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23/10/19 ore

Diritti umani, la strage della minoranza religiosa Yezida in Iraq



Centinaia di morti e migliaia di profughi in Iraq a seguito della violenta persecuzione di cristiani e delle minoranze religiose operata dall’ISIL, la formazione che si è proclamata "Stato islamico" e controlla ormai un’ampia porzione del paese. Incendi, rapimenti e cinquecento omicidi tra gli Yezidi della città di Sinjar, di cui quarantamila sono fuggiti dopo la conquista delle zone da parte dei miliziani islamici. Obama ha risposto al governo iracheno che chiedeva aiuto alla comunità internazionale per frenare l’avanzata dell’esercito spontaneo, denunciando attualmente il sequestro di centinaia di donne, seguito all’uccisione degli uomini di Sinjar.

 

Gli Yezidi, un popolo pacifico bollato come "setta" di "adoratori del demonio",rappresentano una minoranza etnico-religiosa perseguitata da centinaia di anni. Il loro credo, ultimo e plurimillenario capitolo sopravvissuto delle antiche religioni mesopotamiche, che si manifesta con un’adorazione della sacralità dei ritmi della natura, è stato identificato come un culto satanico. Questo ha provocato per secoli un accanimento particolare in zone e formazioni dominate dall’islam radicale e già poco inclini alla tolleranza religiosa; oggi, dopo i cristiani e gli sciiti, sono gli Yezidi nel mirino dei miliziani iracheni, e secondo le informazioni del rappresentante ONU a Bagdad sono circa 200 mila i fedeli in fuga.

 

Le credenze del piccolo gruppo etnico-religioso, originario della regione settentrionale dell’Iraq, assimilato ai Curdi per via della lingua ma da di diverse origini, sono un misto di cosmologia gnostica e antico politeismo pagano con influenze musulmane, cristiane e di altre fedi. La inquietante sagoma dell’Angelo caduto Melek Taus si staglia sul loro credo mantenendo l’oscuro nome di Shaitan, ma la figura di questo dio simboleggiato dal pavone, lungi dalle connotazioni etiche del Satana cristiano, rappresenta sì la discesa dello spirito verso la materia, ma come manifestazione e frammentazione della luce. Da qui l’equivoco con lo Shaytan arabo, entità analoga al demonio cristiano, lo stigma di "adoratori del diavolo" e la persecuzione millenaria.

 

Iscrivibile nel più ampio gruppo delle religioni native curde note come Yazdanismo, questa religione pre-islamica è stata accusata di praticare sacrifici umani, come del resto tutte le credenze e le filosofie riconducibili al concetto popolare (poi politico-mediatico) di "satanismo", di rado compatibile con la realtà. Il massacro degli Yezidi è una realtà che ciclicamente si ripresenta nelle regioni in cui si sono stanziati, dal Kurdistan all’Iran, con scarso interesse della comunità internazionale: sono considerati, come spesso accade, una "setta", per di più "satanica", pertanto difficilmente le loro sorti suscitano empatia. In questo caso, però, lascia attoniti il modo in cui le potenze occidentali stiano a guardare, perlopiù in silenzio, un massacro di massa frutto dell’avanzata inarrestabile di una formazione estremista pronta a giustiziare sommariamente satanisti e cristiani a parità di merito, come accade ormai quotidianamente.

 

Sebbene la persecuzione delle minoranze religiose bollate come "sette" sia una piaga mondiale, resta solitamente circoscritta a vicende di violenza o repressione individuale ed episodica anche nei paesi dove esiste il reato di blasfemia. Dieci giorni fa in Pakistan una donna e i suoi due nipoti sono stati uccisi da un rogo appiccato nella loro abitazione nel tentativo di ammazzare il marito, accusato di essere membro di una "setta". L’uomo, residente a Guiranwala, nell’est della provincia del Punjab, era stato accusato di blasfemia, sorte diffusa tra i membri della comunità Ahmadi.

 

L’odio verso la minoranza è tale che durante il feroce attacco a Lahore, in cui persero la vita 86 persone, gli agenti di polizia non difesero neppure le vittime, secondo quanto riportato dal portavoce del gruppo. Non solo nei paesi islamici, ma anche in alcuni paesi di Europa e in Cina la politica contro le "sette" non accenna a migliorare, e procede verso la repressione di tutte le minoranze non ammesse. Perfino la civilissima Francia, patria dei diritti dell’uomo, ha già subito tre condanne da parte della Corte di Strasburgo per via delle conseguenze di"leggi speciali" e organi governativi deputati alla "lotta alle sette", secondo un modello invocato anche nel nostro paese da parte dei sostenitori della reintroduzione del reato di plagio.

