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20/08/17 ore

M5s, se la web-democrazia domina la politica



di Biagio de Giovanni (da Il Mattino)

 

Grande il disordine sotto il cielo, ma non per questo le cose vanno bene, tutt’altro. I temi si affollano l’un sull’altro, e c’è solo da scegliere. Dovunque volgi lo sguardo trovi un certo caos, un qualche disordine della ragione come la hai conosciuta, e devi stare molto attento a cercar di capire, non diventare il lodatore del tempo che fu, ma nemmeno restar succube dei nuovi scintilii che urgentemente chiedono spazio.

 

C’è, insieme, il fascino di un mondo che cambia e la preoccupazione per la scomparsa progressiva di ciò che ti sembrava solido punto di riferimento. La situazione puoi guardarla da molti punti di vista, ma quel che senti accadere è qualcosa che ha completamente mutato i caratteri del dibattito pubblico, con luci e ombre che dappertutto si incrociano: si dice, con qualche accento di “verità”, che siamo passati dal regime della verità a quello della post-verità. Il tema invade i titoli di molti quotidiani. 

 

Trump ha vinto, si dice, perché la post-verità ha prevalso su tutto; così Brexit; e così possono campeggiare “categorie” diventate politiche, come qui da noi il “grillismo”- Grillo dal palcoscenico alla politica, la cosa è da riflettere con serietà non con ironia- che interpreta se stesso come lotta a quelle che vengono definite le falsità del potere organizzato, ma tenendo un piede ben fermo proprio nel tessuto della post-verità.

 

Questa parola, post-verità, campeggia dappertutto come un fantasma che si pensa, da qualcuno, di dover esorcizzare; ma che ti sta addosso come qualcosa di cui sai che in questione non è semplicemente il modo per liberarsene. Essa agisce in un vuoto, ha occupato il luogo del vuoto lasciato da una politica esaurita, e non la snidi facilmente da lì. Tutto questo accade in un tempo velocissimo, come veloce è diventato ciò che si muove sotto il cielo, e soprattutto ciò che si muove nella “Rete”, questo gigantesco spazio mondiale fatto di parole infinite dove tutto è in relazione con tutto, dove le affermazioni non passano attraverso nessun filtro.

 

Ognuno ha il diritto di dire ogni cosa su qualunque cosa; di stabilire la sua verità che, quando oltrepassa un certo confine, diventa indubitabile voce di una democrazia diretta, una argomentazione condivisa, spesso, da milioni di persone anche quando ha superato un confine di credibilità. Si formano enormi bolle di opinione spesso sul nulla o sul contrario di ciò che è. Tutto è presente, tutto immediatamente può esser detto e disdetto. Il primo movimento che ha capito questo stato di cose, in Italia, è il Movimento Cinque stelle, ed è forse la ragione per la quale, è perfino possibile, resisterà alla catastrofe romana.

 

Che cosa è avvenuto? Sono caduti i vecchi filtri, istituzionali, politici, culturali collocati tra i singoli e il mondo che sta fuori di loro, filtri intorno ai quali abbiamo vissuto un’altra storia. Molti dicono: finalmente! La verità si è liberata dal potere, giacchè era il potere nel suo insieme il luogo del grande filtro, avvinto a partiti, sindacati, stampa, istituzioni nel senso più lato, e a quant’altro nelle democrazie moderne si costituiva in spazio di mediazione e di rappresentanza. Tutto tendenzialmente azzerato, non nei nomi che ancora hanno qualche corso, ma nelle funzioni progressivamente ridotte al lumicino. 

 

E che rimane del grande filtro che è stato per eccellenza lo Stato? Sembra che dello Stato sia rimasto, in una ampia parte della comune sensibilità, quasi solo la casta, ovvero i privilegiati del potere, occupanti abusivi dello spazio pubblico. E fuori di essa, irrompe la libertà della Rete che forma enormi bolle d’opinione pubblica, dove «pubblico» è diventato come un aggettivo sospeso nel vuoto. Finalmente!, molti dicono. Ecco la rivoluzione in atto senza spargimenti di sangue, ma solo tagliando alla base ciò che legava il potere alle sue mediazioni. Il vulnus alla democrazia rappresentativa è senza preedenti, bisognerà vedere che cosa riuscirà a ridarle forma. Il disordine sotto il cielo è sicura promessa di imprevedibili sviluppi. 

 

E qui bisogna pur dire che, nelle democrazie costituzionali, almeno in quelle, il potere è stato un centro creativo di energia, il luogo possibile di una coesione, il tessuto culturale e linguistico che ha tenuto insieme una nazione e il suo contesto storico, ha consentito a forze antagoniste di riconoscersi reciprocamente e di far entrare l’Italia nel mondo moderno. Enormi limiti, ma enormi meriti. E viene un forte dubbio: azzerare le mediazioni soprattutto del potere politico e delle culture politiche organizzate è proprio ciò che rende sempre più liberi i poteri indiretti e anonimi, e il potere non meno vigoroso dei tecnici delle compatibilità, insomma un vero possibile boomerang per i teorici della libertà dal potere. Il potere è ambiguo, nessuno mai lo ha negato. Ma che cosa implica la lotta indiscriminata al potere rappresentativo? Quali ossessioni critiche vengono portare allo scoperto? Quali pulsioni nascoste vengono legittimate? E chi legittima che cosa? Abbiamo avuto esempi lampanti di che cosa può significare il labile voto nella Rete. Di come lì può agire un potere anonimo senza controlli: inutili le citazioni. 

 

Onde il dubbio principale: la Rete è poi davvero la verità che vince sul potere? È proprio così, come avviene nei racconti che girano nella Rete e celebrano il tempo di una nuova libertà da ogni vincolo? Ma è mai stata possibile una libertà senza vincoli? Dove si annida il dettaglio diabolico? Intanto, e in prima istanza, nell’occhio nascosto che tiene insieme il tutto, in quella Bolla che organizza quelli che, circolando liberamente, e parlando liberamente, ne ignorano la forza e vengono però inseriti nel potere dei grandi algoritmi che tengono insieme i nuovi poteri reticolari. 

 

Ma parliamo di qualcosa di più visibile, di meno nascosto. Nel terribile mondo globale dove nuove potenze si sfidano per la vita e per la morte, dove cresce il potere di democrazie illiberali, dove il realismo della geopolitica la fa di nuovo da padrona, è sconfortante l’immagine di una Rete capace di fagocitare le forme di legittimazione della democrazia politica e le sue logiche di funzionamento. La Rete non può avere nessun vincolo interno se non sui margini estremi di un illegalismo conclamato. La democrazia non può esaurirsi nel suo spazio, bisogna resistere a questa tentazione o possibilità. Si lasci questa idea a chi si è tutto costruito intorno a essa, e non si abbia timore di aprire una battaglia culturale non contro la Rete, ma contro una immaginazione che le rende padrona della politica. 

 

Si provi a spezzare questo circolo vizioso che può anche significare una crisi profonda della coesione nazionale cui oggi non pochi, magari inconsapevolmente, stanno collaborando.

 

© Il Mattino (3/1/2017)

 

 


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