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19/12/18 ore

Corpi e visioni in Libertà: Lucio Massa racconta l'Hacker Porn Film Festival



di Gianni Carbotti

 

A chi continua a chiedersi se forme di vita ancora pulsanti, vivaci, bramose d’esperienza, popolino le strade e gli ambienti della vituperata Capitale d’Italia – al di là dei topi che sciamano ovunque, dei gabbiani mutanti che aggrediscono turisti ignari per depredarli della merenda come in una bulimica visione hitchcockiana o dei cinghiali ormai domestici che brucano dalle mani dei bambini nei parchi – ci sentiamo di dare una risposta entusiasticamente affermativa dopo aver seguito la seconda edizione dell’Hacker Porn Film Festival, una rassegna di cinema indipendente e queer svoltasi a Roma dal 24 al 30 Aprile 2018.

 

Apertamente dedita a stravolgere i canoni tranquillizzanti delle sonnolente produzioni nostrane, l’iniziativa si propone di “hackerare” linguaggi e segni cinematografici per indagare nuove forme d’espressione e sessualità a scopi liberatori, con un attenzione particolare per tutti quei temi socialmente e politicamente sensibili che riguardano i generi, i corpi e le esigenze d’appagamento tanto fisico quanto intellettuale che li diversificano.

 

Abbiamo dunque incontrato Lucio Massa, produttore e regista indipendente ed animatore della kermesse - insieme al suo socio “Fran” Stable - per farci raccontare i luoghi psichici e culturali da cui è nata quest’originale e già irrinunciabile proposta.

 

***

 

G. C.Allora Lucio, dopo il singolare successo di pubblico dello scorso anno, si è tenuta poco tempo fa la seconda edizione dell’Hacker Porn Film Festival, di cui sei uno degli organizzatori. Puoi parlarci più dettagliatamente di quest’iniziativa?

 

L.M. – L’idea di questo festival nasce da un atto di rivolta contro la censura, da una serie di accadimenti legati al documentario “Porno e Libertà” di Carmine Amoroso - di cui vi eravate occupati anche voi - la cui pagina Facebook era stata oscurata e da questo era nato un forte dibattito. Io avevo conosciuto da pochissimo Carmine ed anche Francesco Costabile - che è il produttore associato del docufilm - e, dato che il regista del film che stavo producendo in quel momento aveva una forte amicizia, un’affinità elettiva, con Carmine, nel nostro piccolo abbiamo sostenuto anche noi questa sua battaglia. Siamo stati coinvolti in una serie di eventi e da lì è nata l’idea che si sarebbe potuto organizzare a Roma un festival, una kermesse sul porno, sulla libera sessualità.

 

Il festival infatti ha due “anime”, esprime due approcci: uno più “alto” per così dire, caratterizzato da una ricerca specificamente registica, che è quello di Francesco, e l’altro – il mio – più improntato a una discesa nei bassifondi del cinema contemporaneo a cercare e proporre in visione delle cose più oscure, meno convenzionali. Per entrambi è stata sorprendente la partecipazione di tante persone, il modo in cui si sono rese disponibili a sostenere un progetto come questo, totalmente indipendente e autofinanziato, che non potrebbe esistere se non ci fosse un pubblico o degli artisti disposti a prestarsi con i lavori o con piccole attività. Credo comunque che questo evento nel suo piccolo abbia regalato una settimana di libertà ma anche di rottura delle convenzioni a Roma…

 

G. C. Il motto che avete scelto per il Festival, “no gender no border” (né generi né confini) esplicita in maniera abbastanza chiara il vostro approccio: “hackerare” nel senso di destabilizzare il sistema di fruizione convenzionale del cinema e della pornografia in particolare. Il vostro quindi è un festival che ha un carattere militante, di impegno sociale…

 

L.M. – Sì anche se questa cosa all’inizio non era intenzionale, è arrivata di conseguenza. È stato talmente spontaneo proporre un cinema - ed eventi ad esso collegati – senza confini, incentrato sul corpo, su un fluire libero di persone nella loro nuda essenza, da avvicinare e far entrare in contatto con noi persone che fanno attivismo, che si occupano tutti i giorni di tematiche legate alla sieropositività, alla sessualità dei disabili ed altre questioni del genere. Ma ci siamo arrivati per vie traverse, l’intenzione originaria era semplicemente quella di mostrare ed esplorare una corporeità e un cinema che normalmente le persone non vedono o potrebbero non voler vedere.