 

In Cina il governo, che distingue i "culti malvagi" dai "culti permessi",non ha ancora dotato il paese di una legge sulla libertà religiosa: dietro la distinzione tra culti "buoni" e "cattivi" si nascondono spesso moventi politici, come del resto avviene anche in altri paesi con modalità più o meno eclatanti. La Cina è emblematica in quanto, di fatto, perseguita possibili oppositori al regime, come dimostra il caso della "setta" buddista Huazang Darma, il cui leader Wu Zeheng è stato arrestato la scorsa settimana. Nel corso dei raid circa 50 persone, tra cui 20 bambini, hanno subito la detenzione, nel quadro di una stretta sulla libertà di credo da parte delle autorità.

 

Sebbene queste riconoscano il buddismo tra le religioni ufficiali, richiedono ai leader spirituali di operare sotto le direttive dell’associazione buddista "patriottica". Negli ultimi mesi il Partito Comunista ha inserito oltre dodici gruppi religiosi tra i "culti malvagi",provocando contestazioni e scontri in strada quando le autorità hanno obbligato gruppi protestanti a rimuovere le loro croci. Ma per quanto il problema della persecuzione contro le minoranze religiose sia capillarmente diffuso, la situazione irachena sta prendendo una piega che sconvolge per il grado di violenza, sul quale regna la scarsa attenzione dei governi e degli organi internazionali.

 

Gli oltre duemila Yezidi morti o dispersi a Sinjar rappresentano la minaccia del genocidio da parte di un esercito di miliziani che oggi controlla un’area delle dimensioni della Gran Bretagna. Nei giorni scorsi i portavoce Yezidi, accusati di essere una "setta satanica", Sabak, bollati come eretici e rapiti dai loro villaggi, e Turchi sciiti hanno lanciato un appello disperato ai governi e alle Nazioni Unite, che solo ora ha ricevuto delle prime risposte. Il massacro assume dimensioni sempre più vaste, e le speranze di sopravvivenza dei perseguitati decrescono mano a mano che l’ISIL conquista nuovi territori, pretendendo l’abiura e la conversione in cambio della sopravvivenza.

 

Intanto una recente mozione presentata dal deputato PD Arlotti impegna il governo italiano a dotarsi di maggiori strumenti per la vigilanza e la lotta alle "sette", rifacendosi al pluricondannato modello francese, e a supportare le associazioni che forniscono assistenza alle non meglio identificate "vittime delle sette". Il testo parla di "campagne di discredito" ai danni della Squadra Anti-sette della Polizia di Stato, che è stata già al centro di tre interrogazioni parlamentari per via di gravi casi di malagiustizia ai danni di minoranze religiose come Arkeon o Ananda Assisi, e del fatto che è coordinata da un prete cattolico. Un conflitto d’interessi che non sembra turbare i firmatari della mozione, che anzi citano un documento della CEI in merito a "religiosità alternative" e "sette" a sostegno della pericolosità di alcune minoranze religiose che hanno la colpa di porsi come concorrenziali rispetto alla religione maggioritaria.  

 

Speriamo che il governo, anziché rispondere a falsi allarmi mirati all’introduzione di sistemi liberticidi, risponda invece alle grida di aiuto provenienti da Sinjar, o rischiamo che alcune "sette" scompaiano per sempre, incluse quelle cristiane che subiscono stragi, sono depredate dei loro averi e costrette alla fuga. Interi popoli sono in questo momento esposti alla violenza e all’arbitrio dell’ISIL, le cui recenti stragi sono un monito per il futuro, e per ora dall’Italia l’unica voce che si leva con fermezza è quella di Papa Francesco, lo stesso che, quando si recò a Lampedusa, destò stupore perché parlò anche con uno Yezida. E chissà cosa avrebbe detto Ernesto Rossi nel notare come, da un po’ di tempo a questa parte, il pontefice resti solo a difendere la religiosità e a porre dei limiti al clericalismo, mentre lo Stato "laico" si preoccupa solo di mantenere il sistema clericale ignorando i drammi della religiosità, come nel caso dei massacri in Iraq, o con buona pace della stessa (vedi la mozione Arlotti).

 

Costrette a scegliere tra la morte per il fuoco delle milizie e quella per inedia che li attende sulle montagne, senza il sostegno della comunità internazionale le comunità minoritarie presenti in Iraq rischiano lo sterminio e l’estinzione in tempi che potrebbero rivelarsi drammaticamente rapidi. Sorge il dubbio, però, che alcune potenze occidentali, non ultima l’Italia, abbiano buoni motivi per mantenere il silenzio: romperlo potrebbe portarle a doversi assumere, agli occhi dell’opinione pubblica, le responsabilità della missione in Iraq e dei risultati attuali.

 

Esiti che dovrebbero far riflettere chi si è guardato bene dal dare ascolto a Marco Pannella quando lottava per la proposta "Iraq libero" preoccupandosi del dopo-Saddam, compresi quei pacifisti che, ribadendo un indefinito "no alla guerra", ridevano della soluzione nonviolenta, e che oggi si trovano ad assistere impotenti a una sequela di stragi.

 

Camillo Maffia

 

 


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