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25/05/24 ore

Giù la maschera. Intorno alla provocazione di Bonito Oliva: ‘L’Arte? Non esiste. Esiste il sistema dell’arte!’


  • Giovanni Lauricella

Ovvio che, dopo che ci si è divertiti per Carnevale, è il momento di togliersi la maschera; e così nel nostrano mondo dell’arte un terremoto sta avvenendo dopo certe dichiarazioni di alcuni tra i più influenti pensatori del mondo dell’arte.

 

I critici per primi, ma anche artisti e molti altri operatori della cultura, si stanno prendendo a pesci in faccia perché Achille Bonito Oliva, su Robinson di Repubblica, ha rivelato l’arcano che tutti conoscevano bene, della serie “si fa ma non si dice”, rimarcando quel perbenismo stupido che è sostanzialmente la “filosofia” dell’arte.

 

È principalmente di critici, però, che si parlerà perché è in gioco la loro concezione estetica. Un acceso dibattito che, oltre a Repubblica, interessa principalmente Artslife, con delle risposte ad Achille Bonito Oliva a firma di Marco Tonelli, Massimo Mattioli e Roberto Gramiccia, nonché con un articolo apparso su Italy24.

 

L’Arte? Non esiste. Esiste il sistema dell’arte”! - dichiara Achille Bonito Oliva, e aggiunge -  Pensare l'artista come un demiurgo, produttore isolato d'immagini, vuol dire non riuscire a comprendere l'esistenza di una condizione filosofica dell'arte e dell’artista". Patapum! Ecco cadere tutta l’impalcatura che regge il sistema dell’arte.

 

Insomma si scopre che quello che religiosamente guardiamo dentro i musei e gallerie è una patacca, una sola, una fregatura, termini dialettali che meglio esprimono quello che si è voluto rivelare.

 

Che ABO arrivasse a dire cose del genere non mi sorprende: da scrittore prolifico qual è, perché non ha mai scritto la storia dell’arte contemporanea, che sarebbe proprio quello che uno storico e critico dovrebbe fare per dare spessore alle sue idee?

 

Sicuramente, adesso che ha raggiunto una certa età, si toglie i sassolini dalle scarpe e si fa beffa di tutti; tanto ormai non gli possono fare più niente, ha fatto tutto e di più. Il gioco è beffardo, perché adesso tutti quelli che provano ad attaccarlo si fanno del male, segando il ramo dove stanno seduti.

 

Ridicola, anche se lo scritto è ottimo, è la risposta di Marco Tonelli e dei suoi colleghi, in quanto, prendendosela con Achille Bonito Oliva, infangano se stessi e il proprio operato che li ha portati agli incarichi e ai traguardi raggiunti nelle loro brillanti carriere.

 

Insomma si è scatenata una sorta di lotta nel fango, dove tutti si sporcano pensando che è l’avversario a cascare dentro la melma. I nostri critici sono caduti nella trappola scatenata da ABO e giocano al massacro, scatenando l’ilarità di chi li guarda come accade nelle feste popolari.

 

Insomma i nostri personaggi più illustri ci confermano che l’arte è tutta fuffa, che la Transavanguardia, come sostiene ad esempio Marco Tonelli, era una montatura creata da ABO con il sostegno di gallerie, musei, collezionisti ecc. e che adesso è talmente annacquata che nessuno più ne parla e nemmeno viene più citata nei libri di storia dell’arte.

 

Nel 1979, l’anno di nascita della Transavanguardia, correvano nelle menti simili idee; forse gli artisti che a quel tempo innovavano l’arte avranno preso l’idea da Malcolm McLaren, che al quel tempo ne sfornava a iosa in quanto incline ai dettami situazionisti; non a caso fu l’ideatore del film  La grande truffa del Rock 'n' Roll (The Great Rock 'n' Roll Swindle), un film del 1980 diretto da Julien Temple, ambientato in quella Londra che successivamente, nel 1988, partorirà gli  Young British Artists (o YBAs), dei giovani appena diplomati che con molta astuzia si affermarono a livello internazionale.

 

Visto l’età che ha Marco Tonelli, sarebbe carino sapere se agli albori della sua carriera avrebbe preso di petto la Transavanguardia, dicendo pubblicamente che era tutta una truffa, come fa ora: chissà se lo avremmo visto assessore o critico tanto stimato.

 

È bello vedere adesso il carosello che si è scatenato, se la prendono anche per l’arte poveraGermano Celant. Certo che l’anomalia c’è: di fatto molti artisti donano le proprie opere ai musei perché è un investimento. Critici, case editrici e speculatori vari campano alla grande perché, dopo che hanno scritto o detto in favore di un’opera d’arte, facendone lievitare le quotazioni, ne diventano i beneficiari economici anticipatamente rispetto all’artista, che vedrà i frutti del successo sempre in seconda battuta.

 

Come scrissi in un mio libro decenni fa, l’opera d’arte che si mette al centro dell’ attenzione è il vertice basso di una struttura piramidale capovolta, che sostiene economicamente decine se non centinaia di persone, compreso tutto l’indotto che coinvolge anche il turismo. In molti casi l’artista, tra spese di materiali e di studio, riesce appena a sbarcare il lunario, mentre illustri professori non solo ci fanno la loro carriera universitaria, ma a ogni conferenza, incontro o noioso dibattito cui partecipano si riempiono le saccocce, per fumosi discorsi che potrebbe fare chiunque avesse un minimo di cultura.

 

Che i musei e le kermesse, le biennali e i tanti premi siano flussi di denaro da capogiro imperniati su artisti che, tolti i soliti nomi, di denaro non vedono nemmeno quello che si becca un sorvegliante di sala espositiva, e di ciò si potrebbe parlare a lungo. Sono pochissimi quelli che denunciano questo stato di cose perché si rischia di essere ignorati da tutti o, peggio ancora, di non fare carriera. Queste schermaglie tra critici ci danno peraltro la grande soddisfazione di vedere i pescecani che si mordono tra loro

 

Tra le cause di questo dibattito includo la stanca che si è impossessata di tutto l’ambito artistico e culturale in genere, da decenni non c’è più una nuova corrente artistica, nemmeno novità che ti fanno ben sperare, gli artisti navigano a vista e le mostre che si vedono non sono altro che quello da cui scaturiscono: una sorta di appiattimento creativo che sta sotto gli occhi di tutti. Da situazioni come queste si viene fuori con un deciso colpo d’ala che non si capisce da chi dovrebbe provenire vista la mediocrità delle figure di spicco che abbiamo, situazione che per altri versi è lo stesso stallo che abbiamo in politica.

 

Invece di rimanere alle schermaglie chi buttiamo giù dalla torre? Facciamo i nomi?

 

Una volta per tutte, chi scriverà un libro serio di storia dell’arte che delimiti il confine tra arte e truffa?

 

 


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