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23/10/17 ore

Aldo Masullo: Ucciso a calci mentre tutti guardano



di Aldo Masullo  (da ilmattino.it)

 

Nelle grandi culture premoderne i sacrifici di esseri umani incolpevoli erano sempre socialmente ritualizzati come tributi dovuti a divinità irate o a dominatori esigenti. Notissimo è il mito del Minotauro, mostro a cui Minosse, re di Creta, dava annualmente in pasto sette giovinetti e sette vergini, tributo da lui imposto alla città d’Atene. Tali sacrifici non erano mai senza una ragione, essendo immaginati come mezzi necessari per la salvezza della collettività.

 

Le società del nostro tempo, tutte piene di calcolo scientifico, tecnologico ed economico, praticano anch’esse, anzi in ben più larga scala, sacrifici di esseri umani incolpevoli. Ma si tratta di sacrifici senza ragione.



Il sacrificio delle giovani vittime si consuma oggi non per uno scopo, ma come effetto collaterale del funzionamento di un’enorme e demente macchina sociale, che sempre più assomiglia al Leviatano, il mostro biblico evocato nel ‘600 da Tommaso Hobbes per raffigurare il totalizzante potere dello Stato assoluto. Questa volta però lo Stato, ormai «democratizzato», è soltanto l’epifenomeno, potremmo dire, cioè la superfetazione particolare di un meccanismo globale.



Nel secolo scorso se n’è data una rappresentazione esemplare nelle analisi di Michel Foucault, con il modello biopolitico della società disciplinare, basato sul controllo di massa dei corpi. Ma in questo esordio di nuovo secolo, con i profondi mutamenti indotti dall’economia globale e dalla politica neo-liberale, l’incombenza leviatanesca sembra trovare la sua rappresentazione più calzante nel modello psicopolitico del controllo delle menti.



Come osserva il filosofo Byung-Chul Han, la pratica invasiva dei big data, rendendo leggibili dal potere i nostri desideri, anche inconsapevoli, funziona come un pan-opticon digitale, assai efficiente nel selezionare gl’individui privi di valore economico e in quanto «spazzatura» escluderli dal sistema. Gl’individui integrati invece sembrano soddisfatti, perché credono di essere liberi: non capiscono che il potere non li controlla, solo perché li riduce a controllori di se stessi per suo conto: «il soggetto digitalizzato, interconnesso, è un panottico di se stesso».



Non diversamente, i giovani di tutti i ceti, che nottetempo si ammassano in discoteche come la famigerata catalana Lloret del Mar, sentono di fondersi in un unico corpo mostruoso, e annullano la coscienza in una sfrenata totalità di vibrazioni ripetitive, credendo di celebrare l’assoluta libertà del piacere, mentre non sono che i recipienti scoperchiati, in cui la macchina infaticabile della produzione di denaro versa le sue scorie tossiche.



Che queste scorie, devastando le città e i loro normali tessuti di convivenza, minaccino i luoghi stessi in cui si producono, è segnalato dal fatto che in essi si levano non poche voci a reclamare di finirla con il turismo selvaggio. Il che impone la semplice e forse ingenua domanda: perché si autorizzano questi impianti di alienazione giovanile di massa? Qui entra in scena la prima di una lunga catena di responsabilità, a cui, anello per anello, è sospesa l’ultima feroce morte del giovanissimo e incolpevole ragazzo italiano Niccolò Ciatti. Ma la via per risalire ai primi anelli della catena passa per la preliminare necessità di capire da quali profondi bisogni tanti giovani siano spinti verso il nirvana profano delle discoteche.



Noi vecchi, per esempio, non capiamo come si possa restare per ore, assordati da sonorità ossessive, movendosi su ritmi ripetuti senza fine, come marionette inanimate, e soprattutto senza poter scambiare una sola parola con chi ti sta corpo a corpo. Eppure proprio la possibilità di stare con tanti altri, per lo più sconosciuti, senza potere e quindi senza dovere parlare, in una specie di naufragio mistico senza mistero, io credo sia il gorgo che affascina. I giovani dell’era digitale non amano parlare, perché a loro è estranea la parola: essi non comunicano più per simboli come le parole ma per segni, come all’origine ma adesso veloci come la luce.

 

La parola esige tempi troppo lunghi ed è faticosa da costruire. La parola richiede il lavoro del pensiero e, ancora più gravosa, la elaborazione di sentimenti. Invece i segni elettronici sono fulminei e sempre già pronti, un sì o un no, e il loro uso non comporta sentimenti elaborati, ma semplici, elementari vibrazioni emotive. Le quali in certi casi possono addirittura essere catastrofiche, brevissime e violente come esplosioni, talvolta perfino omicide, come le cronache abbondantemente registrano. Un tempo i conventi di clausura erano rigidamente sottoposti al silenzio.


Oggi le discoteche sono le cattedrali profane, in cui con assordante rumore si celebra l’afasia giovanile. La società, di cui questo è l’effetto, è l’esatto rovescio di quella che nei decenni centrali del secolo scorso fu salutata come la «società educante». La società ora è maleducata e diseducante, soprattutto in continua fuga dalle proprie responsabilità, falsamente tollerante e intrinsecamente corruttiva, a partire da noi che, padri, insegnanti, politici, non facciamo nulla per provocare i giovani a parlare. Il caso del piccolo pacifico commerciante, pestato a morte, richiama un altro specifico aspetto sociale, che pesa sulle grandi e frequentatissime discoteche: la promiscuità.