 

Io poi sono forse la persona meno indicata per parlarne dato che non mi sono mai occupato di politica, ma è stato interessante scoprire che esiste tutto un movimento di persone che su questi corpi lavorano proprio in senso politico, che partendo da prospettive differenti arrivano allo stesso punto e quindi talvolta la diversità, anche a livello di pensiero, porta ad aggregare invece che a disgregare.

 


 

G. C. Il nome con cui ti presenti, Lucio Massa, è uno pseudonimo, un nome d'arte che viene dalla fusione dei nomi di due personaggi importanti del cinema italiano di genere: Lucio è un omaggio a Fulci chiaramente, “Massa” come mi spiegavi deriva invece da Aristide Massaccesi noto anche come Joe D'Amato. Possiamo dire che questo definisce già abbastanza i parametri in cui ti muovi?

 

L.M. – Sicuramente sì! Per chi è appassionato di un certo tipo di cinema credo non ci sia da aggiungere tanto. Questi registi hanno fatto di tutto, hanno attraversato tutti i generi: dalla commedia al porno, dal “decamerotico” al western…Massacesi in più ha questo gusto della provocazione, un’ironia che è una caratteristica del suo cinema. E poi aveva un modo di riprendere le donne assai particolare, che mi ha sempre affascinato.

 

G. C. E questo ci riporta anche a un altro “celebre” protagonista dell'underground italiano con cui hai lavorato con la tua casa di produzione Aborsky Production, cioè Luigi Zanuso detto Luigi Atomico di cui hai prodotto l’ultimo lavoro “Oltre la follia-Beyond Madness”.Anzi colgo l’occasione per ringraziarti dato che l'ho visto perché tu mi hai generosamente fatto omaggio di una copia…

 

L.M. – Quest’ultima è stata un’esperienza interessante (una vera perdita di verginità, pure un po’ traumatica, dato che è stato il primo film porno, il primo set porno in cui mi sono ritrovato e ho gestito in qualche modo), anche quando, finito il primo giorno di riprese,  sono tornato in hotel, mi sono guardato allo specchio e mi sono detto “ma che cosa sto facendo qui?”. Pian piano ho iniziato a capire che intorno a questa follia, a questa visione assolutamente fuori dai canoni, c'era un mondo.

 

Un mondo interessantissimo di persone assolutamente normali che utilizzava questo modo di fare cinema per entrare e uscire da una vita che spesso sta stretta a molti. Tante persone quindi trovano attraverso un piccolo ruolo, una piccola cosa da fare all'interno di un film magari un po' fuori dal comune, un senso profondo. Ed è davvero interessante per me - dato che sto cercando di raccogliere un po' questo messaggio - ritrovarmi davanti persone che hanno la necessità di esprimersi.

 

G. C. Torniamo così al concetto di “no gender, no border”, della pornografia come valvola di sfogo, come atto liberatorio.

 

L.M. – Esatto, un atto liberatorio vero e proprio, come quando Lasse Braun alla fine degli anni ’60 buttava sullo schermo cinematografico dei genitali ripresi in primo piano, persone nude che facevano sesso, ed era una cosa mai vista! Oggi secondo me è ancora possibile lanciare sullo schermo cose non viste e che siano liberatorie per tanti, quindi non bisogna mai sottovalutare quello che può rappresentare una piccola azione per una persona che invece in quel momento ha bisogno di lasciarsi andare. E secondo me questo racconta in modo molto vero e veritiero che cos'è il porno, che cos'è che spinge le persone a legarsi alla pornografia: avere a che fare con i nodi irrisolti della propria vita, con le proprie visioni, le proprie ansie, i propri mostri interiori.

