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26/09/18 ore

75.ma Mostra del Cinema di Venezia. Premi, sorprese e…


  • Vincenzo Basile

Istituito dalla Biennale Cinema e da Campari Passion for Film “per premiare i collaboratori più stretti dei registi” il trofeo in oggetto va a Bob Murawsky per il montaggio di The Other Side of the Wind”. Girate da Orson Wells tra il 1970 e il '76 le circa 100 ore di scene, dopo decenni di abbandono in un magazzino parigino, ritornano alla luce dopo una attesa che, trattandosi dell’Opera ultima, incompiuta e inedita di uno dei maggiori geni della storia del cinema, è stata autenticamente spasmodica.

 

Peccato che, già dopo un quarto d’ora, lo scontento e la delusione abbiano costretto alcuni ad abbandonare la sala e altri a borbottare la loro delusione e disappunto per un insieme confuso e inconcludente. Riconoscibile la mano registica e i contenuti ironici tipici del regista americano ma improponibile il caos narrativo e la testimonianza sulla cultura, sui costumi,  sulla complessità e sul ruolo del mestiere di regista e  dell’artista in genere presentati. Wells (impersonato da John Huston) ne esce opaco e frammentato, oltre che discordante dal conosciuto.

 

Film Netflix rifiutato da Cannes per le ormai arcinote ragioni, calorosamente accolto e  premiato a Venezia, per un montaggio che lungi dal compiere un impossibile miracolo (l’Oscar non abilita all’uopo chi lo riceve, almeno, non ancora), accentua l’approssimazione dell’insieme.

 

Ma Wells, gioco forza, tira anche dall’aldilà e val sempre la pena di riproporlo, meglio se in veste di operazione lodevole e meritoria.

 


 

Tira decisamente meglio e di più The Favourite conl’ottima Olivia Colman nel ruolo della regina Anna di una Inghilterra settecentesca, divisa tra la facorita/amante Lady Sarah (Rachel Weisz) e l’aspirante a succederle Abigail (Emma Stone), irriducibili rivali all’ambitissima posizione a Corte.

 

Costruita su un triangolo inestricabile di passioni, sesso e potere, Yorgos Lanthimos confeziona una tragicommedia che pur non approfondendo troppo caratteri e complessità emozionale dei personaggi, avvince soprattutto per un sapiente uso della mdp e degli attori. Grazie anche allo sfoggio di bravura delle 3 protagoniste tra le quali svetta proprio la travagliatissima Regina Colaman, la più realisticamente umana del trio.

 

Sontuose le scene, i costumi e naturalmente l’ambientazione.

 

Superfluo l’eccessivo uso del grandangolo che in 4/5 occasioni distoglie, non solo visivamente, lo spettatore dal fluire racconto. Tra i pregi la mancanza di accenni protofemministi e dei consueti clichés di genere nei dialoghi ma anche l’uso della luce naturale, debitrice del Barry Lindon Kubrickiano.

 

 

Si ritorna al futuro, anni ’50, con The Mountain che racconta la passione del dottor Wallace Fiennes, interpretato da un geniale Jeff Goldblum, per la  lobotomia e gli  elettroshock, tanto da praticarli per ‘curare’ non solo malattie mentali ma anche comportamenti considerati abnormali, come tra gli altri l’omosessualità.

 

Personaggi e sfondi che appaiono cupamente distanti  dalla realtà servono però alla costruzione di un film che il regista, Rick Alverson, vuole  anti-utopico, ritratto di un’America ipocrita, classista e sessista lontano dall’immagine edificante diffusa in quegli anni e dopo, dentro e fuori dei suoi confini.

 

Considerate le possibilità drammaturgiche dell’idea originaria, l’opera avrebbe meritato maggiore e miglior sviluppo e    strutturazione; eppure nonostante l’esagerata  asciuttezza espressiva riesce ad aprire riflessioni e prese d’atto più che mai attuali e urgenti.

 


 

A risollevare gli animi giunge a proposito Double Vie di Olivier Assayas. Commedia anche troppo raffinata ambientata nel mondo dell’editoria francese, dunque mondiale. Due coppie due modalità di vivere l’infedeltà, si mescolano con il racconto dell’attualità: la mutazione del ruolo dei media, dell’informazione, della scrittura e del suo ruolo e significato, confrontato ai nuovi “supporti” attraverso i quali vengono distribuiti.

