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01/07/22

Alchimia delle passioni: L’Œuvre au Noir de Marguerite Yourcenar. Mostra di Laura D’Andrea Petrantoni, testo critico di Carla Mazzoni


Categoria: MOSTRE
Pubblicato Giovedì, 11 Novembre 2021 18:12
  • Giovanni Lauricella

Presso l’Institut Français, in via Francesco Crispi 86 a Napoli, è possibile visitare fino al 14 novembre  la mostra “Alchimia delle passioni: L’Œuvre au Noir de Marguerite Yourcenar”. Le opere pittoriche dell’artista Laura D’Andrea Petrantoni, che come si evince dal titolo, si rifanno all’opera letteraria di Marguerite Yourcenar L’Œuvre au Noir”, un progetto a cui Carla Mazzoni ha collaborato offrendo ai visitatori  un prezioso testo critico.

 

Tale progetto si inserisce nel convegno internazionale “Marguerite Yourcenar et les passions de l’âme”, 4-6 novembre 2021, organizzato dall’Università Federico II di Napoli, Institut Français, Università della Basilicata, S.I.E.Y, in collaborazione con l’Istituto di Cultura Torquato Tasso e il Centro Antinoo.

 

Bastano solo i nomi delle università e degli istituti coinvolti in questa mostra per far capire l’alto profilo culturale dell’iniziativa, in cui ben si inserisce e si armonizza una nota figura nel campo dell’arte  come Carla Mazzoni, che nella sua lunga carriera di gallerista e di critica d’arte ha curato tante importantissime  mostre. Mi limiterò pertanto a presentare la pittrice Laura D’Andrea Petrantoni in maniera sintetica per dare spazio al testo di Carla Mazzoni, che non necessita sovrapposizioni che ne ridurrebbero l’efficacia.

 

Laura D’Andrea Petrantoni, come si può vedere nel suo sito, è un’ artista di lunga e prestigiosissima carriera che ha sondato parecchi aspetti della pittura sempre mantenendo alta la qualità delle sue opere, un dato non facile per creatori che stanno sulla cresta dell’onda da parecchio tempo.

 


 

Per le sue doti artistiche e culturali le si addice come a poche affrontare un tema così complicato e difficile. Avere a che fare intellettualmente e personalmente con Marguerite Yourcenar e con uno dei libri  più complessi e profondi che ha scritto non è un lavoro da poco, oserei dire impossibile a molti.

 

Non solo ha retto bene alla prova ma ha dato uno stimolo in più all’opera della scrittrice francese che ha segnato una “moda” nell’ambito della narrativa proprio perché univa ricostruzione storica, filosofia, arte e letteratura colta nei suoi racconti. Si, Laura D’Andrea Petrantoni ha aggiunto all’importante opera L’Œuvre au Noir di Marguerite Yourcenar la pittura, il valore estetico visuale che mancava alla narrazione della scrittrice francese che Carla Mazzoni bene ha chiosato con il suo testo critico.

 

Una vera “Alchimia delle passioni” come per l’appunto ci dice il titolo.  Una robusta formazione al femminile che potrete meglio avvalorare nell’interessantissimo testo critico di Carla Mazzoni che segue dopo alcune righe, sempre di Carla Mazzoni, che descrivono la mostra.

 


 

Bisogna premettere che l’artista Laura D’Andrea ha dipinto e lavorato a questa serie di opere avendo già una conoscenza approfondita dei libri e quindi del pensiero di Marguerite Yourcenar. Per cui con questi stupendi dipinti l’artista ha saputo interpretare magistralmente tutto quella parte non esplicitamente manifesta ma che è la vera sostanza de L’opera al nero. Infatti come sappiamo l’autentica opera d’arte non è mai là dove la vediamo o la leggiamo ma è in tutti quei sensi a cui essa rimanda. 

 

Seguendo le tappe più o meno lunghe del viaggio del protagonista Zenone e degli eventi a lui contemporanei, Laura D’Andrea in realtà ha cercato di trasmettere la trasformazione, il percorso di conoscenza che Zenone compie su stesso. In linguaggio alchemico diciamo il passaggio dalla nigredo all’albedo e alla rubedo, sintesi finale della trasmutazione, in linguaggio iniziatico è il percorso attraverso il quale si va “sciogliendo il corpo” e “consolidando lo spirito”.