 

G. C. Con questo si torna un po' al senso originario del porno, quella sorta di trasgressione positiva, ribelle, che è descritta anche nel documentario di Carmine Amoroso. Un cerchio che si chiude insomma.

 

L.M. – Direi di sì. Anche se è un cerchio che per alcuni autori forse inconsapevolmente non si è mai chiuso, è rimasto sempre quello. C’è stata e c’è ancora gente che ha fatto film non per inseguire il successo commerciale (come poi è successo per un certo tipo di porno) ma per seguire le proprie visioni senza usare la ragione come intermediazione, ma la pancia, l'istinto, i sensi a 360 gradi. Può disturbare, può repellere, può piacere…questo non lo sappiamo, però l’importante secondo me è continuare ad avere persone - che è poi il vero motivo per cui noi cerchiamo di fare questo lavoro - che magari pensano che certe fantasie siano irrealizzabili e invece nella realtà c'è uno strumento che ti permette di poterle esprimere…

 


 

G. C. E questo possiamo dire che è anche un po' l'approccio dei tuoi lavori, perché poi come Morgana Mayer tu hai anche firmato dei film, girati da te, in cui sei regista oltre che produttore, come “Female Touch” - presentato in anteprima assoluta proprio in occasione dell’Hacker Porn e che sarà riproposto a Roma a fine maggio, che mi sembra abbastanza in linea con quello che stai raccontando.

 

L.M. – Sì, anche se in realtà poi ho scelto Fulci come modello perché lui era uno che, a differenza di Argento, non faceva i film come psicanalisi, per tirare fuori dei mostri interiori, li faceva perché era un regista. Per il puro piacere della narrazione. Ed è questo per me che conta davvero, insieme al gusto della provocazione. Poi nel mio lavoro c'è anche un percorso politico, che alcune persone vedono…a me questo fa piacere però onestamente non è la mia priorità, per me il cinema è finzione, magia e favola.

 

Il tema di base è la fantasia e dentro la fantasia tu puoi dire qualsiasi cosa, non hai limiti, guai se ce ne fossero. La vera, profonda libertà che ciascuno di noi ha, che gli è rimasta, è la propria mente. Il fatto che tu puoi startene a casa tua, da solo, e pensare quello che vuoi senza che nessuno ti possa dire se è giusto o sbagliato. Poter esprimere questa libertà nel cinema è quello che a me interessa. Non voglio trovare compromessi su ciò che è giusto o sbagliato, l’unico compromesso lo devo fare con me stesso (visto che me li produco da solo i film e ho quindi la possibilità di dire quello che voglio) e sinceramente non ho la pretesa di dire agli altri cosa sia giusto o meno.

 

G. C. In un paese come l'Italia, che ha ancora comunque delle sacche di retaggio clericale e di bigottismo dal punto di vista culturale, questo può essere particolarmente importante. In merito a questo, rispetto al periodo raccontato dal documentario di Carmine secondo te c'è stata un'evoluzione o un’involuzione? Com'è la situazione delle libertà sessuali in questo paese e com'è la situazione del cinema di genere secondo te?

 

L.M. – Come raccontava il documentario di Carmine le due cose sono andate di pari passo. C'è stata una evoluzione del cinema - del cinema porno in questo caso – e c’è stata certamente un’evoluzione dei costumi. Oggi in via generale noi abbiamo molta più libertà di espressione. Abbiamo i social networks, abbiamo una serie di possibilità di espressione infinitamente superiori a 40 anni fa...

 

G. C. Anche a livello tecnico visto che oggigiorno uno può girare il suo film con un cellulare.

 

L.M. – Esatto! Però poi bisogna sempre capire cosa ne facciamo di queste potenzialità, perché in Italia abbiamo sempre l’annoso problema di riuscire a mettere insieme idee e pensieri in una direzione che sia costruttiva. Per cui poi alla fine mi domando cosa rimane di queste grandi battaglie che sono state portate avanti a livello di libertà di espressione, visto che oggi stiamo ancora al punto che, se ti trovano in mezzo alla strada seminudo e non hanno niente di meglio da fare “ti si bevono”, della religione cattolica ancora non se ne può parlare se non con le preghiere, e quindi mi sembra alla fine che sia cambiato tanto per non cambiare niente in fondo.

