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22/03/19 ore

'Pietà' di Kim Ki-duk, a proposito di tutta questa violenza



Da una ventina d'anni, il cinema (sud)coreano ha conosciuto notorietà in Occidente e in Italia, grazie a festival dedicati, pubblicazioni, siti internet (per esempio cinemacoreano.it/, che ha da anni sospeso gli aggiornamenti, ma che contiene materiali informativi preziosi). Una notorietà meritata, se si pensa a come essa abbia costruito rapidamente una generazione di degnissimi cineasti come Jang Sung-woo e Im-Sang-soo.

Kim Ki-duk è probabilmente il più rinomato esponente di questa nuova cinematografia. Premiato in alcuni tra i più prestigiosi festival internazionali, è autore fra gli altri di Ferro 3- La casa vuota (2004), Primavera, Estate, autunno inverno... e ancora primavera (2003), Arirang (doc. 2011).

 

Come si vedrà, non porremo in dubbio qui l'inventiva e l'originalità dell'autore (dimostrate in modo convincente per esempio in Ferro 3), le sua qualità tecniche e di capacità di messa in scena. Piuttosto, ci soffermeremo su alcuni aspetti di contenuto di questo suo ultimo film, consacrato con il Leone d'Oro nel 69° Festival internazionale di Venezia, sulla miscela di elementi tematici che lo compongono, le motivazioni del regista stesso, le suggestioni che esso suscita (o che ha suscitato in chi scrive).

 

Il film è la storia di un progressivo cambiamento individuale, della transizione etica e comportamentale di Gang-do (Jung Jin-lee), un giovane uomo che vive da solo e che campa ponendosi al servizio degli strozzini, agisce colpendo con spietata violenza fisica, con una spiccata propensione per la mutilazione degli arti, chiunque non soddisfi le richieste di 'restituzione' di denaro. Una donna, poi, che dichiara di essere la madre che lo ha abbandonato, entra nella vita di Gang-do..

 

Il film è intenso nella recitazione, ha forza visiva in grado di tenere avvinto lo spettatore che non preferisce tapparsi gli occhi nelle scene più scioccanti (ma niente paura: spesso esse sono lasciate deliberatamente incompiute sullo schermo: non c'è rappresentazione gratuita della violenza).

 

Da un punto di vista descrittivo ed estetico non se ne discute l'efficacia. Incontra però un suo limite, a parere di chi scrive, ove si debbano individuare le motivazioni ideali e il 'messaggio' che lo sorreggono.

 

Intanto piuttosto improvvisata e pretestuosa sembra una delle fonti di ispirazione del film, e riflessa nel titolo: la Pietà michelangiolesca scelta come emblema della sofferenza umana e dell'«abbraccio tra madre e figlio».

 

Il regista nelle interviste rilasciate ammette di avere ripetutamente ammirato la grande scultura finita nel 1499, ma il dolore che essa esprime, nel contesto rinascimentale in cui essa fu scolpita, non trova riscontri se non meramente di superficie nel film: il dolore non ha per il regista nessuna connotazione universale, antropologica, non è un dato ineliminabile della natura umana, non sembra racchiudere l'afflato religioso cristiano del capolavoro vaticano, ma è innanzitutto, se non esclusivamente, come Kim Ki-duk ci chiarisce, il portato della società capitalistica contemporanea, della spietatezza della logica del profitto e della speculazione finanziaria.

 

Insomma, quella del regista sudcoreano è anche un'opera sul denaro, sulla corruzione e la depravazione che inevitabilmente esso genera nelle realtà dove vige l'economia di libero mercato. Come se analoghi meccanismi, analoghi rapporti tra denaro, indebitamento, usura, immoralità, violenza ecc. non fossero stati presenti nelle società preindustriali, a partire dalla civiltà classica. E, per altro verso, si ricorderà che lo stesso Michelangelo ebbe come suo mecenate e patrono a Roma un ricchissimo amico banchiere, e collezionista d'arte, Jacopo Galli, colui il quale ottenne per il giovanissimo maestro la commissione della Pietà da parte del pontefice (Alessandro VI).

 

Tutto è ammesso all'artista, anche se non ci si aspetterebbe di sentir fare alla stampa (come invece è accaduto) un bel pistolotto politicamente corretto di ideologia anticapitalistica, applicato alla realtà della Repubblica sudcoreana e al mondo finanziario di Seoul ma non soltanto.

 

Visto che è lo stesso Kim Ki- Duk, con le sue motivazioni un po' schematiche delle ragioni della sua opera, a portarci in questo terreno polemico, gli suggeriremmo (anche noi con un riflesso ideologico?) di verificare, eventualmente trasferendocisi (Pyongjang andrebbe benissimo), se nella Repubblica popolare della Corea del Nord, sotto la dinastia fondata da Kim il Sung, avrebbe eguale libertà di espressione artistica e di critica sociale, in un sistema politico ed economico senz'altro molto diverso da quello da lui posto così duramente sotto accusa.

 

di Giovanni A. Cecconi


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