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16/05/22 ore

"Onora il padre e la madre?"



Tra il “naufragio” brasiliano e un’Italia che rilancia sfide nel semestre di presidenza Ue, ci si ritaglia uno spazio per parlare di famiglia. Anzi, in Vaticano in questi giorni probabilmente non si è parlato d’altro (con buona pace dei tifosi), in vista del sinodo straordinario sulla famiglia convocato da papa Francesco dal 5 al 9 ottobre prossimi.

 

Famiglie felici, fallite, in crisi, unioni verso la comunione familiare: l’Instrumentum laboris, il documento predisposto dai vescovi, mostra un quadro sociologico complesso del mondo di oggi, pur senza cambi di marcia rispetto al conservatorismo secolare dei porporati.

 

Spazio psicologico e sociale, nonché termine di confronto culturale, la famiglia diventa il luogo da cui si avviano anche le riflessioni degli artisti, come ci dimostra l’opera di un giovanissimo Degas, in visita presso gli zii: “La famiglia Bellelli”.

 

Sarà che Gennaro, il dissidente antiborbonico esule a Firenze, le sue bimbe e la moglie Laure non ci convincono molto sul fatto di poter rappresentare un esemplare modello familiare, se non altro per il dramma umano che sottende alle loro pose distaccate, ma è proprio questa non idealizzazione a fornirci lo spunto per rivedere il nostro immaginario ritratto di famiglia, alla luce delle sue legittimazioni e svilimenti, tra santificazioni e successive sconsacrazioni che consentono di delineare diversi scenari rispetto all’idea stessa di famiglia.

 

Nell’estate del 1858, carico di un’“incontenibile voglia di coprire le tele”, come scriverà all’amico visionario Gustave Moreau, Degas descrive una realtà domestica distante dalla ritrattistica tradizionale, nata soprattutto come supporto visivo alla memoria dinastica, indagando una dimensione del suo presente fatta di tensioni e incomprensioni, di cui troviamo conferma nelle lettere che proprio Laure Degas invia al nipote.

 

In esse, la baronessa parla dell'esilio prolungato in un «detestabile Paese» e del «timore di impazzire». “Vivere qui con Gennaro – scrive a Edgar il 19 gennaio 1860 – di cui conosci il carattere detestabile e senza che abbia una seria occupazione, è qualcosa che mi trascinerà nella tomba”.

 

Il pittore parigino racconta, così, un dramma domestico da cui, forse, solo il curioso cagnolino in basso a destra, tagliato fuori cornice, riesce a uscire, insieme alla figlia minore, con la gamba incrociata sotto la gonna e non ancora prigioniera delle convenzioni degli adulti.

 

La storia ci dimostra come il genere della ritrattistica si sia adeguato nel tempo ai cambiamenti sociali, rispetto anche all’istituzione matrimoniale, lasciando intravedere un vissuto quotidiano che non sempre rispecchiava l’archetipo della Sacra Famiglia.

 

La sorpresa sta nel fatto che, oggi, anche i vescovi si siano resi conto che la vita della famiglia non è soltanto letizia, tuttavia ancora non ci è chiaro in che modo questo ribadito impegno della Chiesa nel voler prendersi cura delle famiglie in crisi, possa fronteggiare quelle “situazioni problematiche” che essa individua nelle unioni di fatto e nella genitorialità omosessuale, se non attraverso una negazione.

 

Nel documento episcopale, dietro un testo improntato allo stile di Papa Francesco, ovvero quello della misericordia, si malcelano ancora troppi atti d’accusa, che vanno dalle inadeguate politiche familiari fino ad arrivare alla gender theory, frutto della relativizzazione del concetto di natura, che, non solo «tende a influenzare l'ambito educativo primario, diffondendo una mentalità che, dietro l'idea di rimozione dell'omofobia, propone un sovvertimento dell’identità sessuale», ma va a “guastare” una serie di imposizioni, come quella secondo cui un amore dovrebbe durare per sempre…

 

L’idea che esista una “famiglia naturale”, sancita dal matrimonio e per lo più patriarcale, che vada salvaguardata rispetto al rischio di una disgregazione, anche a costo della sofferenza e della solitudine, rappresenta ancora un punto fermo delle gerarchie ecclesiastiche.

 

Così, mentre il Vaticano lancia la sua sfida contro il tentativo di “privatizzazione” della famiglia, il nostro premier Matteo Renzi dovrà dimostrare di tener “fede” al suo impegno, ovvero compiere entro la fine del 2014 la legge sulle unioni civili sul modello del civil partnership tedesco.

 

Non sappiamo se ce la farà, ma forse sarebbe il caso di ridisegnare nelle nostre menti quel vecchio ritratto di famiglia, in cui un uomo e una donna, magari anche un po’ infelici e distanti, rappresentino l’unica forma possibile di unione, e uscire da quei giochi strutturati di prospettive aperte che suggeriscono una via di scampo nel quadro di Degas. Per non rimanere chiusi nello spazio e nel tempo del dipinto.

 

Piera Scognamiglio

 

 


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