 

 

G. C. Quindi secondo te il “gattopardismo” all'italiana si estende anche a mezzi espressivi come il cinema?

 

L.M. – Ti dico di più: forse iniziamo anche a rimpiangere un'epoca in cui nemici e amici erano chiari, in cui c'era una direzione che andava chiaramente verso forme di conservatorismo, che però esisteva perché c'era anche dall'altra parte qualcuno che era davvero contro. C’erano contrapposizione e confronto, mentre oggi le situazioni sono molto ambigue e in questo senso qui si perde la dimensione - e anche la forza se vuoi - di certo cinema che non si può più fare. Infatti non esistono più dei film di denuncia, veri. Non c'è più una cinematografia come quella di Elio Petri, come quella di Ferrara...

 

Oggi ci sono solo, per fare un esempio, le fiction sulla Uno bianca su Canale 5, che poi va bene anche quello però, come dire, la situazione si è edulcorata al punto che oggi si è sdoganato il corpo diverso, anche il transgender, però lo si è sdoganato per renderlo rassicurante, per i programmi delle 20:30. Non può essere invece il corpo presentato nella sua oscenità, nella sua intima, estrema verità e quindi nella sua bellezza!

 

Il grosso rischio secondo me è che sono stati scritti dei manuali che hanno definito il porno, poi ci sono state delle persone che hanno detto: “questo non è accettabile quindi facciamo un’altra cosa” che è il post-porno - con la rappresentazione di colpi diversi ed altro, tutte cose molto interessanti - però se quella cosa poi rimane categorizzata là dentro e non cerchi di farla evolvere andando a creare situazioni anche scomode, diventa auto-ghettizzazione. Questo secondo me è un grosso rischio perché poi diventi anche autoreferenziale e non riesci più a trovare una dimensione creativa, per esprimere quello che ti piace, che non è necessariamente quello che la gente riconosce e s’aspetta di trovare in giro.

 

G. C. Tornando al festival, quest'anno avete avuto un programma particolarmente ricco: molti sono stati i titoli presentati, molte le performances... Tra tutte queste proposte sia cinematografiche che performative, presentazioni di libri e altro, quali sono state secondo te le cose, gli eventi, che in qualche maniera hanno rappresentato in maniera più forte, più chiara, quello che per te è l’Hacker Porn Film Festival, il concetto che voi volete esprimere? Avete proposto e alla fine anche premiato parecchi documentari...

 

L.M. – Oggi il documentario secondo me è lo strumento più interessante per raccontare delle storie vere. Per esempio, tu hai fatto un percorso dentro una storia, hai raccontato la vita dei rom a Roma… a mio avviso sarebbe interessantissimo il racconto della loro sessualità. Com’è? Al di là di tutti questi grandi discorsi sull'accoglienza di queste persone che arrivano, degli sbarchi…io mi domando poi com’è la sessualità di queste persone, dove trova sfogo o espressione?

 

Ho letto un articolo interessante su alcune donne che, come dire, andavano a circuire giovani africani arrivati a Lampedusa. Ho trovato la storia interessante, una ventata di novità. Poi dobbiamo capire di che si tratta davvero, però questi potrebbero essere temi interessanti da affrontare. Tornando alla tua domanda, quello che mi ha interessato di più in questa edizione è stato tutto il segmento su sesso e disabilità, un’intera giornata tra dibattiti e film.

 

 

G. C. A me tra i lavori presentati ha colpito molto “Yes, We Fuck”, quel docufilm incentrato proprio sul tema ancora tabù dei desideri, dei bisogni, della libera espressione della sessualità di individui gravati dallo stigma della diversità fisica.

