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25/05/24 ore

POESÌ di Rino Mele. Quando la preda assale



Napoli resta nella memoria di chi, anche fuggevolmente, l'ha conosciuta come una vorticosa stella.

 

 

RINO MELE

 

 

Quando la preda assale

 

Napoli ha sempre conosciuto 

il dolore

d’essere violata, quel vortice 

che non smette 

e assale, 

gli eserciti aspri

che della sua bellezza

hanno fatto strame. I baroni, 

i falsi signori 

cui rubare con arguzia il riso.

Napoli è stata il teatro degli dei

ingannati dagli uomini,

le donne 

complici, vestite da regine. 

Il circo del Vesuvio: acrobati 

vestiti di bianco 

e la maschera nera dal forte naso,

il servo che somiglia al re 

e immagina 

di essere lui a portare 

l’orrore del potere, 

e la pena. Napoli è una città 

speculare: tutto

a tutto è uguale,

quello che vi accade si riflette

nel cielo, 

niente è vero per sé, anche

il dolore col suo nascosto

splendore:

a fine settembre del 1943 

per 4 giornate 

la città divenne fuoco 

e gloria,

aveva subìto l’ignominia 

del fascismo, poi

l’attacco feroce degli Alleati,

i Tedeschi ora la struggevano come 

una preda senza valore.

L’esercito italiano era 

la neve scomparsa d'estate, 

in un gran caldo.

Il 27 settembre, come un corpo 

d’aria,

Napoli capì quanto fosse vano 

vivere 

senza la propria ombra, con l’anima 

da rivendicare,

e cominciò a sparare coi pochi fucili 

conservati, nascosti, tenuti

da parte nello strazio

di un’inutile 

guerra che non era finita. 

Quattro giorni 

come la preda quando assale:

le pietre 

sembrarono avere le mani, ostruivano

le strade, gridavano

la fine dell’oltraggio. I Tedeschi

capirono che non si può vincere 

un popolo che è già morto 

molte volte, 

e conosce la gloria di gridare 

lo sdegno e l’ira,

gettarsi 

nel più cupo sprofondo, 

trasformarsi in tempesta di mare.

 

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Rino Mele (Premio Viareggio Poesia 2016, terna finale con “Un grano di morfina per Freud", ed. Manni) scrive, il venerdì e il martedì, su “Agenzia Radicale”. Dal 2009 dirige la Fondazione di Poesia e Storia. Il nome della rubrica è “Poesì”, come nel primo canto del “Purgatorio” Dante chiama la poesia.

 

 

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