 


 

Quindi è in questa chiave più sottile che dobbiamo leggere le opere qui esposte ed è questo il vero racconto che Marguerite Yourcenar ci ha voluto trasmettere. D’altronde anche nel precedente romanzo Le memorie di Adriano la scrittrice ha narrato sì le vicende di Adriano ma attraverso quelle la sua trasformazione; Adriano, spensierato in gioventù quasi inconsciamente inizia a lavorare su sé stesso, sulla sua “pietra grezza” fino a farla attraversare dalla “luce”.

 

In tutti i quadri di questa mostra aleggia un’atmosfera particolare e direi che la caratteristica principale che li accomuna è la rappresentazione dello spazio, uno spazio inventato, a volte infinito senza limite, come nel dipinto della partenza iniziale di Zenone, a volte vorticoso come nel quadro degli “Angeli” o fraticelli in cerchio in volo, a volte stretto misterioso offuscato come nel Bagno delle delizie degli “Angeli”, a volte moltiplicato come nel dipinto con l’immagine della Yourcenar.

 


 

Laura D’Andrea è riuscita con i suoi dipinti a rappresentare  un percorso spirituale, il compiersi di un destino tragico. Come ho scritto nel mio testo ritengo infatti il viaggio di Zenone verso la ‘luce’ come il ‘viaggio’ che va compiendo una figura ‘tragica’. Il ‘tragico’ è vivere la transizione, è trovarsi a vivere ‘antico’ e lottando con sé stessi, con le istituzioni, trasformarsi nel ‘nuovo’ pagando anche con la vita questa trasformazione. Ed infatti Zenone si uccide ma quella che è una sconfitta dell’individuo fisico è la vittoria dello spirito sulla strada del Progresso.

 

Di seguito il testo critico.

 

 

L’opera al nero

di Carla Mazzoni

 

Premessa doverosa al mio scritto è l’intensa attività che lo ha preceduto. Quattro donne hanno condiviso il lavoro di preparazione della mostra L’opera al nero: Laura Monachesi, fondatrice e Vicepresidente del Centro internazionale Antinoo per l’Arte, ideatrice della mostra, Laura D’Andrea, l’artista espositrice, la sottoscritta, curatrice e autrice del testo critico e Marguerite Yourcenar, la scrittrice del libro. L’opera al nero a cui s’ispira la mostra. Ho citato anche Marguerite Yourcenar perché ne percepivo la presenza nell’emotività e nelle vibrazioni che animavano i nostri incontri. Difficile trasmettere l’atmosfera di quei pomeriggi, carichi di ‘intimità’ femminile ed entusiasmo, durante i quali fino a sera inoltrata, sedute intorno al tavolo, ci scambiavamo idee e commenti.

 

Laura Monache si leggeva ad alta voce tratti de L’opera al nero, già da lei sottolineati nelle sue precedenti molteplici letture, tratti dai quali estrarre frasi significative da riportare in mostra accanto alle opere, mentre Laura D’Andrea frugava tra i suoi numerosi fogli di appunti e foto delle opere sparpagliati sul tavolo, io davo qualche suggerimento nella selezione dei dipinti prendendo poi nota di ogni particolare, infine le tele dipinte da Laura D’Andrea, ancora arrotolate, venivano aperte sul pavimento e commentate.

 

Marguerite Yourcenar, prima donna nominata Accademica di Francia nel1980, che in una lettera all’amica e sua traduttrice Lidia Storoni Mazzoleni scriveva con rammarico la sua osservazione sul mondo femminile “…ma dunque, com’è complessa e vincolata la sorte delle donne, anche nella nostra epoca, in cui credono di essere libere…”, sono certa che avrà seguito il percorso del nostro lavoro:noi, donne, impegnate ad interpretare e far conoscere attraverso l’Arte il lavoro e il pensiero di un’altra donna.

 


 

Laura D’Andrea per questa esposizione dedicata alla Yourcenar e al suo romanzo L’opera al nero ha dipinto una serie di opere ispirate alle vicende del protagonista del. libro e agli eventi a lui contemporanei. L’artista per realizzare queste opere ha utilizzato i colori base del mondo alchemico, nero bianco giallo e rosso, colori derivati dalla pittura greca, e materiali come il rame, il piombo, l’ossido di zinco.

