposto riconoscimento istituzionale e giuridico.

 

E il riconoscimento istituzionale, per quanto successivo a spinte rivoluzionarie, forzature politiche e sociali o a brogli elettorali, ha sempre rappresentato il necessario punto di arrivo per la legittimazione pubblica del ruolo assunto da quasi tutti quelli che consideriamo dittatori del XX secolo.

 

Nelle ultime settimane, si è sentito spesso sottolineare, da parte dei critici (da sinistra) del governo delle larghe intese e dei loro ministri, in particolare Alfano e Bonino, la gravità dell'episodio dell'estradizione della Shalabayeva, moglie del (presunto?) dissidente Ablyazov. Una vicenda dalle molte opacità, senza dubbio annerite dall'arresto recentissimo di quest'ultimo a Nizza, in una Francia tradizionalmente garantista e sede per eccellenza dei rifugiati politici.

 

Evidentemente il buon Ablyazov oltre che un paladino della libertà di opinione deve anche avere combinato qualche pasticcio, ma questo meno importa qui. Fra gli argomenti addotti più spesso dai critici dell'operato del governo Letta nella vicenda c'è che Ablyazov sarebbe stato vittima di un dittatore, anzi di un terribile dittatore, ossia il presidente kazako Nazarbayev, con il quale saremmo in definitiva stati conniventi.

 

Ma siamo sicuri che le credenziali di chi ha in tal modo utilizzato il concetto di dittatore per introdurre una polemica politica, siano credenziali valide? Non interessa fare polemiche personali, ma prendiamo i casi che più ci hanno colpito, quelli di RC o di SEL, tra i più solerti e i più insistenti nell'attribuzione dell'epiteto di dittatore al presidente kazako e tra i più aggressivi nei confronti del ministro degli esteri Bonino, di cui ormai va di moda, in certi ambienti della sinistra sedicente radicale, contestare il prestigio di paladina dei diritti umani nel mondo (purtroppo per loro, un prestigio costruito con decenni di lotta vera: forse non si rendono conto comunque cge un ministro della repubblica non può agire intali vesti come un militante di partito... ).

 

Politicamente si è trattato di una operazione quantomeno discutibile, dato che ne sono stati artefici personalità sempre in prima linea nel definirsi con orgoglio di identità comunista (per carità, del modello comunista"puro", quello che aspettiamo tutti messianicamente si realizzi con qualche costo umano in meno), e che hanno spesso regalato apprezzamenti positivi, per esempio, dell'egalitarismo e dell'attenzione ai deboli a Cuba (sia nella sua versione castrista sia nella sua veste buonista e guevarista: perché Che-Guevara fu per alcuni secondo con responsabilità politiche ufficiali solo a Castro nell'instaurazione del regime cubano, non fu soltanto un guerrigliero senza macchia e senza paura per la liberazione degli oppressi del mondo), e dello chavismo, considerato un esempio di democrazia sociale.

 

Quando si impiegano certi vocaboli, come quello di dittatore, lo si fa evidentemente con incoerente disinvoltura, o peggio, con una intima convinzione di coerenza, la quale però fa a pugni con la logica. Le limitazioni alla libertà di espressione, il controllo del potere per decenni nelle mani di uno solo, l'utilizzo sommario della giustizia e la violenza di stato, la propaganda esasperata, il culto delle personalità: sembrano tutti elementi rispetto ai quali per le loro ricadute nel recente caso dei rapporti Italia-Kazakistan, altre sono le linee di demarcazione che interessano: l'ostilità agli USA e a Israele, la sostituzione di forme di governo di tipo capitalistico, la ispirazione socialista (in varie sue declinazioni possibili), la lotta alla povertà (purché attuata con determinate meccaniche operative) in nome di un'uguaglianza di un popolo del quale i leader di certi paesi si dichiarano patroni e difensori.

 

Occorrerebbe dunque ridefinire l'idea e il vocabolo di dittatura, giacché i principi universali stabiliti nella carta dell'ONU e in altre carte costituzionali potrebbero non essere più una cartina tornasole valida. Perché mai per alcuni politici per i quali un Castro, o un Chavez (non si dirà un Kim Jong-Un, erede di una dinastia comunista che minaccia di farsi potenza nucleare), sono figure largamente positive, arrivano addirittura a chiedere le dimissioni di Alfano di fronte alla sua vigliaccheria e inettitudine, al suo essere prono rispetto al terribile dittatore kazako? Nazarbayev è un dittatore, e che tipo di dittatore, forse un "grande dittatore"?

 

Diventa importante stabilirlo, giacché da questa determinazione dipende il giudizio che si dà di un uso lessicale, di una retorica forte che investe il dibattito politico europeo e italiano nella fattispecie, influenzando l'opinione pubblica. Il leader kazako è indubbiamente al controllo del paese con capitale Astana da circa un ventennio, ma tale durata non dovrebbe costituire una discriminante, almeno per alcuni.

 

Senza dubbio nell'attuale Kazakistan sussistono limitazioni alle libertà individuali e con una certa facilità si mandano in carcere gli oppositori politici. Ma anche questo aspetto non è certo una straordinaria peculiarità né Nazarbayev è un esempio tra i peggiori da questo punto di vista. Un discorso analogo vale per la sua mitografia individuale, che altri costruiscono su altro, egli basa in buona parte sull'esaltazione di un'attività edilizia degna di monarchi ellenistici, a cominciare dalla fondazione ex-novo della capitale Astana.

 

Tutto ciò considerato, quello che verosimilmente incide di più nella caratterizzazione del leader kazako come dittatore da parte della sinistra sedicente radicale, dandogli una sorta di paradossale valore aggiunto, è altro, a nostro parere: ossia il fatto di avere legami diplomatici e economici con gli USA e con molti paesi occidentali (l'Italia fra i primi), il fatto di stare svolgendo una politica di sviluppo (mettiamoci pure un ?) del suo paese secondo princìpi che sono quelli dell'economia di mercato e del profitto e che sono fondati naturalmente in primo luogo sull'industria del petrolio. E forse anche il fatto, connesso col precedente perché porta investimenti, di voler lanciare un'immagine del suo paese attraverso l'organizzazione ad Astana di grandi eventi di richiamo internazionale: congressi, manifestazioni sportive.

 

Per quanto gli ultimi anni dell'attività di Tony Blair siano degni di essere avvolti in un perenno silenzio (al di là della folle guerra in Irak, rispetto alla quale almeno Blair fu un alleato affidabile del partner statunitense) e le sue prestazioni mercenarie di conferenziere e consigliere lascino sbalorditi, che un Blair si presti a fungere da stretto collaboratore con uno spietato autocrate sembra eventualità piuttosto remota.

 

Il regime kazako assomiglia molto, in fondo, a tanti regimi nati sulle ceneri dell'impero sovietico, nei quali vige una miscela certo non commendevole di autoritarismo, potere economico, corruzione, scarsa attenzione per i diritti umani.

 

Il film "Borat" ne ha fornito una caricatura efficace. Giungere alla definizione di dittatura, una definizione magari accompagnata da qualche qualificazione atta a rincararne la dose, ci appare forse eccessivo, e soprattutto sorprendente flatus oris da parte di alcuni.

 

Ma ecco una ipotesi: una «dittatura post-moderna» (come quella di Berlusconi?), ecco una formulazione interessante. Lanciata da Der Spiegel e fatta propria da chi, come Rifondazione Comunista ha forse qualche residua simpatia, e certo indulgenza, per altre e più tradizionali matrici di dittatura.

 

Giovanni A. Cecconi



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