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06/12/21 ore

A Kabul le donne votavano e indossavano la minigonna


  • Anna Mahjar-Barducci

* (da La Ragione)

 

 

Sono in molti a pensare che i talebani rappresentino l’Afghanistan, asserendo che la cultura occidentale sia estranea a questo Paese dell’Asia meridionale. La storia però ci dimostra una realtà ben diversa.Nel 1919, dopo la sconfitta dei britannici, l’Afghanistan diventa indipendente sotto la guida del re riformatore Amanullah.

 

Questi, ispirato da Ataturk, inizia una serie di riforme liberali per modernizzare il Paese. Pertanto, già nel 1919, un anno prima del suffragio universale negli Stati Uniti, decide di garantire alle donne afghane il diritto al voto. Non solo.

 

Nei suoi soli dieci anni di regno, Amanullah abolisce la poligamia, i matrimoni con spose bambine e impone gli abiti occidentali a tutti coloro che lavorano nei luoghi pubblici. Il motto del monarca era: “L’emancipazione delle donne rappresenta la chiave di volta nella struttura del nuovo Afghanistan”. 

 

Amanullah si sposa infatti con Soraya Tarzi: una femminista all’avanguardia, figlia dell’intellettuale Mahmud Tarzi, che – seguendo l’esempio di Atatürk in Turchia – lavora per la secolarizzazione dell’Afghanistan, opponendosi con forza all’estremismo religioso e all’oscurantismo. 

 

La regina Soraya – le foto dell’epoca la ritraggono con mise alla Grande Gatsby, con capelli corti e abiti anni Venti scollati e senza maniche – è stata il primo ministro donna dell’Educazione dell’Afghanistan. Come tale, ha promosso l’educazione femminile nel Paese, incoraggiato le donne a partecipare alla vita politica e creato dei tribunali speciali per ascoltare le donne vittime di violenze e che volevano richiedere il divorzio. Le foto di quegli anni ci mostrano donne afghane indipendenti, moderne e con gonne al ginocchio e camicie a maniche corte. 

 


 

Nel 1929, però, una potente e divisiva élite tribale e religiosa, che si opponeva alle riforme (i talebani di allora), mettono fine al regno di Amanullah. Il re e la regina partono in esilio, trovando rifugio a Roma, dove muoiono negli anni Sessanta. 

 

In Afghanistan intanto, dopo vari cambi di leader, nel 1933 prende il potere Mohammed Zahir Shah, il cui regno dura quarant’anni. Questi, dopo essere riuscito a stabilire la propria autorità nel Paese, cerca di rintrodurre le riforme per i diritti della donna che erano state abolite dopo la fine del regno di Amanullah.

  

Pertanto, all’inizio degli anni Sessanta le donne afghane possono nuovamente votare, tornare all’università, lavorare fuori casa, gestire imprese e candidarsi in politica. Kabul diventa cosmopolita, tanto che nel 1969 “Vogue” dedica un intero magazine alle ‘avventure afgane’.

 

Nel numero viene fotografata l’allora giovane stilista Safia Tarzi (probabilmente una parente di Soraya) in minigonna, mentre prepara tubini femminili smanicati nel suo studio a Kabul e modelle afghane in posa da Charlie’s Angels con pantaloni attillati e giacche di pelle morbida. 

 

Nel 1973, mentre Zahir Shah si trovava a Roma per cure mediche, suo cugino Mohammed Daoud Khan prende il potere con un colpo di Stato e diventa il primo presidente del Paese, rafforzando i comunisti che a loro volta lo soppianteranno cinque anni dopo. In quegli anni, la donna afghana continua a lavorare, ad andare all’università e a uscire senza il velo, come aveva insegnato la regina Soraya.

 

Paradossalmente, nonostante i colpi di Stato e i tumulti interni, il declino dei diritti della donna afghana inizia quando l’Occidente, per contrastare l’Unione sovietica, interviene negli affari del Paese sostenendo le forze più oscurantiste e facilitando la presa di potere da parte dei talebani negli anni Novanta. 

 

L’Occidente però non impara dai propri errori. Nel 2020, infatti, Washington firma a Doha l’accordo con i talebani per il ritiro delle sue truppe, suscitando critiche in Afghanistan per la scelta di dialogare nuovamente con i terroristi invece che con il governo.

 

Su Twitter vari afghani hanno così commentato, rivolgendosi all’Occidente: «L’Afghanistan vuole un nuovo Amanullah, per tornare a essere la Parigi dell’Asia meridionale. Questa è la nostra cultura, non i talebani». 

 

* (da La Ragione)

 

 


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