La scomparsa di Giuseppe Gargani è una notizia che ci rattrista. Nato a Morra De Sanctis il 23 aprile 1935, avvocato di grande prestigio, parlamentare della Repubblica per sei legislature consecutive dal 1972 al 1994, sottosegretario alla Giustizia in numerosi governi, presidente della Commissione Giuridica del Parlamento europeo. In ogni incarico - come riporta l’Agenzia AdnKronos - ha saputo distinguersi per autorevolezza, cultura giuridica, equilibrio, capacità di dialogo e profondo rispetto delle istituzioni. Attualmente era presidente dell’Associazione degli ex parlamentari. Anche attraverso Quaderni Radicali e Agenzia Radicale è intervenuto spesso, in particolare sulla giustizia e sull’Europa. Per ricordarlo ripubblichiamo una sua intervista sul numero di QR 119 del maggio 2024.
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Contrastare le derive sovraniste
dando sostanza politica all’Europa
Intervista a Giuseppe Gargani
Da quanto appreso per via diretta, risulta che oggi a Gerusalemme non si dà alcun rilievo al ruolo dell’UE. In pratica i cittadini di Israele – dopo aver subito il tragico massacro del 7 ottobre – nemmeno percepiscono la presenza dell’Europa, con tutte le conseguenze che ne derivano anche sul piano psicologico del naturale legame tra culture dalle radici comuni. Il che non meraviglia, visto che semplicemente l’Europa non c’è di fronte alle crisi internazionali che da due anni a questa parte stanno verificandosi, dopo che l’ordine scaturito dalla fine del secondo conflitto mondiale è saltato. Quali sono, a suo avviso, le ragioni che hanno determinato questa difficoltà da parte dell’Europa a esercitare il benché minimo peso politico?
Di fronte al succedersi di eventi di questi ultimi due anni, a partire dalla guerra seguita all’invasione russa dell’Ucraina a cui si è aggiunto da pochi mesi il conflitto in Medio Oriente provocato dall’attacco di Hamas del 7 ottobre scorso, mi viene da pensare che veramente noi stiamo vivendo la fine del secondo dopoguerra. È una fine di dopoguerra estremamente negativa, perché tutto quello che abbiamo vissuto finora – sia come Europa, sia come Italia – prefigurava un esito ben diverso: il processo di integrazione e di pace che ci ha condotto all’Unione si è come disgregato. La disgregazione è avvenuta dopo che Putin ha invaso l’Ucraina: può forse sembrare eccessivo quanto affermo, ma è un fatto che – nonostante gli aiuti inviati dall’Occidente all’Ucraina – oggi l’Europa segni il passo.
Non sappiamo nemmeno fin dove gli Stati Uniti vogliano spingersi, né quale strategia abbiano in questo momento, visto che le prossime elezioni presidenziali di novembre possono condizionare le scelte e la situazione potrebbe anche deteriorarsi di più. Dopo la caduta del Muro di Berlino e la fine dell’ordine bipolare di Jalta, l’allora leader del Cremlino Michail Gorbaciov aveva lanciato un segnale di solidarietà mondiale molto importante. A quel punto l’Europa avrebbe dovuto costituirsi davvero e fare un grande salto in avanti per essere davvero un’Europa unita, solidale e sovranazionale: purtroppo, i governi europei non lo hanno compreso per tempo e non si è riusciti a compiere il cambiamento che la nuova situazione mondiale richiedeva.
La sovranazionalità non si è affatto sviluppata, poiché è stata messa in crisi dai crescenti sovranismi resi più forti dalle difficoltà generate dalla globalizzazione. Questo desta grande preoccupazione, compresa quella di un maggiore isolamento dell’Italia nel contesto europeo, perché il governo attuale ha la sua caratteristica nell’equivocità. Di recente abbiamo visto il vice-presidente del Consiglio riunire in convegno a Firenze i leader sovranisti degli altri Paesi contrari all’Unione, mentre l’indirizzo di governo dovrebbe essere atlantico ed europeo. In altri tempi, quando il valore politico delle azioni contava, ciò avrebbe portato a una crisi di governo perché in netto contrasto con l’obiettivo di rafforzare in senso sovranazionale le istituzioni dell’UE. Occorre che ci sia un’armonia istituzionale e politica fra le nazionalità e la sovranazionalità.
D’altra parte, il segnale di un’insostenibile contraddizione proviene da un altro fatto, confinato solo nella cronaca dai giornali senza essere adeguatamente evidenziato. All’ultimo Consiglio europeo, per ottenere la sua astensione sugli aiuti all’Ucraina, al presidente ungherese sono stati garantiti dieci miliardi di euro: in pratica siamo arrivati al mercimonio, così come in precedenza si era fatto con la Turchia o con la Tunisia per contenere gli sbarchi degli immigrati.
