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25/08/19 ore

POESÌ di Rino Mele. Il gatto e il diluvio



La violenza quotidiana, la povertà e l’arroganza ci feriscono e la crisi sembra senza soluzioni: la comunicazione continuamente interrotta, deviata, l’umiliazione che ne deriva, il monologo ossessivo che sopravanza ogni attesa. È il tema di questi versi appena scritti.

 

                            

 

 

          POESÌ di Rino Mele

 

 

Il gatto e il diluvio

 

Il linguaggio è una casa di piacere, un carcere,

un granaio, alto silos, torre di avvistamento delle incursioni dal mare.

Non sali mai le stesse scale, ti dirupi

male, rispondi con parole che non sai, il suono si rinnova

nel silenzio, l'urlo alfabetizza il dolore.

Se carezzi un gatto - e non sei un gatto - non puoi sapere cos'hai 

comunicato al nero felino che s'inarca: la tua carezza

è un enigma

di cui è prigioniero e custode. 

Nel linguaggio in cui ci troviamo legati c'è un caparbio sopruso,

la violenza della legge, lo schiaffo dato al bambino,

la parola non detta,

la paura che sacrifica il destino, l'uomo con le mani legate,

umiliato (i treni corrono intorno alla piazza

che si scurisce, il disegno difficile della pioggia, con la matita). Quando

siamo costretti a dormire, le parole diventano immagini, 

ne correggi la traiettoria, sali

le scale che precipiti, corri verso l'orrore, il vetro lunare della strada, i

cavalli che scalciano, continuano a urtare la porta divelta

dietro cui non c'è riparo.

La notte ha sempre

lo stesso volto, la voce tenera, le labbra di tua madre

nel delirio dell'alba.

Il linguaggio si nasconde nell’immagine che rivela, diventa pensiero,

monologo che ci assedia.

Intanto, il gatto scherza con la tua mano, ti morde

le dita (da quale stanza senza pareti

è uscito? in quale spazio simmetrico noi siamo entrati?). Un’ombra

alta e scura s’avvicina, ha il volto bagnato, le mani

fredde, i capelli come vento dissolti dalla brina.

L'uomo che s'è appena tratto fuori dal sonno, s'affaccia al balcone su

quella pianura di case, casematte, 

fili spinati,

ruspe, mura basse per impedirne l'accesso, alte gru cui

qualcuno è appeso a lentamente ruotare, camion coperti da un telo in

fila, l'enorme betoniera affamata, operai con elmetti

che s'affrettano per tornare, s'industriano intorno a un lungo corpo di

gomma che sembra guizzare. Il treno

che usciva dal tunnel è già scomparso, forse v'è rientrato.

Su quel piccolo balcone, il vento alza il foglio di un giornale dimenticato.

 

 

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Rino Mele (Premio Viareggio Poesia 2016, terna finale con “Un grano di morfina per Freud, ed. Manni) scrive, il venerdì e il martedì, su “Agenzia Radicale”. Il nome della rubrica è “Poesì”, come nel primo canto del “Purgatorio” Dante chiama la poesia.

 

 

  

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