 

L.M. – “Yes, We Fuck” certo, ma anche “Nexos”, che devo farti vedere se non l’hai visto, uno dei tre documentari che ho selezionato io stesso per le proiezioni di mezzanotte, in cui c’è un ribaltamento di fronte interessantissimo, in cui cioè la disabilità non viene più vista nel senso (secondo me da superare) che ci sono le sex workers per disabili. In questo film si vanno a cercare e a trovare persone che dalla e nella disabilità traggono piacere, punto e basta.

 

G. C. Permettimi però una provocazione su questo: nel sottobosco del porno questo genere esiste già, si chiama devotee - un sottogenere del cinema porno commerciale con la disabilità messa al centro come feticismo, come forma di attrazione…

 

L.M. – Lo so, ma questo è comunque molto, molto interessante per noi. Dovremmo parlarne molto di più, presentare più lavori in questo senso perché li c'è qualche cosa che rompe, cioè vedere quella persona che in quel momento è esattamente sullo stesso livello di una persona normodotata. Lì vinci, lì rompi uno schema, non nell'assistenza ma nel restituire dignità ai corpi, dignità anche a certi feticismi. Uno strumento come una sedia a rotelle diventa strumento di piacere e cambia significato: questo è il senso di “hackerare” il concetto di eros e mostrare delle cose che ti portano in una dimensione che è quella che il nostro festival vorrebbe rappresentare, quella che personalmente è la mia visione.

 

Qualcosa che ti porta in una dimensione intima, che è poi quello che fa il cinema come qualsiasi forma d'arte. Quello che provi quando vedi un quadro, quando leggi una poesia o vedi un film e ti ci immedesimi e vorresti quasi averlo fatto tu (che è una cosa banale da dire però viene o è venuta a chiunque abbia un minimo di sensibilità) e non per presunzione ma perché ti sei sentito rappresentato da quell'artista che ha fatto una cosa edificante, che tocca alcune corde dentro di te. E questo, secondo me, vale tanto più per quanto riguarda la sessualità e quindi i film che indagano la sessualità.

 

È qualcosa che ti dà uno strumento forte, una motivazione. È il motivo per cui ogni tanto qualcuno mi scrive parlando dei film che faccio, che produco, e la cosa bella non è sapere se sono belli o brutti ma vedere che la gente ci ha trovato qualcosa dentro. Anche cose che tu non pensavi di averci messo come capita per qualunque artista, perché devi essere consapevole che una volta che hai creato una cosa questa diventa di altre persone.

 

G. C. In chiusura: programmi per futuri lavori, per la prossima edizione del Festival e tuoi auspici per il cinema in Italia (per il cinema di genere quantomeno)?

 

L.M. – Per il Festival io mi auguro una prossima edizione altrettanto ricca, magari con qualche piccola modifica organizzativa cui sto già pensando. Penso che vorrei riproporre una settimana di Festival, però più cinematografico e meno a base di eventi, andandoci a cercare cose nei sottoboschi, in giro per altri festival, di cineasti che propongono lavori interessanti. Per quanto riguarda il cinema italiano in generale e quello di genere in particolare, posso dire senza ombra di dubbio che il cinema di genere è morto.

 

Ne dobbiamo prendere atto serenamente e dobbiamo viverlo come tutte le cose belle, con un giusto e sano ricordo, perché non è più un meccanismo replicabile nella misura in cui il cinema oggi viene prodotto dalla televisione. La televisione necessita di canoni precisi, ha delle esigenze di programmazione, giuste o sbagliate che siano, non mi interessa discuterne. Io l'ho visto con le mie cose, alcune erano poco porno e troppo horror, altre poco horror e troppo porno, ma non porno commerciale, per cui non se le fila nessuno, quindi alla fine determinate cose sono di difficile collocazione.

 

Questo è interessante perché ti puoi collocare in una nicchia non identificabile, però il mercato - perché poi il mercato è quello che è, è quello che muove i soldi veri - vuole altre cose. Cose rassicuranti, che possono essere ricondotte dentro generi, dentro confini…mentre quello che facciamo noi va molto oltre questo.

 


 

 

 

 


Commenti   

 
0 #1 Dann 2018-08-14 01:36
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