Di certo così non si costruisce l’Europa unita. Oggi essa vive una crisi che non tiene conto delle potenzialità che aveva e del ruolo che potrebbe esercitare. È inconsapevole anche della sua forza, della sua tradizione culturale di libertà e di democrazia. In questo panorama, credo che la sfida mondiale sia molto difficile. Il mondo sta attraversando un periodo di crisi incredibile per mille ragioni obiettive, ma soprattutto per ragioni di ordine culturale e democratico. Oggi le democrazie sono contestate dalle autocrazie e quindi è la democrazia stessa in crisi, così come lo è il coordinamento tra gli Stati che dovrebbe essere una forza dell'Europa, per cui guardo con grande pessimismo al prossimo futuro.
Le crisi internazionali hanno, com’era inevitabile, ripercussioni sull’economia. La Germania, un tempo locomotore del continente, versa in una situazione sempre più critica con conseguenze che investono pure il cosiddetto asse franco-tedesco, un tempo immaginato come il perno sul quale costruire una ulteriore evoluzione del processo di unità politica. Sotto questo aspetto l’UE continua ad essere modellata da un sistema istituzionale che ne favorisce la delegittimazione: una Commissione non eletta dai cittadini, un Parlamento inadeguato ad assumere un indirizzo politico e, infine, un Consiglio d’Europa formato da governi restii a coordinarsi davvero tra loro. Insomma, abbiamo un’impalcatura assolutamente priva degli strumenti con cui si risponde a quanto sta accadendo nel mondo. Per di più mancano le realtà in grado di alimentare una cultura che esprima davvero l’idea di “patria europea”: altrove, negli Stati Uniti ad esempio, operano migliaia di think tank che offrono una chiave di lettura di eventi e problemi nei termini di una comune identità nazionale. A Bruxelles non esiste niente del genere e ogni singolo Stato ragiona sempre in un’ottica soltanto nazionale. Qual è la sua valutazione in merito?
Mi rifaccio alla mia esperienza di parlamentare europeo di più legislature. Alla fine del secolo scorso, stavamo costruendo una Unione europea, prima a sette e poi a quindici Paesi, con caratteri omogenei. Si stava, cioè, trovando un sistema di coesione fondato sulla solidarietà di intenti. Prendeva allora forma quel “diritto europeo”, fatto di istituti giuridici e civili, che avrebbe potuto valere in tutto il territorio europeo, riguardando sia l’organizzazione delle società che le regole comuni per le azioni dei vari soggetti sociali ed economici. Ebbene, quel processo si è interrotto quando si è deciso – per troppo entusiasmo o per colpevole imprevidenza è difficile dirlo – l’allargamento ai Paesi europei un tempo di oltre cortina. I Paesi dell’Europa dell’Est, che hanno portato a ventisette i membri dell’UE, provenivano da esperienze molto diverse che impedivano una coesione di indirizzo.
Dal 2005 in poi, con l’ingresso dei Paesi che erano sotto il dominio sovietico, il Parlamento si è come imballato e, secondo me, la scelta compiuta allora da Prodi è stata per lo meno affrettata. Questi processi, nella storia, richiedono molto tempo e non possono realizzarsi da un anno all’altro. Noi venivamo da guerre, che per secoli hanno visto contrapposti vari Paesi europei. Il miracolo del secondo dopoguerra è stato che l’Europa, grazie all’operato di grandi statisti quali De Gasperi o Schuman, ha smesso ogni conflitto per costruire una solidarietà istituzionale e politica. L’interruzione di questo processo fa segnare il passo anche al diritto europeo che ora, lo dico da giurista, è rimasto a metà tanto che penso gli studenti stessi se ne accorgano. Come insegnavano gli antichi romani, il diritto viene dai fatti e si devono determinare dei fatti per poterli organizzare e disciplinare. Si era riusciti a disciplinare alcuni fatti e comportamenti, trasferendoli in istituti giuridici europei, ma poi non si è proseguito.
Un’interruzione che ha avuto conseguenze negative, perché da democratico e liberale ritengo che l’economia si sviluppi se c’è libertà e democrazia e quindi solo se le istituzioni prevalgono sull’economia. Il mercato deve certamente esistere, ma va guidato da un’intelligenza politica. All’Europa sta mancando tutto questo e ne conseguono le criticità e i problemi che oggi riscontriamo. Mancando grandi statisti del livello di coloro che credettero nell’ideale europeo, comprendo bene che è difficile trovare una terapia. La terapia è fare quello che immaginarono De Gasperi e Schuman, anche perché il mondo si aspetta proprio questo: è necessaria una presenza dell’Europa, che sia protagonista di primo piano. Un’Europa alleata dell’America, ma a parità di condizioni così come anche la NATO deve avere una sua autonomia ed eseguire la strategia degli Stati componenti. Di fronte alla mancanza di statisti come Churchill che in qualche modo determinavano quello che l’Europa dovrebbe essere, mi auguro che la collegialità politica europea possa sopperire.
