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21/09/17 ore

Ma io di arte non ne capisco



Clementina Gily, professore di Estetica e di Educazione all’Immagine della Federico II, presentando giorni fa a Napoli, alla Fondazione Pellegrini Pignatelli, il suo libro "La didattica della bellezza", osservava che le tendenze artistiche d’oggi, essendo deboli e tante, disorientano i critici. I quali, aggiungo, non volendo mostrare il loro disorientamento, lo nascondono con un discorso complicato ed ermetico, da cui non si capisca un granché. Ed è questo, più che le stesse opere degli artisti, che fa dire ai non addetti "Ma io di arte non ne capisco".

 

Gli artisti, quelli veri, anche loro trovano arduo dare espressione a un mondo così confuso. Per di più devono farsi largo tra numerosissimi concorrenti, ugualmente convinti di essere artisti. E che, avendo imparato che creare significa fare qualcosa di nuovo, seguono il suggerimento tutto napoletano che "ogni sturcio è novità".

 

Meglio va per lo storico dell’arte, il quale suggerisce che il segreto per comprendere un’opera d’arte visiva è quello di guardarla, prima di leggere i logorroici manifesti che le sono affissi accanto sulla parete. Ma vaglielo a dire a questi storici che la partizione didattica in pittura, scultura e architettura dell’arte figurativa è ormai del tutto superata. Che oggi c’è soprattutto l’installazione, con la quale l’artista caratterizza uno spazio, spesso uno spazio chiuso, come faceva Paoli, che metteva il cielo in una stanza. E che, per l’installazione, è determinante non tanto l’artista quanto il luogo della mostra e il suo curatore.

 

Così è stato ben scelto il Madre, il napoletano Museo d’Arte Donna Regina, dalle bianche sale luminose, per accogliere gli spazi eretici, rarefatti e sublimi di Ettore Spalletti. Come è stata ben scelta la sede della Fondazione Morra Greco per l’artista Petra Feriancova, che, narratrice di una storia, è alla ricerca delle sue origini. Ed è stato determinante perla mostra di Spaletti al Madre che il curatore sia stato il direttore Andrea Viliani, (tanto che il successo di Spallettial Madre è stato di molto superiore a quelloal Maxxi di Roma). E anche per la Feriancova è stata un fortuna che la sua mostra abbia avuto le cure della giovane, eclettica e compiacente, Alessia Evangelista.

 

Gli spazi della Fondazione Morra Greco sono antichi, storici e del tutto eretici rispetto al modernismo. Sono vecchiotti, consumati, hanno la forza indiscutibile, pur se discussa, del tempo passato. Si trovano all’Anticaglia. Qui si avverte fortissimo il passato: qui, all’Anticaglia, c’era l’acropoli, il luogo sacro della greca Neapolis, sede del tempio e del teatro. Nella stanza da cui la mostra della Feriancova ha inizio, testimoni di un tempo già passato sono i fogli un po’ gualciti appiccicati al muro a far da parato. E a un passato ancestrale, fatto di spavento, sembra riferirsi la sala successiva: buia, ha in fondo uno schermo bianco, sul quale balenanti segni luminosi mettono brividi leggeri, mentre poco visibili elementi rettangolari sono disposti sul pavimento secondo l’elementare logica dell’1 e 2.

 

Altri elementi che si riferiscono a una civiltà primordiale sono delle zanne di elefante, rifatte in stucco oppure genuine testimonianze di caccia, alcune delle quali sono intagliate. Si trovano qua e là nella mostra, appoggiate a qualche elemento o infisse nel muro. A una civiltà primitiva si riferisce anche il pavimento di una sala, tutto ricoperto di argilla. Che richiama la nostra attenzione ai pavimenti originari delle stanze della Fondazione, ricoperti da vecchie piastrelle napoletane, che ricordano l’intelligenza, il gusto e la bravura di tanti artigiani, testimoni di una civiltà sensibile al bello. In questa sala, globi di lampade ricordano l’elemento fondamentale della luce e pelli stese su bastoni l’antica pratica della caccia e le vesti dei primitivi.

