Informativa

Questo sito o gli strumenti terzi da questo utilizzati si avvalgono di cookie necessari al funzionamento ed utili alle finalità illustrate nella cookie policy. Se vuoi saperne di più o negare il consenso a tutti o ad alcuni cookie, consulta la cookie policy.
Chiudendo questo banner, scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all'uso dei cookie.

26/07/26

Pippo Di Marca ci ha lasciati. Quel teatro a cui dobbiamo dire addio


Categoria: TEATRO
Pubblicato Venerdì, 24 Luglio 2026 20:08
  • Giovanni Lauricella

Purtroppo, il mondo del teatro ha recentemente perso un altro suo grande esponente, che si è tolto la vita gettandosi dal quinto piano della sua residenza a Trastevere. Artista molto umano aperto e disponibile  soffriva da tempo per una malattia debilitante. La sua figura è significativa nel contesto del teatro d'avanguardia, un settore culturale in cui molte delle principali voci, purtroppo, ci hanno già lasciato.

 

Influenzato da figure come Carmelo Bene, Leo de Berardinis e Julian Beck, con cui ha anche avuto modo di collaborare, ha fondato la compagnia Meta-Teatro, tra gli autori più apprezzati James Joyce, a cui ha dedicato numerosi progetti, tra i quali «Bloomsday 2007» e «Theatrum Mundi Show» (2018), ha recitato anche in alcuni film e cortometraggi tra  cui «Il traditore» di Marco Bellocchio uscito nel 2019, triste decontestualizzazione del suo essere personaggio d’avanguardia.

 

Con la scomparsa di Pippo Di Marca, si chiude un'epoca di sperimentazione teatrale iniziata alla fine degli anni '60, un periodo che ha contribuito profondamente anche al teatro tradizionale, influenzandolo in maniera significativa. Non intendo ripercorrere la storia del teatro in dettaglio - vi sono eccellenti risorse al riguardo - ma vorrei invece condividere alcune riflessioni su questa corrente teatrale innovativa e sfuggente.

 

Ricordo Pippo Di Marca con profonda ammirazione, accompagnata da una sensazione di sconforto per la dedizione che ha manifestato verso un tipo di teatro a cui ha consacrato l'intera vita. Sul finire degli anni '60 iniziò la sua carriera al Teatro la Fede di Giancarlo Nanni e Manuela Kustermann, situato in uno spazio angusto e fumoso a Porta Portese, proseguendo su questa strada fino a giungere a una piccola stanza a Trastevere, in via Natale del Grande. Tale luogo si chiamava Meta-Teatro, un nome ispirato da Pirandello, ma che rifletteva solo una frazione della realtà teatrale tradizionale. I suoi progetti erano una sorta di marginalità rispetto al teatro convenzionale.

 

Pippo Di Marca ha trascorso la sua intera vita artistica lontano dal mainstream teatrale, privo di risorse e struttura che normalmente alimentano un'impresa teatrale. Questo genere di teatro "fai-da-te" attrasse vari artisti alla fine degli anni '60, arricchendo il panorama culturale notturno con idee innovative, seppur tra molte privazioni e difficoltà.

 

Ad eccezione di alcune figure come Carmelo Bene, la maggior parte degli esponenti di questo movimento sperimentale operavano in condizioni assai precarie, quasi disumane, un contesto che si potrebbe definire "teatro sado-maso" per le dure condizioni affrontate sia dagli attori che dai loro spettatori costretti a secondare disagio fisico.

 

Tuttavia, gli sviluppi normativi recenti, particolarmente dopo la tragedia del Crans-Montana, rendono improbabile il riproporsi di tali ambienti teatrali. Questi spazi, spesso privi di uscita e finestre, non garantivano comodità e sicurezza.

 

Queste realtà erano improvvisate e poco funzionali; il loro fondamento si basava su una concezione anti-teatrale che ben si adattava alle loro caratteristiche. Pippo Di Marca, assieme ai suoi colleghi, era contraddistinto da una carica ideologica fortemente rivoluzionaria e da opere sovente considerate altrettanto avanguardistiche, benché talvolta tediose quanto le sedie scomode su cui il pubblico prendeva posto.

 

Questo era un mondo assurdo sostenuto da utopie politiche e sociali: si credeva fermamente in un cambiamento positivo imminente irrealizzato. La sperimentazione teatrale rimaneva sempre incompleta, rinviata a un futuro incerto. La politica dominava queste ristrette sale umide e insalubri: si soffriva insieme contro i soprusi dei potenti, trovando del sollievo morale nella consapevolezza di lottare per una causa giusta.

 

Negli anni '80 si osservò un cambiamento radicale di questo contesto culturale, fino alla sua definitiva scomparsa. Eppure, questo periodo continua a rivivere nella nostra memoria come simbolo dell’avanguardia teatrale.

 

Era davvero un buon teatro? Forse no, era troppo fuori dagli schemi. Infatti, più che semplicemente off, si trattava di qualcosa che alcuni definivano off-off. Non erano teatri convenzionali, ma piuttosto laboratori, spazi aperti, open space, teatri tenda. Con Julian Beck, ideatore del Living Theatre, qualsiasi luogo poteva diventare un teatro. Era una rivoluzione che rappresentava anche una sorta di annientamento, scontrandosi con un ambiente artistico che, pur aperto alle novità, non sempre era pronto ad accoglierle. 

 

Fu più un movimento che generava aspettative, ma risultò essere troppo precario, effimero, improvvisato e sgangherato. Superarono i limiti del teatro tradizionale, ma non riuscirono mai a superare le loro difficoltà.

 

Era un grande attore? Sfortunatamente, gli attori del teatro d'avanguardia erano spesso noti per la loro limitata versatilità. Concentrandosi sul ridurre al minimo il ruolo dell'attore, talvolta limitandosi al solo linguaggio del corpo e persino alla mimica, le loro performance diventavano così minimaliste da risultare difficili da comprendere.

 

L'arte della recitazione non era esclusiva dello spettacolo, non si dava importanza.

 

Concludere la carriera continuando a chiedersi cosa significhi essere un attore rappresenta un'incertezza simbolica di questo stile teatrale.

 

Mi ha infastidito osservare come molti media e finti amici abbiano riportato la notizia, dando l'impressione che Pippo Di Marca avesse un grande successo artistico e un seguito di pubblico considerevole. In realtà, faceva fatica a riempire il suo teatro, che era poco più che una semplice stanza, e si dedicava al cinema in ruoli non proprio innovativi per tirare avanti. Mi dispiace dirlo, ma si è esagerato con una retorica eccessiva su un personaggio e un genere teatrale culturalmente penalizzato specie dalle istituzioni e che non ha ricevuto i finanziamenti necessari, spesso destinati altrove per spettacoli privi di interesse. 

 

 



Nuova Agenzia Radicale - Supplemento telematico quotidiano di Quaderni Radicali
Direttore Giuseppe Rippa, Redattore Capo Antonio Marulo, Webmaster: Roberto Granese
Iscr. e reg. Tribunale di Napoli n. 5208 del 13/4/2001 Responsabile secondo le vigenti norme sulla stampa: Danilo Borsò