 

Tra i molti  quadri esposti c’è un piccolo capolavoro:il volto della Yourcenar, sdoppiato, misterioso ed evanescente come ci apparisse in un sogno, in un’atmosfera sospesa, fuori del tempo; un enigma sembra unirei due volti di Marguerite: nello spazio a destra la scrittrice è una giovane pensosa, i suoi occhi guardano lontano, forse al futuro che è appena iniziato, a sinistra è già anziana, l’espressione del viso s’impone su tutto il quadro pur occupando meno della metà dello spazio ed essendo anche in parte velato da un’ombra, ma lo sguardo che filtra dagli occhi, piccoli, aggrinziti dall’età, emana una forza misteriosa e questi occhi, di cui non ci è dato vedere le pupille, sorridono anche se le labbra restano chiuse.In basso, in primo piano, nitidamente dipinte, le mani di Marguerite tengono tra le dita una penna, sotto di loro un foglio scritto. Sono mani ‘presenti’,mani che hanno segnato ed unificato i numerosi sentieri percorsi in vita da Marguerite Yourcenar. 

 


 

Le memorie di Adriano è consideratala più nota e diffusa delle opere della Yourcenar, ma molti ritengono che il suo capolavoro sia L’opera al nero per il grande impegno che ha richiestola sua nascita, peril lungo tempo di gestazione e per l’elaborazione dei numerosissimi riferimenti culturali:anni di ‘incubazione’, elaborazione, appunti, composizione.I tanti rimandi alla storia, alla filosofia, alla scienza e all’alchimia, pur essendo parti fondanti del libro, dalla Yourcenar vengono fatti solo ‘affiorare’ così da non appesantire il racconto.

 

Non è un caso che Marguerite Yourcenar abbia ambientato questo romanzo nel ‘500. Un secolo di grandi contrasti e sconvolgimenti, convalori e credenze che mutano rapidamente, durante il quale persistono ancora frange di credenze medievali - il protagonista Zenone si dedica all’alchimia come ricerca scientifica e come spirito di vita -,ma è nel ‘500 che nascono le idee su cui si fonderà la struttura culturale dell’Europa moderna. È il secolo delle “riforme”.

 


 

La riforma Protestante costringe la Chiesa a rivedere le proprie posizioni. La religione diventa ‘esperienza’ di vita religiosa ,non più quindi obbedienza ad un’autorità ma scelta che implica la propria responsabilità davanti a Dio. La vita, come esperienza di ogni giorno, prende il posto di quella ‘verità’ rivelata che era la natura.I circoli neoplatonici indicano l’Arte come ispirazione interiore, ma la fonte d’ispirazione non è più la natura, bensì la cultura, cultura come storia della nostra spiritualità e della lotta per la salvezza.

 

La scienza non è più solo quella tramandata dalle antiche strutture, ma indagine in una realtà sempre in trasformazione. La politica non è più affermazione di poteri derivanti da Dio, ma lotta di forze in cerca di equilibrio provvisorio. L’Arte non è più contemplazione e rappresentazione dell’universo creato da Dio ma ricerca, ricerca inquieta della propria natura.Per gli artisti la scelta è tra l’ideale mirante ad un classicismo eterno -risposta conservatrice e rassicurante rispetto ai conflitti aperti con la ribellione di Lutero- quindi fiducia nell’autorità e nella stabilità di certi valori, oppure vivere nel contrasto tra regola e arbitrio, tra disciplina formale e tentazione di uscirne, tra attualità e libertà. 

 


 

Nel raccontare la vita di Zenone, protagonista del libro, Marguerite lascia trapelare tutti questi contrasti che segnano il ‘500 e in senso ‘tragico’ segnano ineluttabilmente anche il destino del suo ‘eroe’. Il racconto suggerisce molti spunti di senso al lettore che dietro la storia di Zenone potrà leggere molto di più di quanto non sia scritto ed è in quella parte di inespresso, di lasciato all’intuizione del lettore, la modernità di Marguerite Yourcenar e il suo libro un’autentica opera d’Arte. 

 

Prima di iniziare la visita alla mostra è stato situato all’esterno della sala espositiva un’opera di Laura D’Andrea quale omaggio che Antinoo, Centro internazionale per l’Arte, ha voluto rendere a Proust, il grande scrittore sempre presente nella vita letteraria della Yourcenar, del quale l’anno prossimo ricorrono i centocinquanta anni dalla morte.Nel quadro, al centro dello spazio della tela ‘troneggia’ l’immagine della famosissima incisione del 1514 del Durer, Melancholia, a simboleggiare quello stato d’animo che ha accompagnato tutta la vita di Proust del quale, in alto, centrale all’interno del dipinto, ci appare un suo piccolo ritratto molto noto.