 

Ci riferisce Anna Cuomo, la gentile e preparatissima assistente curatrice della mostra, che la Feriancova suggerisce di stendere queste pelli per terra e accovacciarvisi, per guardare più comodamente un filmato anticotto, reportage familiare di un viaggio in Italia, che, essendo in super 8, ha il destino di sbiadirsi ed è già un po’ sbiadito. Simboli poco efficaci, almeno secondo gli storici, forse secondo la loro insipienza, è un elemento cartaceo a forma di una grande spirale con accanto, su una parete, un grande foglio, non completamente srotolato, che riporta la fotografia di un’architettura classicheggiante. Debole il riferimento alla spirale di Tatlin. Di spirali è pieno il mondo artistico e non.

 

Certo, diciamo a conclusione, Petra Feriancova si dimostra critica verso il tempo attuale e si richiama alle origini. Potremmo anche dire che segue la tendenza ecologico-naturalistica, comune ad altri artisti contemporanei. Allo storico questi artisti appaiono come epigoni di quelli che iniziarono, già nell’800, a criticare il razionalismo dell’illuminismo giacobino, quello che si esprimeva con il neoclassicismo.(Che fu poi contrastato da impressionismo, cubismo, fauvismo e da tanti altri ismi..).

 

Ma forse alcuni di questi giovani artisti d’oggi ignorano come un loro antesignano sia stato proprio un esponente, seppure apostatico, di questo illuminismo: Jean Jacques Rousseau, che si mise a vagheggiare un ipotetico stato di natura selvaggio e felice. "Signore - gli scriveva, sfottendolo, Voltaire - vien voglia di camminare a quattro zampe quando si legge la vostra opera".

 

Eppure qualcosa di straordinariamente bello e di straordinariamente attuale, anzi futuribile, appare in una grande sala della sede della Fondazione Morra Greco. Questa sala è nel sottosuolo della Napoli antica ed è coperta da archi che sostengono l’edificio soprastante. Una struttura underground, di una civiltà underground, perché del tutto diversa dal razionalismo classicheggiante e, come tale, poco conosciuta. Questi archi hanno la forma di curve che suscitano "oh" di meraviglia. Queste curve, soprattutto la curva di un arco, quello più in fondo, sono del tutto irregolari.

 

E qui ci viene in mente, a proposito di curve, il principe del razionalismo del ‘600, René des Cartes, detto in Italia, all’epoca, Renato delle Carte, alias Cartesio. Il quale era un militare, ma soprattutto un filosofo e matematico (ricordate gli assi cartesiani?). Questi, esaminando le curve, si accorse che alcune di esse non riusciva a calcolarle, e le bollò come inexactes e irrationnelles, cioè inesatte e prive di logica.

 

Eppure noi vediamo qui a Napoli, all’Anticaglia, (ma anche altrove nei sotterranei di questa città) questi archi inesatti e irrazionali che sostengono interi edifici. Certo una logica ce l’hanno. È una logica naturalistica,che si fonda su una mentalità, una logica e una concezione dello spazio diverse. E’ la mentalità che fu di Pitagora, Parmenide, Gianbattista Vico e di tanti grandi matematici e pensatori "napoletani" conosciuti o pressoché sconosciuti o meglio non riconosciuti ma che davanti a Dio furono grandi lo stesso. (cfr,. "Lo spazio a 4 dimensioni nell’arte napoletana"- ed. Tullio Pironti 2014-che illustra tutto ciò).

 

Adriana Dragoni

 

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Osservazioni sull’arte contemporanea

per la Mostra di Petra Feriancova

Fondazione Morra Greco, a Napoli, largo Avellino 17

fino al 20 gennaio 20015

 

 


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