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26/03/17 ore

I diari di Nenni: dalla parte di Craxi, la simpatia per Pannella



di Paolo Mieli

(dal Corriere della Sera)

 

A Capodanno del 1980, quando Pietro Nenni morì, un suo vecchio amico, Dino Gentili, raccontò che pochi giorni prima l’anziano leader socialista gli aveva confidato le sue perplessità circa la conduzione del Psi da parte di Bettino Craxi, in quel momento sotto il fuoco concentrico dei suoi compagni di partito (si salvò soltanto grazie alla defezione di Gianni De Michelis dalla sinistra lombardiana e dal campo dei cospiratori). Gentili raccontò che Nenni aveva lasciato un memoriale in cui argomentava punto per punto le riserve sul suo delfino. La figlia di Nenni, Giuliana, sostenne che tra le carte del padre non c’era traccia di quello scritto e lasciò intendere che la rivelazione fosse parto della fantasia di una persona ostile al segretario socialista.

 

Adesso che vengono pubblicati (da Marsilio) i diari di Nenni tra il 1973 e il 1979 — con il titolo Socialista libertario giacobino — si è portati a dar ragione alla figlia dello statista, dal momento che in quelle pagine non c’è traccia di qualcosa che assomigli neanche vagamente al memoriale di cui aveva parlato Gentili. Anzi nell’ultima annotazione, quella del 21 dicembre 1979, si parla di «accusa ingiusta» rivolta a Craxi e si accusano i capi del Psi da Nenni incontrati in quei giorni — da Riccardo Lombardi a Giacomo Mancini a Gaetano Arfè a Mario Zagari — di essere «interessati prevalentemente alle beghe del partito più che allo stato drammatico del Paese». Per poi aggiungere: «Purtroppo così fu nel biennio rosso 1919-21 e in modo ancora più accentuato nel biennio nero 1921-22». Parole che non sembrano appartenere ad una persona intenzionata a condividere l’iniziativa per far fuori Craxi.

 

Certo, si potrebbe insinuare che ai due curatori, Paolo Franchi e Maria Vittoria Tomassi, quelle carte non siano state fatte vedere. Ma sarebbe bizzarro, dal momento che in altre parti delle memorie sono state rigorosamente conservate (e pubblicate) annotazioni critiche nei confronti dello stesso Craxi. A partire da quella del 16 luglio 1976, quando il leader socialista, a coronamento della manovra che spodestò Francesco De Martino, fu eletto segretario del Psi. Quel giorno Nenni scrive che avrebbe meritato maggior attenzione la «candidatura» di Antonio Giolitti. Poi un’annotazione severa: «Craxi, per parte sua, arriva dove voleva senza imbrogli, anche se non per la sola via che conta, quella di un confronto politico di fondo… Infatti al Comitato centrale non ha neppure parlato». Colpa del fatto che, scrive Nenni, «attendere la propria ora non è più una virtù». Qui sì che Nenni prende le distanze da lui, rilevando come fosse «il candidato in primo luogo di Mancini, dei giovani della sinistra, di una parte dei demartiniani». I giornali, aggiunge, «lo dicono mio delfino; lo è stato nel 1969, quando io fui battuto in un Cc più drammatico di quello attuale, sulla questione della unificazione… In questi ultimi tempi faceva parte a se stesso». Però poi non gli farà mai mancare una nota di affetto.

 

Ai tempi del sequestro di Aldo Moro apprezzerà la sua scelta di sottrarsi all’«isteria della ragion di Stato». E allorché nel luglio del 1979 il presidente della Repubblica Sandro Pertini gli affiderà l’incarico di formare il governo, lo paragonerà a Giulio Andreotti e scriverà: «Della generazione che ci ha sostituito è per certo il meglio preparato… Impossibile per me dargli l’appoggio che vorrei. Indirettamente gli serve un motto che circola per tutto il Paese: Nenni ha seminato, Craxi vendemmia. Così fosse!».

 

«Ai numerosi apprezzamenti», rileva con acutezza Paolo Franchi, «corrispondono quasi altrettanti rilievi critici, spesso riferiti, i primi come i secondi, allo stile di comando dell’uomo». In generale, però, Nenni, prosegue Franchi, «sostiene, seppure con il distacco dettato dalla sua età e dal suo rango, il nuovo segretario, assai più di quanto avesse fatto con i suoi predecessori». Peraltro l’anziano leader si era da tempo allontanato dalla politica attiva. Non senza una punta di amarezza. E gli uomini politici della generazione successiva alla sua?

