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30/06/22 ore

Alla ricerca di una giustizia efficiente. Intervista con l’avv. Fabio Viglione



Sui guasti della giustizia in Italia il dibattito è in corso da tempo, da ben prima dei recenti scandali che stanno contribuendo come non mai al discredito verso una funzione che è senz’altro un pilastro per ogni democrazia. Ne parla in questo intervento l’avvocato Fabio Viglione, evidenziando come la situazione si sia ulteriormente aggravata a seguito del prevalere di impostazioni demagogiche che hanno provocato quasi un’eclisse dello Stato di diritto nel nostro Paese. Rimediare alla deriva del giustizialismo demagogico e alle riforme controproducenti è il primo obbligo di chiunque abbia a cuore un cambiamento che ridia forza e prestigio alla magistratura.

 

 

**************** 

 

 

Luigi O. Rintallo - La giustizia italiana è stata attraversata in questi ultimi mesi da numerosi scandali, che ne hanno evidenziato problemi oramai pluriennali e denunciati da tempo. Le vicende relative al caso Palamara, come pure le dichiarazioni dell’avvocato Amara relative al processo Eni, rivelano che procure e tribunali possono essere un luogo privilegiato di distorsioni e forzature dello Stato di diritto: proprio il contrario di quello che i cittadini si aspettano dall’ordine giudiziario…

 

Fabio Viglione - Prima ancora che le polemiche sugli scandali recenti, dovrebbe essere posto in primo piano che la giustizia va intesa come un servizio reso ai cittadini. Come servizio per il cittadino, l’amministrazione della giustizia interessa tutti e non è di nessuno. Quello che interessa davvero è che ci sia una giustizia efficiente, che dia al cittadino un servizio corrispondente alle esigenze di tutela dei diritti così come disegnati nella “cornice costituzionale”. E perché la giustizia assolva a questo decisivo quanto delicato compito, in primo luogo non dev’essere lenta. 

 

L.O.R. - Una giustizia lenta è la negazione della giustizia…

 

Esatto, è un ossimoro: una giustizia ingiusta.  Un calembour, con il prefisso privativo (in) con il quale molti anni fa, ricordo, venne titolato un numero di Quaderni Radicali che raccoglieva molti autorevoli contributi.  Il bisogno di giustizia è sempre crescente e perché sia soddisfatto occorre che chi ne è il titolare faccia il proprio dovere. Per questo è importante, per amministrare la giustizia, che le controversie vengano scrutinate offrendo il massimo delle garanzie al cittadino e definite in tempi ragionevoli. Anche perché il tempo è un “valore” dell’uomo e della sua essenza naturalistica; non è possibile non fare i conti con il tempo perché esso rappresenta, in un certo senso, la nostra stessa vita. Si deve pretendere naturalmente qualità nel giudizio, ma anche ragionevolezza nel realizzarlo: la vita non può aspettare indefinitamente il giudizio.

 

Diceva John Lennon – o almeno questa è una frase a lui attribuita – “La vita è quella cosa che ci accade mentre siamo occupati a fare altri progetti”.  Non possiamo pensare che la vita scorra mentre siamo impegnati senza tempo nel farci riconoscere un diritto o per sapere se saremo dichiarati colpevoli o innocenti per una ipotesi di reato.  Rispetto al tempo della nostra vita, che si dimostri o meno la responsabilità in un processo penale, poco cambia per quanto riguarda il danno patito per il solo fatto che è trascorsa una infinità di tempo.

 

L.O.R. - Anche se pochi nel dibattito pubblico se ne dimostrano pienamente consapevoli, ciò vale anche nel caso di imputati che risultino alla fine colpevoli dal momento che patiscono comunque un danno aggiuntivo con la lunghezza dei processi…

 

Purtroppo, a causa della facile demagogia giustizialista che ha prevalso così a lungo nel nostro Paese, questa consapevolezza è venuta meno. Nel caso dell’innocente il danno è immediatamente evidente perché, a causa del fatto che nel corso del procedimento si pratica, su più livelli relazionali la presunzione di colpevolezza, (con una lettura antitetica dell’art. 27 della Costituzione). E non è infrequente che un cittadino innocente, per anni, sia costretto a subire un processo lungo vissuto con una sostanziale condanna anticipata nelle relazioni sociali e quando il caso assume rilevanza pubblica, in una gogna mediatica che neanche l’assoluzione sarà in grado di cancellare.

