di Stefano Folli
(da ilsole24ore.com)
Marco Pannella si sta spegnendo in una clinica romana, combattendo con gli strumenti di sempre, in modo irriducibile, la sua battaglia civile. E gli strumenti sono la tortura inflitta al suo corpo, simbolo in questo caso delle torture carcerarie e più in generale della richiesta di giustizia per la quale il leader radicale, a 82 anni, non cessa di fare udire una voce sempre più debole. È una tragedia che si avvicina al suo esito fatale.
Ieri i medici curanti hanno parlato di «danni renali irreversibili». L'impressione è che manchi davvero poco prima che accada quello che la ragione si rifiuta di accettare. Può un uomo politico nel senso più fiero del termine, un protagonista di cinquant'anni di storia civile del Paese, concludere la sua esistenza nell'Italia del 2012 con uno sciopero della fame e della sete quasi fosse un militante indipendentista nell'India coloniale? O un irredentista di Dublino nel pieno di una guerra civile? C'è qualcosa di assurdo e di terribile in questa vicenda.
È chiaro che Pannella considera la consunzione alla quale ha condannato il suo corpo una sorta di metafora della condizione di illegalità - e di sordità di fronte all'ingiustizia - in cui egli vede sprofondata l'Italia di oggi, dove la politica ha cessato di corrispondere a un ideale. Il lento, inesorabile suicidio del vecchio combattente diventa quindi una severa condanna della democrazia malata in uno dei suoi snodi cruciali: il rispetto dei diritti umani.
Rispetto a questa tragedia personale, il silenzio del mondo politico e in buona misura della stampa è quanto meno una prova di cattiva coscienza. Nel corso degli anni troppi hanno fatto della mediocre ironia sugli scioperi della fame di Pannella...
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