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17/06/24 ore

Zelensky a Sanremo non serve all’Ucraina ma all’Italia



di Francesco Sisci

(da formiche)

 

Quasi ogni paese ha il suo rito collettivo annuale. Gli Usa hanno il Super Bowl, la Cina la vigilia dell’anno nuovo cinese, l’Italia ha Sanremo. Le serate sono nate gradualmente a partire dagli anni ’50, ’60 davanti all’allora nuovo focolare sociale della tv. Danno uno spirito nazionale, costruiscono una identità.

 

In Italia il festival della canzone napoletana, un tempo popolarissimo e identitario al sud, con Catullo unica voce autentica di poesia della penisola, secondo Mommsen, è stato rimpiazzato dai versi in italiano. Il neomelodico napoletano rimane una nota di colore. Onnipresente in Campania, a livello nazionale è confinato a colonna sonora dei capolavori di Elena Ferrante o alla tesi dell’ex presidente della camera M5s, 1 vale 1, Roberto Fico.

 

Così ogni focolare collettivo è proiezione, conscia o inconscia, di anima culturale del Paese.

 

Il Super Bowl è forza, violenza, astuzia della tattica, strategia dello schieramento, ma anche fair game. È un gioco militare.

 

La serata cinese è l’aspirazione della tradizione, l’opulenza, l’allargamento della famiglia alla nazione e viceversa. Il tutto condito di musiche, danze, colori che distillano una cultura secolare nel mondo di oggi. È un rito di plastica ma anche vivo, è plastica con un’anima.

 

In Italia l’identità è una canzone. È Volare, il sogno di Modugno di un’Italia pronta al sorpasso. È Trintignant e Fernandel, attori francesi ma incarnazioni di maschere nostrane quanto Totò e Sordi.

 

C’è un pensiero culturale forte dietro le note orecchiabili della riviera dei fiori.

 

Una volta, nell’Italia divisa fra i dialetti, l’ex regno di Napoli, fino in Sicilia, era unito dal napoletano. A Milano l’emigrato pugliese Jannacci intonava in meneghino. Negli anni ’70 i cantautori De Gregori o Guccini, di opposizione, anti governativi, non erano invitati o non volevano andarci per screditare la kermesse filogovernativa.

 

Oggi le app telefoniche individuali stanno rapidamente rimpiazzando il rito del teleschermo domestico, ma Sanremo resiste.

 

Quindi che progetto c’è con l’invito e le polemiche sulla partecipazione del presidente ucraino Volodimir Zelensky a Sanremo? È Amadeus maître a penser che decide? È l’ad della Rai, Carlo Fuortes, celebre filosofo? Gli appellativi non sono ironici, ma reali. Amadeus e Fuortes, gestendo uno snodo cruciale della cultura italiana, sono nei fatti pensatori, che ci pensino o meno.

 

Ha ragione Stefano Folli: le polemiche attuali nascondono controversie che non riescono ad esprimersi in parlamento e nel governo, sono una foglia di fico nazionale. Così la polemica ha già portato il leader ucraino in mezzo alla gente insieme alle canzoni, e fuori dai dibattiti quasi esoterici di geopolitica. Grazie al leader della Lega Matteo Salvini per averlo fatto. Che il presidente vada o non vada in trasmissione a questo punto è irrilevante. La questione è aperta, la curiosità è sollecitata. Se Zelensky non va a Sanremo, registra il suo messaggio in rete e avrà più visioni che in tv.

 

Ciò forse Salvini lo sa: Zelensky è più importante a Sanremo che a Montecitorio. Il dramma dell’invasione dell’Ucraina è già entrato nelle sale da pranzo e forse può spingere i cittadini a ripensare con l’anima, il sentimento, l’aggressione del presidente russo Vladimir Putin. Forse può fare smettere di volere una pace non giusta ma solo egoista?

 

Forse solo il sentimento può fare comprendere la realtà agli italiani, avvolti da mesi nell’indifferente torpore del “che ce frega dell’Ucraina?”.

 

Insieme a questo sentimento cinico cammina uno pseudo realismo intellettuale “la Russia è troppo forte”, “la Russia sconfitta è troppo pericolosa”. Sono posizioni che nascondono una visione onirica della realtà, una mancanza di realismo, perché la realtà è diversa.

 

Il problema reale oggi, piaccia o non piaccia, giusto o ingiusto, è che con 300-400 carri armati pesanti di ultima generazione, ora in arrivo, le armate ucraine potrebbero arrivare fino a Mosca. L’Ucraina in sei mesi potrebbe essere il paese politicamente e militarmente più potente d’Europa e lo spazio fra il Don e lo stretto di Barents il più grande stato fallito della storia.

 

Questa realtà non dipende dalle armi di oggi, ma dalla pazza invasione di un anno fa e dal folle fallimento dei primi 15 giorni di attacco russo. Il resto è solo conseguente.

 

Qui che fa l’Italia? Ma soprattutto, anche se non ci pensa e si rivolge al pur fondamentale Mediterraneo, che finisce nel Mar Nero, a Tartus, base russa in Siria, l’Italia smette di essere “troppo importante per fallire”.

 

Con il destino del paese più esteso al mondo, la Russia, in bilico, con l’emersione di un nuovo grande asse politico dai Baltici alla Bulgaria, con la crisi del modello tedesco, e per contagio, di quello francese, nessuno ha tempo per l’Italia se non gli italiani.

 

Zelensky a Sanremo allora forse non serve all’Ucraina ma all’Italia. Serve agli italiani per sentire che la realtà dell’invasione di Putin li tocca direttamente, che dalle sorti della guerra in Ucraina, e da quello che l’Italia farà per sé e per gli altri a cominciare dai prossimi giorni, dipenderà il destino del paese nei prossimi anni.

 

Quindi forse dobbiamo dire grazie a Zelensky perché aiuta l’Italia.

 

(da Formiche)

 

 


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