Già da tempo Giuliano Amato pare impegnato a smentire la qualifica che gli diede Scalfari di “dottor sottile”, proponendoci letture alla buona e distorsive degli eventi. Lo ha fatto con la ricostruzione della strage di Ustica, quando in un’intervista a Simonetta Fiori su «la Repubblica» del 2 settembre 2023 associò l’esplosione dell’Itavia a un mancato attacco contro il Mig di Gheddafi che sarebbe stato avvertito da Craxi, confondendo (per errore o per calcolo?) il 1980 con il 1986. Torna a farlo con la stessa giornalista in un’intervista, dove ci dà la sua interpretazione della vittoria del NO al referendum sulla riforma della magistratura.
Per sviluppare il suo ragionamento, Amato esordisce con un’asserzione in netto contrasto con la realtà: “Ogni volta che è stata tentata una modifica sostanziale della Carta gli italiani hanno detto no”. Le modifiche approvate nei referendum del 2001 e 2020, con cui si è riscritto l’intero Titolo V sulle autonomie locali e si è decurtato il numero dei parlamentari, evidentemente non sono ai suoi occhi sostanziali.
Ma la pretesa resistenza dei cittadini a difesa dei valori costituzionali gli torna utile per realizzare un arbitrario collegamento tra la separazione delle carriere introdotta dalla riforma e i “tentativi di rovesciare il sistema democratico”, sposando dopo il voto uno degli slogan più depistanti della propaganda dell’ANM.
Cosa c’entri l’affermazione di un principio di civiltà giuridica, per cui l’arbitro non deve avere promiscuità con una delle parti in gioco, con i golpe e i servizi deviati forse Amato dovrebbe spiegarlo, una volta che rinunciasse a esercitarsi nelle distorsioni retoriche.
Tanto più che il NO ha di fatto mantenuto in vigore quella commistione tra pm e giudice introdotta proprio dal Fascismo. Né può persuadere che la distinzione dei CSM fra magistrati giudicanti e requirenti fosse – come detto nell’intervista – un’alterazione degli “equilibri democratici”, visto che la maggioranza dei 2/3 di magistrati all’interno degli organi di autogoverno restava inalterata.
Anche a proposito delle modalità con cui la riforma è stata approvata nelle aule parlamentari, l’intervistato si discosta dai dati di fatto quando afferma che “per la prima volta nessun parlamentare… ha potuto lasciare un’impronta su un testo scritto dal governo”, perché ciò è avvenuto anche in passato.
Andrebbe piuttosto rilevato che, stavolta, parte delle opposizioni (ma non Italia Viva, Azione e +Europa) si è pregiudizialmente sottratta dal confronto perché ha aderito in toto alle volontà della corporazione in toga espresse dall’ANM, respingendo a priori la riforma e presentando caterve di emendamenti goliardici.
Lascia infine perplessi la deduzione secondo la quale nel NO vi sarebbe la preponderanza di forze sociali protese verso un nuovo modo di fare politica, contrarie al populismo di destra e di sinistra.
A farci dubitare è la distribuzione territoriale dei voti, laddove si incrocino i flussi elettorali con le diverse zone delle aree metropolitane. Si scoprirà che le percentuali più alte per il NO si sono avute nelle periferie: le stesse che nelle scorse elezioni politiche avevano spostato la bilancia dei consensi popolari verso il Centrodestra.
(foto da Ansa)