 

Nel febbraio del 1974 Nenni prende nota dei primi passi di Ciriaco De Mita, che sarà il rivale democristiano di Craxi. Lo fa in margine allo scandalo dei petroli e all’attività di quelli che furono chiamati i «pretori d’assalto». Riferisce che Giolitti ha sentito il «ministro De Mita» che diceva a Mariano Rumor: «Questi pretori sono dei banditi». Nenni non è d’accordo: «Sono semmai degli sprovveduti ma riflettono una volontà di pulizia morale e di onestà amministrativa che finirà per prevalere se tutto non dovrà essere sommerso e perduto di quanto fu creato trent’anni orsono». E sul finanziamento pubblico dei partiti scrive: «Un orrore, direi anch’io con Terracini».

 

Simpatia per l’anziano comunista libertario Umberto Terracini oltreché nei confronti del giovane ancor più libertario Marco Pannella e delle sue campagne per divorzio e aborto. Colpisce la sua diffidenza nei confronti dei sindacati. Affronta il tema del «carattere degenerativo e festaiolo della scioperomania». Un caso che riguarda il personale della Rai-tv: «lo sciopero doveva essere di quattro ore e si è risolto invece nell’abbandono del lavoro per tutta la giornata e in un ponte supplementare di tre giorni. Tre giorni di vacanza e non di lotta!». Ancora il 25 marzo del 1975: «Scioperi su scioperi. Oggi sciopero generale del pubblico impiego, ferrovieri compresi, direttamente rivolto contro il governo… nessuno sembra porsi il quesito: e poi? Eppure bisogna porselo, visto che lo sciopero è un mezzo, non il fine».

 

Resta in lui la delusione per le elezioni presidenziali del 1971, quando gli è stato preferito Giovanni Leone. Ma non nutre risentimento verso Leone, sul cui coinvolgimento nell’affare Lockheed manifesterà più di un dubbio. Piuttosto, riferisce, «non fui sostenuto quanto era necessario da Mancini, che era allora alla segreteria del Partito e forse neanche da De Martino». A decidere per Leone al Quirinale, scrive, «furono Saragat e La Malfa che gli portarono i loro voti». Si giustificarono «con l’argomento fasullo che io finivo per essere il candidato dei comunisti». Ma «in nessun caso io potevo essere eletto». Un’assemblea «moderata come il Parlamento non poteva fare di me, uomo della Settimana rossa, il capo dello Stato».

 

Definisce una «posizione coraggiosa» quella di Enrico Berlinguer sul compromesso storico. Tiene però a precisare che «in verità si può governare con il 51 per cento dei voti; lo ha fatto e lo fa addirittura con il 47-48 per cento la socialdemocrazia svedese, lo ha fatto la socialdemocrazia tedesca». Critica i ritardi del Pci sulle società dell’Est e quando un gruppo di intellettuali comunisti si pronuncia contro la repressione in Cecoslovacchia, il suo commento è: «Alla buon’ora!» (13 gennaio 1977). Ai tempi del referendum sul divorzio, tra il 1973 e il 1974, segue la vicenda con grandi speranze attenuate da un qualche disincanto. Riferisce di un incontro con il comunista Paolo Bufalini che vorrebbe evitare il referendum ufficialmente per il timore di perderlo, in realtà per non far morire sul nascere la politica del compromesso storico.

 

Apprezza, come si è detto, i radicali di Pannella. A referendum vinto racconta delle congratulazioni ricevute dal laburista britannico Harold Wilson e dal socialista francese François Mitterrand. Ma subito dopo, colti i segnali provenienti dalla politica, conclude sconsolato: «Il referendum? Due o tre giorni di entusiasmo, poi tutto finisce in scetticismo e scoraggiamento». Poi quando Pannella entrerà in Parlamento, nel 1976, saluterà il suo come un «debutto clamoroso», prevedendo che saprà dimostrare «quanto può fare anche un piccolissimo gruppo se sganciato dalla ipocrisia delle concessioni tra governo e opposizione». Ma quando i seguaci di Pannella (assieme a qualche socialista) si batteranno per estromettere dal Quirinale Leone, sarà tra i pochi a vedere per tempo tutti i problemi dell’operazione: «Possibile che i radicali non se ne rendano conto? Possibile che ci siano socialisti accecati dalla demagogia al punto di non vedere a quale rischio esporrebbero la Repubblica?»...

 

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