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04/08/20 ore

Stefano Folli: C'era una volta l'Europa



di Stefano Folli (da la Repubblica 16 marzo 2020)

 

Tutti coloro che per lunghi anni hanno creduto nell'Europa oggi devono cerchiare la data sul calendario con un lapis nero, in mancanza del sassolino ugualmente nero usato dagli antichi romani per segnalare i giorni funesti. E la ragione va cercata a Berlino.

 

Lì, nella capitale della nazione egemonica in Europa, il perno dell’architettura economica e istituzionale su cui si regge l'Unione, lì si è deciso di cancellare in un attimo la convenzione di Schengen, ideata circa trent'anni fa per consentire la libera circolazione di persone e cose tra Paesi che si erano combattuti per secoli.

 

Schengen da tempo non era più il semplice nome di una piccola città del Lussemburgo: era il simbolo di un accordo storico, emblematico della nuova Europa che voleva abolire i confini e con essi i fantasmi del passato. Schengen ambiva a costituire l‘emblema dello spirito di solidarietà tra popoli diversi, il segno di quel destino comune che ormai abbracciava tanta parte del continente: o almeno si pretendeva che così fosse.

 

Purtroppo il virus in poche settimane ha spazzato via l'illusione. Segno che essa era già incrinata dalla realtà, offuscata dallo scetticismo diffuso. Si dice che quegli accordi non sono stati cancellati, bensì solo «sospesi»: un’espressione più garbata e blanda. Ma forse è finito il tempo della camomilla: se qualcosa si può e certo si deve fare per salvare la sostanza dell'Europa, quello che serve è prima di tutto il linguaggio crudo della verità.

 

Non è un evento trascurabile, quasi di ordinaria amministrazione, che di fronte alla pestilenza la Germania chiuda le frontiere, imponendo controlli come nell’era degli Stati nazionali. Perché questa scelta smentisce proprio il valore di fondo, o se si vuole l'utopia su cui si è cercato di edificare l'Unione: il progressivo e armonico superamento degli egoismi; il venir meno non solo dei nazionalismi, buttati nella pattumiera della storia, ma anche del principio di nazionalità, ossia quel che resta del patriottismo nel mondo di oggi.

 

Ma questo disegno ha perso via via il suo slancio. Lo ha perso quando la politica non ha saputo mostrarsi all’altezza della sua missione o almeno dei suoi sogni, arrendendosi alla burocrazia. Quando la moneta unica è diventata un traguardo e non un punto di partenza. Quando in Grecia i conti pubblici sono stati risanati a prezzo di una sofferenza sociale intollerabile. Quando si è capito che nell'Unione esiste una rigida gerarchia, certo inevitabile, ma contraddittoria con le speranze di un tempo.

 

Per qualche anno la Banca centrale, sotto il governo di Mario Draghi, ha tamponato le debolezze e mascherato le incongruenze della costruzione europea. Francoforte era il vero centro motore della Ue. Ora non è più così. Non solo per gli errori della Lagarde, ma per qualcosa di peggio: l'assoluta assenza di senso politico mostrata nell'occasione da chi dovrebbe averne in abbondanza dato il ruolo che svolge.

 

Si assicura che la Bce non ha cambiato linea e inonderà di liquidità il sistema colpito dal virus. Vedremo. Intanto la chiusura di Schengen è stata decisa da Berlino in solitudine, in ossequio a una logica nazionale. Non è stata discussa con i partner, non è stata limitata alle frontiere esterne dell’Unione.

 

Si è preferito riattivare i confini uno per uno, così da placare l'elettorato inquieto. E questo mentre gli aiuti sanitari all'Italia arrivano più facilmente dall’astuta Cina che non dai diffidenti amici europei. Il virus ha frantumato le ipocrisie e resta solo la retorica.

 

(da la Repubblica 16 marzo 2020)

 

 


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