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23/10/17 ore

La fine degli ideali europei



di Biagio de Giovanni

(da Il Mattino)

 

Macron non è la semplice reincarnazione del vecchio gollismo, e del nazionalismo e sovranismo francese, secondo la rappresentazione che appare largamente condivisa nei commenti che si occupano del suo protagonismo sfrenato, tornato attuale per l’Italia con la vicenda Fincantieri, ma attivissimo nelle più diverse direzioni: dalla grandeur nel modo di ricevere Trump, o di trattare Putin, dalla chiusura sui migranti, al decisionismo interno sui vertici militari, al rapporto quasi esclusivo con la Merkel per le cose europee, ad altro che ogni giorno giunge da Parigi, e vedremo la prossima.

 

Che il presidente francese si mostri assai attento all’interesse nazionale è troppo evidente per dover essere sottolineato, ma la questione è carica di un altro significato che tocca e incontra la risistemazione dei rapporti di forza e di egemonia all’interno dell’Unione europea, il vero tema che, più o meno sotto traccia, fibrilla dappertutto. Bisogna convincersi, prima che sia troppo tardi: l’Europa sta cambiando pelle, quella che sta in contrastata gestazione da un po’ di tempo sfocerà, mi pare, in una realtà che difficilmente permetterà di riconoscere il senso del progetto originario, nato ancora sulle rovine fumanti della guerra, carico di idealità e convinto di aver dato vita a un processo lineare verso un’integrazione sempre più stretta tra i popoli d’Europa, espressione che ancora risuona nei Trattati europei.

 

Questo scenario, legato a una grande spinta ideale e anche a un altro stato della allora struttura bipolare del mondo, va scomparendo dalla scena; si fa fatica a ritrovarlo non negli articoli dei Trattati dove permangono le continuità giuridico-istituzionali, che talvolta sembrano disegnare gusci vuoti, ma nella effettuale realtà delle cose che il continente sta vivendo.

 

Il protagonismo sfrenato di Macron va interpretato in questa chiave, ecco la lettura necessaria sul lungo periodo, ma un lungo periodo che incomincia oggi. La Brexit, rinchiudendo l’Europa nel suo continente, Terra contro Mare, facendo venir meno un contrappeso culturale, politico, economico, militare è il vero evento che fa epoca, anche se oggi sembra dimenticata nel suo grandioso significato storico-politico dietro le faticose trattative e procedure di uscita.

 

La partita si gioca ora nel continente, e l’occasione per la Francia è straordinaria, senza precedenti, e gli elettori francesi, sensibilissimi a questo, hanno mandato a casa la morta (peraltro dappertutto) socialdemocrazia di Hollande e si sono affidati a un uomo nuovo. Che sta ricollocando la Francia, sparita di scena negli ultimi anni, con una prima fondamentale carta da giocare che è quella di essere, quando la Gran Bretagna sarà uscita, l’unica potenza nucleare del continente, l’unica potenza militare che si erge perfino su una Germania ancora smilitarizzata, e sul resto del continente sostanzialmente estraneo al tema.

 

Metto l’accento sull’aspetto militare, che torna attuale in un mondo minaccioso, ma non si tratta certo solo di questo. Il fatto è che l’Europa che conta si va progressivamente riducendo. L’allargamento dell’Unione alle nazioni dell’Est post-comunista si va rivelando non come l’Europa finalmente riunificata (quanta retorica si è spesa su questo!), ma come in grado di produrre solo una realtà appartata che ha preso anche un nome per distinguersi: Visegrad, una piccola unione nella grande disunione. E se mettiamo da parte quelli che per natura di cose contano poco, e la Spagna che si fa i fatti suoi, a dirigere la partita sono rimasti Germania e Francia e non è azzardato prevedere che tra loro, in un rapporto che non sarà certo facile, si deciderà molto del destino d’Europa.

 

Dell’Italia parlerò tra un momento, per ora mi preme osservare che il tema all’ordine del giorno non è, come pur si dice, la ricostituzione dell’asse franco-tedesco che non si può più formare nello stesso modo del passato, quando erano chiari i ruoli diversi delle due nazioni. Il tema è che la ricostituzione di questo asse, già in corso, è destinata ad attraversare difficoltà e problemi di non poca portata, e prima di assestarsi formerà anche un terreno di lotta politica.

