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16/07/24 ore

POESÌ di Rino Mele. Una donna tra i morti



Le nostre dita finiscono col rimanere legate mentre s'industriano a sciogliere arcani enigmi, figure col nostro irriconoscibile volto, il ripetersi nella veglia del sonno, le piccole colpe ineludibili, i singulti del pianto dell'infanzia dimenticata, le voci di coloro che, senz'ali, sono volati via.  

 


 

RINO MELE

 

 

Una donna tra i morti

 

 

Se tornasse, non riconoscerebbe 

nessuno, 

questa stanza dove siamo le sembrerebbe

bianca di calce, vuota, le nostre voci

un confuso rumore d’api, 

la chiameremmo 

per nome, si siederebbe accanto a noi, 

stanca per la fatica d’essere morta.

Euridice arrivò sulla soglia,

poi fu tirata indietro da un terribile vento.

In questa grande sala d’aspetto, 

o è una collina - l’erba bagnata dall’acqua

mattutina - al volto, riflesso 

in un vetro, parliamo, a quel vano apparire 

chiediamo il nome,

la voce s’inceppa, rispondiamo 

a noi stessi, l’orrore

di non conoscere il nostro volto.

Intorno, una struttura circolare, su cui

ininterrottamente 

sono proiettate immagini

d’una guerra infinita. C’è una sedia vuota,

un libro, l’ombra di un cane.

Se tornasse chi è morto:

per dire al suo sconfinato silenzio, 

alla sua figura d’aria, il nostro stupore 

dovremmo avere parole 

originarie come il pianto. Fuori, 

nessuno 

vede il passero fermo sulla neve.

 

  

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Rino Mele (Premio Viareggio Poesia 2016, terna finale con “Un grano di morfina per Freud", ed. Manni) scrive, il venerdì e il martedì, su “Agenzia Radicale”. Dal 2009 dirige la Fondazione di Poesia e Storia. Il nome della rubrica è “Poesì”, come nel primo canto del “Purgatorio” Dante chiama la poesia.

 

 

 

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