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23/10/18 ore

Era solo ieri, a cura di Magda Poli


  • Elena Lattes

Theodor W. Adorno nel 1966 scrisse che dopo Auschwitz, nessuna poesia, nessuna forma d'arte, nessuna affermazione creatrice sarebbe stata più possibile. Eppure, come probabilmente è naturale, la produzione letteraria e artistica in generale non si è mai fermata. Perfino quella riguardante la Shoà stessa.  Molti sono gli scrittori, i filosofi e alcuni dei sopravvissuti che si sono espressi in varie forme per raccontare, testimoniare, riflettere affinché la memoria di quel che è stato non venga perduta.

 

Questo è anche lo scopo, sicuramente, di Magda Poli che ha pubblicato con la Casa Editrice Sandro Teti, per la collana “Il Teatro della Storia”, un volume piccolissimo, in formato tascabile, “Era solo ieri”, una raccolta di stralci provenienti da numerosi autori e intellettuali; una sorta di coro concepito per essere recitato in teatro affinché si eviti, come dice l’autrice nella presentazione, la rimozione, già fin troppo spesso avvenuta, sia da parte di molte vittime (a causa del dolore, dei sensi di colpa, delle incredule reazioni altrui e forse in alcuni casi, per lavergogna), sia, come è ovvio, da parte dei carnefici e dei loro sostenitori e alleati ideologici.

 

E quale forma di espressione migliore se non il palcoscenico? Come recita la considerazione iniziale: “Alto è il valore pedagogico della rappresentazione teatrale. Essa, infatti, è capace non solo di rendere immediata la comprensione e la conoscenza della storia, ma anche di trasmettere, in modo diretto e semplice, i più alti valori civili”.

 

Un estratto da “La moglie ebrea”, opera in atto unico che Bertolt Brecht scrisse nel 1935, apre il libricino che prosegue poi con le riflessioni di Hanna Arendt, di Jorge Semprún, scrittore cattolico spagnolo deportato a Buchenwald che dialoga con Elie Wiesel, di Alberto Malliani, medico ebreo che si occupava di malati terminali e che nel 2001 aprì un seminario sulla Memoria e molti altri tra i più famosi dei quali Amos Luzzatto, Aharon Appelfeld, Liliana Segre, Primo Levi, Thomas Mann, Theodor Adorno, Simone Weil, Nedo Fiano, Elena Loewenthal, Tommy Lapid, Walter Benjamin, Claudio Magris.

 

Non solo Memoria, però. Oltre alle testimonianze, alcune lapidarie ma estremamente intense, il libro offre diversi spunti sulle responsabilità  del genocidio durante la guerra e dell’antisemitismo, del razzismo (anche verso i nomadi, gli stranieri) - che spesso si ripresentano anche in forme virulente in Italia e in Europa (per esempio, secondo indagini Eurispes risulta che l’Italia ha un indice di antisemitismo superiore alla media europea) - e del negazionismo fin quasi all’attualità: dal silenzio della Germania nel dopo guerra sulle proprie responsabilità, alla feroce campagna antiebraica in Polonia negli anni ’60 fino ad una breve rassegna su alcuni dei comportamenti e delle dichiarazioni di Ahmadinejad e dei governi iraniani sull’argomento.

 

A corredare gli interventi è una cronologia delle date di commemorazione di cui il 27 gennaio e il 10 febbraio sono ovviamente le più famose, ma tante altre sono le giornate dedicate o in cui si dovrebbero ricordare tragici eventi: dal Guatemala, Cecenia e India (febbraio), al Rwanda, Armenia e Cambogia (aprile), passando per la Namibia (dove nell’ottobre del 1904 sempre i tedeschi uccisero 80.000 persone del popolo Herero) e per la Cina (in cui nel dicembre del 1937 iniziarono uccisioni e violenze di massa da parte dell’Armata imperiale giapponese).

 

Un testo utile dunque anche perché evidenzia l’ipocrisia e il vago sapore antisemita di chi vorrebbe cancellare o annacquare il 27 gennaio con la scusa di un (effimero e apparente) interessamento per altri massacri, a loro dire ignorati dalla cronologia ufficiale.

 

 


Commenti   

 
-1 #1 ilSocialista 2018-08-29 16:47
ma, sai, al di là delle declamazioni retoriche e dei buoni sentimenti, analizzando i fatti con la fredda ragione, la radice ultima di quel genocidio furono due crisi economiche in Germania, quella del dopoguerra e quella degli anni '30; il capitalismo è una forza costruttiva e anche distruttiva come si sa; ma se le forze distruttive ad una certa fase storica prevalgono, tra le classi sociali si creano voragini, ed in esse si diffondono paure, incertezze, precarietà e risentimenti, allora l'odio anche razziale è destinato a rigurgitare; funziona così dai tempi delle piramidi ma la solfa, a distanza di millenni, ancora pare sia stata appresa e non se ne fotte nessuno, coi logici risultati che vediamo e che vedremo.
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