 


 

Negli spazi laterali, come scorressero delle slides, sono ritratte tante immagini della Yourcenar di età diverse, proprio a testimoniare quel continuativo rapporto di amore e di riferimento letterario-al di là delle critiche che Marguerite ha in alcune occasioni manifestato nei confronti di alcune posizioni di Proust- che il grande scrittore ha sempre rappresentato per la scrittrice.

 

Il percorso dell’esposizione inizia con un’opera emblematica di tutta la tensione che ha accompagnato la vita del protagonista: L’opera al nero ossia la nigredo, che è la prima fase di trasformazione alchemica e prima tappa del percorso iniziatico che l’alchimista deve compiere per realizzare la Pietra filosofale. Nel romanzo della Yourcenar la nigredo rappresenta il ‘viaggio’ di Zenone, viaggio inteso come vita errabonda attraverso l’Europa, ma anche metafora, in senso filosofico, della fase in cui si va ‘sciogliendo il corpo’ e si va ‘consolidando lo spirito’. 

 


 

Laura d’Andrea rappresenta simbolicamente questa fase della nigredo con un’opera apparentemente astratta, in cui i colori utilizzati, il nero, il bianco, il giallo e il rosso, i colori simbolici della fase di trasmutazione alchemica, nell’opera ci appaiono come migliaia di piccoli atomi fosforescenti in movimento, solcati da grandi tracciati neri. L’artista ha completato la rappresentazione con l’installazione di un bassorilievo davanti al quadro, un bassorilievo composto di fili di rame e altri elementi a rappresentare i metalli utilizzati nella realizzazione della trasmutazione alchemica.

 

Nelle note post-fazione la scrittrice definisce Zenone come un uomo alla ricerca della ‘verità’, ma la verità a cui allude Marguerite Yourcenar è la verità che si raggiunge lavorando su sé stessi, sulla propria essenza, limando la propria ‘pietra’ finché da grezza diverrà così trasparente da lasciar filtrare la luce; ossia lavorare per quell’atteggiamento interiore che conduce alla consapevolezza, unica via per centrare l’essenza.

 


 

Laura D’Andrea ha dipinto l’inizio del viaggio di Zenone in un quadro di non grandi dimensioni ma molto simbolico. La luce di un’alba di fuoco e lo spazio senza confini  che si apre davanti ai due viandanti, Zenone e il cugino Enrico-Massimiliano, è di respiro quasi trascendente. La figura nera, inizio della nigredo, del monaco Zenone avvolto nel suo mantello è di grande impatto. La sua sagoma color della pece si sovrappone netta su tutto il paesaggio ed è evidente il contrasto con la figura del cugino che invece viene rappresentata trasparente. Nel racconto, i due cugini si separano, Enrico-Massimiliano vuole raggiungere le Alpi, mentre Zenone si dirige verso i Pirenei. Da qui inizia il ‘viaggio’ di Zenone.

 

Impossibile commentare tutte le opere che l’artista ha dedicato alle tante vicende ed esperienze che il protagonista si trova a vivere nel suo lungo viaggio - un percorso che si snoda partendo da Bruges e con uno zigzagante cerchio torna nuova mente a Bruges - ma alcune di queste opere sono particolarmente significative.

 

 

Bellissimo il dipinto che rappresenta Zenone con il frate Cipriani. Laura D’Andrea ha ritratto affiancati i due monaci avvolti nei loro mantelli scuri, su un fondo chiaro lavorato con pennellate veloci che trasmettono all’osservatore la sensazione di ondate d’aria in movimento vorticoso. I due monaci sono accerchiati da una miriade di  fraticelli che, senza peso, volteggiano in cerchio nell’aria. Una danza che sembra un sabba, misterioso e forse osceno, di più non è dato sapere perché Laura D’Andrea ha voluto trattenere nella scena del quadro un’atmosfera sospesa non indugiando sui particolari. Il risultato dell’insieme è sorprendente, rimanda alla mente, mutatis mutandis, La danza, il celebre quadro del 1898 di Matisse, al Moma di New York.

