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29/09/20 ore

Al Teatro Erkel di Budapest Rossini è la contemporaneità della sua Italiana ad Algeri


  • Vincenzo Basile

L’Opera sorprende al primo impatto. L’apertura del sipario svela un gruppo di sinuose Cat Woman, tutte nel tipico, minimalista, lattice nero e in alcuni casi dorato. Si muovono con grazia ferina sullo spazio di un’essenziale eleganza pur nell’intensa allusività esotica (scenografo: Balazs Csiegler), suddiviso in tre piani prospettici susseguenti, quelli della reggia di Mustafà (Bakonyi Marcell) ricco e potente Bey di Algeri, manco a dirlo, sciupafemmine incallito.

 

Elvira (Zita Szemere) sua moglie, è una donna angosciata dalla concreta possibilità di essere ripudiata ma che tuttavia non rinuncia a tentare di riprendersi il Signore/marito che ormai la trascura.

 

Su questo scenario irrompe l’esito di un’azione piratesca con conseguente naufragio. Prigionieri dei predoni, un nutrito gruppo di vacanzieri viene condotto alla corte dello sceicco. Tra di loro Isabella, l’italiana del titolo, la Femme che il Bey considera Fatale per antonomasia, proprio quella che più di ogni altra sa farsi adorare facendo spasimare i suoi pretendenti.

 


 

La signora viene condotta nel palazzo e consegnata al Signore come schiava. Inizia così un susseguirsi di azioni e reazioni comiche, a volte farsesche, sempre scatenate dall’eros. Dalla fragile baldanzosità del machismo, all’irresistibile potenza della seduttività femminile, dall’erotizzazione dell’esterofilia alla capacità manipolativa del furbo ai danni degli sprovveduti, al surreale imprevedibile esito degli intenti più temerari, è un susseguirsi di episodi intriganti quanto spassosi, sul filo di una partitura ineffabile.

 

Ma tutto questo è nel libretto (Angelo Anelli) dunque ben conosciuto. La novità di questo allestimento è nella sua riproposizione aggiornata all’Oggi; Si ride spesso e volentieri, sempre a sorpresa, sollevando le intenzioni musicali di Rossini dalla responsabilità di intrattenere, per consegnare al pubblico il loro intatto incanto melodico.

 

 


Il merito maggiore è della coloritura registica delle scene, del giovane ma più che talentuoso Szabo Mate, il quale, attraverso una serie di invenzioni drammaturgiche (Judit Kenesey) ne rende magistralmente il contenuto scherzoso.

 

È il senso e la ragione di un allestimento moderno di teatro d’Opera classico, perfettamente riuscito, capace di confermare l’attualità di un’opera senza tradirne lo spessore artistico, utilizzando espedienti semplici (telefonini, computer e i trolley dei turisti che transitano in lungo e in largo sul palcoscenico e varie altre) efficaci nel rafforzarne la verosimiglianza e proporre elementi di riflessione sul presente.

 


 

Come il trattamento operato sul personaggio di Taddeo (Antal Cseh), trasformato, per un capriccio dello sceicco, da turista in caricatura dell’alto ufficiale di Palazzo, un pupazzo di corte agli ordini del potere. Ottimo quest’ultimo sia  nella sua prestazione canora che in quella attoriale, abilmente buffonesca.

 

Magnifica anche l’Isabella di Silvia Voros, presenza forte ed espressiva anche nelle sfumature canore più delicate.

 

 

Il ruolo di Mustafà (Bakonyi Marcell), particolarmente impegnativo perché presuppone un notevole carisma e una grande padronanza tecnica è reso con buon livello di qualità grazie anche al perfetto physique du role del protagonista che compensa visivamente qualche seppur rara imperfezione ritmica. Lindoro, un po’ costretto da una fisicità non proprio all’altezza, andava forse maggiormente incoraggiato nel prendersi uno spazio scenico più ampio; il giovane amoroso, appare come personaggio secondario più che comprimario, pur offrendo comunque una prova più che dignitosa.

 

Misurato ma di impatto, in tutte le uscite, l’Ali’ di Attila Dobak. Mentre Impeccabile  nel ruolo di Elvira è invece Rita Szemere, convincente e toccante sia nel recitativo che nel canto.  Volutamente  sottotono  è, nel ruolo di Zulma, la brava  Krisztina Simon, consigliera discreta e fedele di Elvira. Corpo di ballo imprescindibile (coreografa Katona Gabor) come necessario complemento scenico e drammaturgico,  appropriato allo stile generale di scena e costumi (Anni Fuzer).

 


 

È uno spettacolo che riesce ancora a divertire, attaverso gli evidenti rimandi al presente grazie alla sapiente, calibrata ironia nel descrivere, senza moralismi ne compiaciuto cinismo l’attuale scena politica e sociale non solo europea.

 

Applausi per tutti alla conclusione di ogni aria e a seguire il lieto finale, da parte di una sala colma , per una serata di alto profilo.

 

(foto di Berecz Valter)

 

 


Commenti   

 
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