Oggi, in queste centrali del divertimento si mescolano individui di ogni nazionalità, di ogni ceto sociale, di ogni abitudine di vita. Così, del tutto naturalmente, gomito a gomito con il ragazzino mite, che con qualche amico ha voluto provare la nuova e apparentemente innocua esperienza, si possono trovare, per lo più in gruppo, bulli prepotenti, attabrighe abituali o piccoli criminali in libera uscita. Bastano un gesto sbagliato o l’apparire di una vittima facile, perché si scateni la corrida. Questa della corrida è appunto la tragica immagine del povero Niccolò a terra come un ignaro torello ferito a morte mentre una ridda di tre scalamanati inferociti non cessa di colpirlo.



Come in ogni corrida, oltre il toro e i suoi massacratori non vi sono che spettatori, indifferenti o anche divertiti. Nessuno ha lanciato neppure un grido d’allarme per interrompere il nefando incantesimo. Per lo più l’alcol e la droga accrescono smisuratamente negli aggressori e in molti spettatori il piacere della violenza. Se il sacrificio senza ragione di tante incolpevoli giovani vite non cessa, ciò vuol dire che esso fa parte del sistema totale. Questo è il lato più oscuro della vergognosa mattanza

 

da ilmattino.it

 

 


Commenti   

 
0 #5 ilSocialista 2017-08-16 02:55
però è immegabile che il monetarismo-lib erismo anglosassone e soprattutto americano ha rivalutato nei decenni un sentimento aggressivo, suprematista ed anche violento; in america basta confrontare per esempio un qualsiasi carcere odierno con con uno degli anni 50-60; quello odierno è spaventosamente più oppressivo e paranoico; idem con patate per le forze di polizia americane sempre più simili a delle vere forze armate di rpressione interna; il culto del mercato e della competizione spinta nonchè il risucchio della ricchezza nelle mani di pochi ha avuto questo triste ma prevedibilisssi mo effetto sociale collaterale; ed ora gli USA sono un paese dilaniato, corroso e disperato
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0 #4 ilSocialista 2017-08-16 02:42
quando su un'isola si cominciava ad essere in troppi e l'ospite cominciava a puzzare, piuttosto che scotennarsi si poteva emigrare e colonizzare altre isole; a tal punto che le belle hawaiane si potevano consentire un ruolo sociale femminile ben maggiore che non in una tribù araba; infatti quando lo scotennamento è attività socialmente assidua e rispettata il ruolo delle donne scivola in basso in quanto notoriamente esse poco si prestano sia a scotennare che ad essere scotennate.
Tornando ai tempi presenti dalle nostre parti se si considera il numero di omicidi la violenza nei decenni è sensibilmente calata.
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0 #3 ilSocialista 2017-08-16 02:30
assodato che l'aggressività è la nostra mamma (antroplogicame nte parlando) almeno quanto la solidarietà, in genere si può dire che l'una o l'altra delle due mamme reclama i propri diritti a seconda dell'ambiente, delle circostanze e delle risorse; certo se hai la ventura di nascere nella penisola araba del 4°-5° secolo, data la scarsità di acqua e di risorse, lo scontro armato fra due tribù non è una forma di aggressività inutile e fine a se stessa; è un modo per riallineare la quantità della popolazione della popolazione alle risorse disponibili; è la vita stessa che richiede la morte; nello stesso periodo alle Hawaii in una vegetazione rigogliosa
a cui si aggiungeva la pesca, non che le tribù fossero non-violente di per sè, però se la potevano prendere più comoda
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0 #2 ilSocialista 2017-08-16 02:15
morale della favola i sapiens erano dei randellatori micidiali; se abbiano randellato pure i neanderthal non si sa, però di certo ad un certo punto i neanderthal sono spariti dalla faccia della terra perchè non reggevano il confronto.
La capacità di randellare nella storia dell'umanità è stata fonte di lutti e stragi, però è stata contemporaneame nte una mano santa indispensabile alla quale dobbiamo la vita della specia anche a costo della vita di molti individui; nei fatti reali della natura vita e morte sono strettamente commisti e la morte è semplicemente la condizione necessaria per la vita.
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0 #1 ilSocialista 2017-08-16 02:07
il tema è succoso; si deve premettere che una componente di violenza nei giovani è normale, fa parte dell'umanità dalla notte dei tempi; se l'uomo di Neanderthal non avesse avuto le sue brave capacità innate di randellare quando affrontava i cinghiali in un quasi corpo a corpo, non avrebbe di certo potuto tramandare i suoi geni; certo poi l'homo sapiens aveva ben altra capoccia e ben altra coesione sociale del Neanderthal; si sa che la capoccia è l'arma migliore e infatti i sapiens potevano essere fisicamente meno forti dei neanderthal ma in compenso avevano strumenti ben più efficaci e formavano squadre di caccia coese ed addestrate che i neanderthal si potrevano solo sognare
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