 

Tra i dotti contenuti (scetticismo/fiducia nel progresso comunque inevitabile, ruoli di genere in evoluzione, eterno conflitto tra profitto e cultura)  è la regia, più che la pur pregevole verbosità delle sequenze e lo sviluppo dell’intreccio, a vivacizzare una pièce non indimenticabile ma gustosa e intelligente.

 

Assayas è maestro nello strizzare l’occhio al pubblico e lo fa con sapido e raffinato umorismo. La Binoche offre la consueta acting master class, intrisa del suo carisma personale.

 


 

Roberto Minervini dal Mississippi, consegna la nuova puntata dell’America /Last, quella non ufficiale, quella dei vinti ma non del tutto, eroi-anti, emarginati per scelta o necessità, quella che lui chiama "America del sottosuolo", Judy è una donna del quartiere  Tremé, pur facendo debiti gestisce il suo Bar; poi c’è una giovane mamma-single con due figli di quattordici e nove anni ai quali raccomanda quotidianamente  le mosse per stare fuori dalle grane di strada; alcuni membri delle rinate Black Panthers in cortei di protesta permanente e infine gli indiani afroamericani del Mardi Gras, discendenti da quelli che nell’800, una volta liberati ma senza radici proprie, venivano accolti dagli indiani delle riserve e che oggi rievocano quelle vicende.

 

"È stata Judy la porta su questo mondo e sulla comunità a lei vicina. Avevo cominciato a frequentare il suo bar, perché l'idea iniziale era quella di raccontare dei neri americani attraverso la musica folk e blues".

 

"All’inizio di un mio film, non ho una sceneggiatura predisposta né trattamenti pronti. L'approccio è quello dell'osservazione e la vera scrittura è per me il montaggio. Lì riusciamo a far fluire tutti i momenti raccolti che sono tanto reali da sembrare pura fiction. La mia attenzione è sempre rivolta verso le cose che conosco meno e che vedo meno. Per me il cinema è un processo di apprendimento, non di insegnamento, e quindi vado lì dove ho delle lacune da colmare. 

 

Come bianco europeo ho sentito la responsabilità di portare alla luce quello che non conosco e non si conosco. Questo è il film più appassionante che ho fatto. La grande difficoltà è stata emotiva, è stata toccare con mano situazioni difficili, che sono di pubblico dominio che però da vicino diventano molto dure da sostenere".

 


 

In What You Gonna Do When the World's on Fire? Si parla infatti di povertà, di droga, ma soprattutto della discriminazione e della violenza che hanno subito e continuano a subire gli afroamericani nel Sud degli States e non solo lì. Una delle cose che ho imparato con questo film è la necessità di rispondere alle domande in due modi: dal punto di vista dei bianchi, e da quello dei neri. Dal primo alcune cose sono indubbiamente cambiate, dal secondo no.

 

La violenza è sempre esistita, il Ku Klux Klan, di cui faceva parte il padre di Trump, è sempre stato operativo. È commovente e agghiacciante, per me, vedere come le giovani generazioni possano convivere in maniera terribile e inevitabile con la paura e la violenza... Ricordo bene come venivano trattati sulle spiagge dell'Adriatico i primi tra quelli che una volta chiamavamo 'vu cumpra'', quando ero bambino".

 

"Perché la parte bianca dell'America non ha ancora pagato il dazio per i torti fatti agli afroamericani. Non penso sia possibile e pensabile, oggi, pensare a un'alleanza tra la voce di Minervini e quella di Spike Lee, ad esempio. La differenza tra i bagagli culturali è ancora troppa. Bisogna risolvere la questione radicalmente, prima di poter costruire una vera e propria comunità interraziale".

 

"I miei figli sono 'giallognoli', sono per metà asiatici, e io mi rendo conto che loro non possono contare per crescere sulla la stessa terra fertile che io ho avuto io da bambino bianco".

 

Tra gli approdi oggi in darsena e nel pomeriggio sul Red Carpet: Emil Kusturica, Willelm Dafoe Emmanuelle Seigner, Amos Gitai e Jean-Claude Carrière.

 

 


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