 

Ai frati Cordiglieri presso i quali Zenone, alias Sebastiano Theus, trascorre la sua ultima parte di vita, Laura D’Andrea ha dedicato più di un quadro. I frati vengono rappresentati come “angeli”, appellativo con cui era solito nominarli frate Cipriani. In un quadro gli “angeli” turbinano nel buio e sembrano venire illuminati solo da un rapido flash. L’artista ha dipinto magistralmente una scena guardando la quale l’osservatore ha l’impressione che gli sia concesso solo un veloce voyeuristico sguardo, poi la visione scomparirà. In questa ‘rapida occhiata’ ci appaiono gli “angeli” seminudi, le vesti scompigliate, volteggiare nello spazio buio mentre si allacciano in peccaminosi amplessi.

 

 

In un altro dipinto troviamo gli “angeli” nel bagno delle delizie notturne. Alla luce dei grandi ceri accesi intravediamo i corpi nudi dei frati e, particolare invenzione dell’artista, l’ambiente ai nostri occhi appare come la cappella di una chiesa in cui la vasca da bagno e i vapori che salgono verso l’alto rappresentano l’altare. Ovviamente quest’impressione aumenta fortemente il senso peccaminoso che la scena ci vuole comunicare. 

 

Nella grande sala espositiva attraggono l’attenzione tre pannelli, posizionati non in linea retta, ma un pannello è al centro e due sono ai lati a fare da quinte diagonali, così da formare un paesaggio entro il quale anche l’osservatore sembra potersi avventurare. Guardando il trittico colpisce la sensazione di uno spazio senza limiti, uno spazio che prosegue all’infinito oltre il quadro.Passeggiando tra queste dune dai riflessi lunari Zenone maturerà la difficile decisione di non sfuggire al suo Destino. Davanti al trittico è collocata un’altra raffinatissima opera di grande effetto nella quale il sonno di Zenone tra le dune, sonno di inconscia elaborazione di tutta una vita, viene immaginato e rappresentato come una miriade di sottili fili. luminosi che s’intrecciano nello spazio buio. 

 


 

La morte di Zenone è rappresentata dalla D’Andrea con tanto rosso che dilaga e occupa metà dello spazio del quadro, nell’altra metà il fondo è nero, il nero della notte ed anche della nigredo che vediamo trasmutarsi nell’albedo rappresentato simbolicamente nel bianco della coperta stesa in terra a raccogliere il sangue di Zenone che cola in grandi rivoli. Il rosso rappresenta la fase finale nel processo alchemico.

 

Ritengo personalmente che si debba giudicare il ‘viaggio’ di Zenone verso la ‘luce’ come il ‘viaggio’ che va compiendo una figura ‘tragica’. Il ‘Tragico’ è il trovarsi a vivere la transizione; vivere la lotta tra sé stesso come individuo e i poteri sociali, le classi, gli ordinamenti; vivere ‘antico’ mentre si sviluppa il nuovo.

 


 

I grandi eroi della storia sono, secondo il pensiero diHegel, personaggi ‘tragici’, personaggi nei quali la nuova idea s’incarna senza compromessi. La coscienza ‘tragica’ non è un assistere agli eventi soltanto un esercizio intellettivo, ma è un prendere conoscenza della propria trasformazione, trasformazione secondo il proprio modo di intendere, guardare e sentire ed è questa la via che conduce alla catarsi.  Zenone presagisce da lungo tempo come potrà avvenire la sua fine, è cosciente durante la lotta con gli eventi, s’interroga sulle sue colpe, si pone il problema della ‘verità’, realizza in piena coscienza la sua parabola di vittoria e sconfitta.

 

La coscienza ‘tragica’ non gli permette di scegliere il compromesso per salvarsi la vita, per cui accetta la fine come conseguenza inevitabile di una ‘luminosa’ vita ‘libera’, per lui moralmente ‘necessaria’ e in questa morte ‘scelta’ è il superamento del ‘tragico’.Non Zenone ma la sua esistenza è stata sconfitta, come quella di tanti individui alla ricerca della ‘verità’. “Il resto è silenzio”. 

 


 

Testo critico che si può trovare nel catalogo in mostra presso l’Istituto Francese.

 

Per Napoli è uno tra i più grandi eventi dell’anno.

 

 

 

Alchimia delle passioni: L’Œuvre au Noir de Marguerite Yourcenar

Mostra personale dell’artista Laura D’Andrea Petrantoni

Testo critico in catalogo di Carla Mazzoni

Organizzazione generale Centro Antinoo

 Dal 4 al 14 novembre 2021

Institut Français

via Francesco Crispi 86,  Napoli

 

 

 

 



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