08/01/26 ore

POESÌ di Rino Mele. Flagello e geometria di Dio



Nel Vangelo di Giovanni (2, 15) leggiamo l'episodio impensabile che ci stupisce a ogni nuova lettura: Gesù caccia i mercanti dal Tempio con una rudimentale sferza, un flagello, un intreccio di cordicelle che aveva imparato a mettere insieme da ragazzo e che in quell'istante di estremo sdegno si ritrovò tra le dita. E mentre rovescia i banchi dei cambiavalute, i venditori di buoi, pecore e colombe ebbero timore della sua voce, dell'alzarsi della sua mano, e del giovanile flagello. Fu allora che il Tempio ritrovò il respiro e il silenzio.

 

 

 

 

 

RINO MELE

 

 

Flagello e geometria di Dio

                                                         

                   

                                                                      et cum fecisset flagellum de funiculis

                                                                                        (Giovanni, 2, 15)

 

Come tutti i bambini, Gesù
giocava con quello che trovava, pezzi
di legno
appena segati
nella bottega da falegname del padre,
nell’odore di colla calda 

e il fuoco azzurro 
della piccola fornace sempre accesa,
gli stracci colorati

per farne bandiere, corde sottili,
funicieddi
per legarsi alle ali degli angeli e vedersi
volare. 
Un'improvvisa frusta,
un flagello, il gioco
dell’intreccio di tre sottili corde
quasi musicali, 
legate dal salto delle dita - risuona

nell’aria 
e impaurisce. 
Flagello per punire
flagello per misurare, ordire, dividere, 
flagello 
per legare alla colonna: 
mentre la corda centrale 
è tenuta ferma, le altre due le girano 
intorno, libere
dalla successiva sottomissione, fino a
creare uno strumento di tortura, 
un tormento,
il segno di un solco che resti nella carne 
e, ferendola, la impedisce e imprigiona:
se non sei più forte del dolore,
dalla casa 

del tuo corpo non esci più.
Gesù intrecciava quegli spaghi, tesseva
fili abbandonati:
ed era questa la rappresentazione
plastica del dolore di pensare:
urtare il vuoto 

e tornare, 
per salvarsi dalla nebbia confusa 

di esistere,
mettere insieme ciò che è lontano, unire
definire, permettere
alle parole di significare.
Così, quando entrò nel Tempio e vide
il suono
di pecore e buoi che aspettavano 

d’essere venduti, 
e colombe che improvvise stridevano,
ferme nell’aria, 
e i cambiavalute nella curiosità del denaro,
diviso in piccoli misere=

voli mucchi, aprì le dita vuote: 

e allora piccole corde s’intrecciarono,
divennero pietra 

e aria, flagello, perché liberasse 

dalla fredda 

pioggia quei volti devastati dal sonno.

 

 

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Rino Mele (Premio Viareggio Poesia 2016, terna finale con “Un grano di morfina per Freud", ed. Manni) scrive, il venerdì e il martedì, su “Agenzia Radicale”. Dal 2009 dirige la Fondazione di Poesia e Storia. Il nome della rubrica è “Poesì”, come nel primo canto del “Purgatorio” Dante chiama la poesia.

  

 

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