Nel Vangelo di Giovanni (2, 15) leggiamo l'episodio impensabile che ci stupisce a ogni nuova lettura: Gesù caccia i mercanti dal Tempio con una rudimentale sferza, un flagello, un intreccio di cordicelle che aveva imparato a mettere insieme da ragazzo e che in quell'istante di estremo sdegno si ritrovò tra le dita. E mentre rovescia i banchi dei cambiavalute, i venditori di buoi, pecore e colombe ebbero timore della sua voce, dell'alzarsi della sua mano, e del giovanile flagello. Fu allora che il Tempio ritrovò il respiro e il silenzio.
RINO MELE
Flagello e geometria di Dio
et cum fecisset flagellum de funiculis
(Giovanni, 2, 15)
Come tutti i bambini, Gesù
giocava con quello che trovava, pezzi
di legno
appena segati
nella bottega da falegname del padre,
nell’odore di colla calda
e il fuoco azzurro
della piccola fornace sempre accesa,
gli stracci colorati
per farne bandiere, corde sottili,
funicieddi
per legarsi alle ali degli angeli e vedersi
volare.
Un'improvvisa frusta,
un flagello, il gioco
dell’intreccio di tre sottili corde
quasi musicali,
legate dal salto delle dita - risuona
nell’aria
e impaurisce.
Flagello per punire
flagello per misurare, ordire, dividere,
flagello
per legare alla colonna:
mentre la corda centrale
è tenuta ferma, le altre due le girano
intorno, libere
dalla successiva sottomissione, fino a
creare uno strumento di tortura,
un tormento,
il segno di un solco che resti nella carne
e, ferendola, la impedisce e imprigiona:
se non sei più forte del dolore,
dalla casa
del tuo corpo non esci più.
Gesù intrecciava quegli spaghi, tesseva
fili abbandonati:
ed era questa la rappresentazione
plastica del dolore di pensare:
urtare il vuoto
e tornare,
per salvarsi dalla nebbia confusa
di esistere,
mettere insieme ciò che è lontano, unire
definire, permettere
alle parole di significare.
Così, quando entrò nel Tempio e vide
il suono
di pecore e buoi che aspettavano
d’essere venduti,
e colombe che improvvise stridevano,
ferme nell’aria,
e i cambiavalute nella curiosità del denaro,
diviso in piccoli misere=
voli mucchi, aprì le dita vuote:
e allora piccole corde s’intrecciarono,
divennero pietra
e aria, flagello, perché liberasse
dalla fredda
pioggia quei volti devastati dal sonno.
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Rino Mele (Premio Viareggio Poesia 2016, terna finale con “Un grano di morfina per Freud", ed. Manni) scrive, il venerdì e il martedì, su “Agenzia Radicale”. Dal 2009 dirige la Fondazione di Poesia e Storia. Il nome della rubrica è “Poesì”, come nel primo canto del “Purgatorio” Dante chiama la poesia.

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