Ma a prescindere da questa carenza di leadership, l'Europa si pone delle domande di base circa la sua evanescenza? Fra non molti anni, il calo demografico farà sì che l’Europa conterà un quarto degli abitanti dell’Africa. Come attendersi uno scatto nel senso dell’ambizione sovranazionale che prima lei auspicava, dal momento che l’Europa non ha costruito alcuna azione di difesa dei propri diritti, dei propri territori ed ambiti culturali…
Io credo che il nazionalismo e la sovranità esasperata siano un dato prettamente negativo. D’altra parte, in Italia stiamo facendo scelte veramente pericolose. Tutti i Paesi del mondo tendono ad aggregarsi, a trovare punti di indirizzo unitari, sia pure nella distinzione amministrativa delle province e delle regioni. Esasperare il sovranismo a tal punto da minare quell'unità d'Italia costata tanti sacrifici nella nostra storia, incide negativamente anche sull'Europa senza quasi che ce ne accorgiamo. Dovrebbe allarmare un’autonomia differenziata che rischia in concreto di portare alla formazione di aree forti al nord e di aree deboli al sud. Aggraverebbe il divario che per settant'anni abbiamo cercato di mitigare e in qualche modo abbiamo ridotto rispetto alla lacerazione degli anni del dopoguerra. Il vecchio ambiente meridionale in gran parte è stato superato: nella storia di questi settant'anni, abbiamo registrato un avvicinamento tra nord e sud.
Sostengo che scelte come queste sono contro la costruzione dell'Europa, perché lo spezzettamento dell'Italia in vari “staterelli” ci riporterebbe a due secoli indietro e quindi alla difficoltà di poter colloquiare e di essere inseriti in Europa. Questa è una cosa fondamentale, così come è importante avere un’architettura costituzionale che sia coerente con le costituzioni del resto d’Europa. Di tutto ciò, però, non ce ne occupiamo. Sembra che i capi di governo non se ne avvedano e scontiamo appunto una Commissione fatta da persone che non rispondono all’elettorato, prive di un rapporto diretto democratico con chi vota e con il protagonismo dell'elettore.
L’Europa non si costruisce burocraticamente, né tanto meno autoritariamente da parte dei ristretti circoli di Bruxelles. Oggi manca il protagonismo politico, che in parte c’era all’epoca della Merkel quando c'è stato il rapporto forte tra Germania e Francia, che oggi è in crisi come accennato in precedenza.
Autori come Federico Chabod ci hanno insegnato che fuori dalla storia l’Europa non esiste, perché l’Europa non è solo un sogno o un ideale, ma un’identità storico-politica e culturale. È un’interpretazione non tanto lontana da intellettuali che provengono da altri filoni, come Habermas –– ultimo esponente della Scuola di Francoforte – per il quale il rafforzamento del processo unitario è un atto non solo necessario, bensì obbligato pena appunto la deflagrazione. Serve a sottrarsi dall’impazzimento derivante dallo squilibrio tra politica e mercato, che la nascita della moneta unica da sola non ha finora contribuito a scongiurare essendo mancati quegli strumenti capaci di dare compattezza e compiutezza a un’identità europea…
L’euro è diventato un dato irreversibile e quindi bisogna soltanto migliorare, altrimenti facciamo solo retorica o economia astratta. Il problema consiste piuttosto nel far sì che le scelte politiche muovano in coerenza con il disegno strategico, altrimenti si accrescono i motivi di destabilizzazione. Si tratta di scelte che toccano la carne viva dei cittadini italiani ed europei, la loro cultura e i loro ideali. Intellettuali come Chabod e gli altri che si sono spesi per indicare il profilo culturale e ideale dell’Europa, sono intellettuali che certo non immaginavano potesse ridursi soltanto a un’Europa burocratica ed economicistica.
Senza una reale strategia politica che fissi i criteri dello stare insieme, potranno sempre verificarsi episodi come quello prima citato dell’Ungheria, la quale dimostra di porsi fuori e contro il perimetro dei principi ispiratori dell’Europa. Per riaffermare l’ideale dell’Europa è necessario comprendere che esso dev’essere parte integrante della coscienza in primo luogo dei cittadini europei. Altrimenti sarà inteso soltanto come qualcosa di astratto, favorendo nei fatti il prevalere dei nazionalismi.
Per questo occorrerebbe una continua narrazione positiva della sovranazionalità: serve a difendere i valori propri dell’Europa come identità culturale, per la vita e la libertà di ognuno di noi. Nell’unire insieme gli Stati europei risiede la speranza dell’avvenire, cosicché le nuove generazioni possano continuare a vivere nella libertà e nella democrazia.
(da Quaderni Radicali n. 119 / Maggio 2024)