 

Può continuare l’egemonia tedesca sull’Europa con una Francia rinata? Può reggere ancora l’antica divisione dei compiti, Francia potenza politica, Germania potenza economica? Con quale sguardo la Germania di Merkel guarderà alla ripresa francese su tutti i fronti? Una Francia carica di problemi economici e di bilancio, spesso nascosti sotto il tappeto. Problemi e domande aperte che preparano eventi di non facile soluzione.

 

E qui viene l’Italia. È la terza nazione che può dire la sua in Europa e può (potrebbe) condizionare gli eventi che ho appena descritto, provare a partecipare al grande gioco, nazione indebitata ma anche nazione, per tanti aspetti, di prima classe, per di più la più esposta ai grandi contrasti che incalzano alle frontiere. Immagino un suo potenziale ruolo attivo tra Francia e Germania. Ma l’Italia, proprio ora, proprio in questa decisiva congiuntura dove sono in gioco i futuri equilibri d’Europa, non c’è più, o rischia di non esserci più. Non sto dando un giudizio sul governo, che fa quel che può, ma sulla prospettiva, quella vicinissima, quella che conta.

 

La previsione di ingovernabilità è nelle cose stesse. La demagogia dei Cinque Stelle batte alle porte con una evidente egemonia sul dibattito pubblico, nonostante Roma e Torino: dalla casta ai vaccini, e il Pd che spesso, per fortuna non sempre (viva la ministra della Sanità!), insegue. Il Centro-destra ha dentro Salvini che non vuole una Europa diversa, non vuol più l’Europa. Il Pd, diviso dalle lotte intestine, naviga, lo dicevo, nell’incertezza. Aspettiamo la campagna elettorale, consapevoli del carattere decisivo della partita in corso, mentre in Europa si definiscono i nuovi equilibri. Non ha molto senso dire: Dio salvi l’Italia, entrino in campo, piuttosto, tutte le energie possibili e le intelligenze, e le idee non demagogiche per dare un nuovo corso alla nostra storia.

 

(da Il Mattino  del 1 agosto 2017)

 

 


Commenti   

 
0 #7 Jayne 2017-08-27 08:03
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invece a Rosevelt delle infrastrutture gliene fotteva ed a ragione perchè è tramite gli investimenti su quelle che si possono superare le veramente le crisi economiche, non tramite la crescita farlocca dei titoli
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0 #3 ilSocialista 2017-08-02 22:31
intanto le infrastrutture americane sono a pezzi http://www.stradeeautostrade.it/notizie/2017-07-07/infrastrutture-negli-stati-uniti-84-mila-ponti-sono-obsoleti-60495/ perchè a quelle alla finanza ed ai spermanager non gliene frega una mazza; su quelle c'è ben poco la lucrare perchè non è come l'Italia.
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0 #2 ilSocialista 2017-08-02 22:26
a partire dal 2007 il debito pubblico americano è aumentato alle stelle; i disastri della finanza gira e rigira li ha pagati Pantalone; il QE per rimediare alla crisi lo ha pagato sempre Pantalone; e Pantalone ha fatto salire Wall Street a livelli assurdi mostruosamente sopravvalutati rispetto ad una economia che langue; far crescere le borse coi soldi dello Stato, questa è stata la trovata genuiale e furba che la Storia accorderà al monetarimo-libe rismo; così aziende che nei fatti appena galleggiano possono pagare grassi e spropositati compensi ai supermanager; in pratica Pantalone ha pagato la Ferrari ai manager, ha fatto l'assistenza sociale ai ricchi; se tornassse in vita Roosevelt di frontea questo gli prenderebbe un infarto.
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0 #1 ilSocialista 2017-08-02 22:18
l'Europa è un accrocco disastrato, svuotata ad un guscio vuoto dal monetarismo-lib erismo; ma oltre l'Italia ma c'è un'altra nazione indebitata ma di prima classe, anzi di primissisma che casualmente si chiama Stati Uniti d'America; periodicamente riemerge il dilemma del Congresso default/non default http://www.wallstreetitalia.com/dagli-stati-uniti-alert-debito-rischio-default-piu-alto-di-quanto-si-possa-credere/
Un bel default americano sarebbe una mano santa; la fine dell'ambaradan monetarista-lib erista; però la cosa è quanto mai difficoltosa perchè tutti quelli che sul debito e si QE hanno lucrato a man bassa sai opporranno.
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