 

 Ma anche in caso di condanna, se è trascorso troppo tempo, si condanna in realtà tutt’altra persona rispetto a quella che ebbe a commettere il reato. 

 

Si finisce per far scontare ad una persona, dopo quindici anni, una pena che in realtà colpisce una persona diversa: diversa perché dopo il tempo trascorso dal fatto questo individuo ha realizzato comunque un percorso di vita che lo ha resa un altro. Dunque una giustizia giusta non può riconoscersi in una pena che si sconta a distanza siderale dalla condotta da punire. Certezza della pena poi che, oltre a significare tempi ragionevoli non può equivalere certo a più carcere. Questa equiparazione la lasciamo agli slogan populisti e pensiamo ad affrontare una personalizzazione della sanzione che sia bilanciata dal valore costituzionale della funzione riabilitativa e risocializzante.

 

La verità è che il dibattito pubblico sulla giustizia è stato contaminato dalla volontà di raccogliere facili consensi. Così, preconcetti, demagogie, multiformi ideologismi  hanno diviso in modo settario e hanno svolto un’azione frenante, rispetto alla funzione fondamentale di giustizia come servizio essenziale per i cittadini e la comunità.  

 

L.O.R. - Non si può dire, tuttavia, che siano mancati gli interventi del legislatore nel campo della giustizia. Soltanto che pare abbiano avuto esiti nel senso contrario a quello di migliorarne il servizio…

 

A mio avviso, però, si è trattato di riforme disorganiche, riforme evasive, magari adottate sulla scorta del “caso” giudiziario dell’ultima ora e ispirate sempre da spinte demagogiche. Siamo quindi ben lontani da quegli standard europei anche rispetto ai conti, perché i processi durano di più e non si è mai affrontato alla radice la questione, trattandola in modo organico. Perché durano troppo? Quali correttivi concreti possono essere adottati senza mortificare le garanzie del cittadino ?  

 

Naturalmente la conseguenza è devastante. Il processo penale, certo, fa più clamore, ma nella giustizia civile la lunghezza dei procedimenti è un fatto notorio, un po' come dire che il sole brilla. Una situazione insostenibile. In entrambi i settori – penale e civile – gli effetti sono sotto gli occhi di tutti: sfiducia nelle istituzioni, sofferenze esistenziali per tutti i soggetti coinvolti (vittime e imputati) e riflessi negativi anche sul fronte dell’economia. La lentezza dei processi produce un danno anche in ordine al PIL: studi recenti calcolano un’incidenza negativa della inefficienza della giustizia del 2%. È chiaro che ciò scoraggia gli investitori. 

 

L.O.R. - Ma a cosa si deve questa incapacità di modificare una situazione che, agli occhi dei cittadini, colloca l’amministrazione della giustizia sempre più distante dalle esigenze presenti nella società?

 

I problemi che pesano sulla giustizia italiana sono legati alla volontà di contemperare necessariamente i principi con la concretezza dell’effettività. Tradurre questi principi in un modello processuale che contempli il rispetto dei diritti di tutti, è qualcosa di molto importante che va però calato nei contesti quotidiani. Altrimenti restano appunto petizioni di principio astratte.

 

Il primo problema della giustizia penale è, a mio parere, l’ipertrofia normativa: abbiamo un numero enorme e spropositato di ipotesi di reato. È naturale allora che per affrontare con efficacia ed efficienza questa mole smisurata di fattispecie di reato, bisogna avere le strutture, il personale e la possibilità di trattarle. Altrimenti anche il principio sacrosanto dell’esercizio obbligatorio dell’azione penale – nato a garanzia dell’eguaglianza di fronte alla legge – diventa qualcosa che inevitabilmente non viene affatto applicato perché non è possibile praticarlo. Un simulacro. 

  

L.O.R. - O per lo meno è applicato con assoluta discrezionalità…

 

Ma si badi, le ragioni di tipo politico o di pregiudizio ideologico contano sino a un certo punto e mi sotraggo a questa lettura perché finisce per essere fuorviante. Il problema investe anche il quotidiano del “signor Mario Rossi”. Di sicuro investe la macchina giudiziaria nel suo complesso. Per Mario Rossi che è stato accusato di un reato e per Mario Bianchi che si è rivolto al magistrato ritenendo di essere vittima di una condotta delittuosa.

 

Non bisogna cedere a interpretazioni troppo  “complottiste” perché altrimenti si lasciano furi queste realtà: la verità è che il principale  condizionamento deriva dal dato puramente numerico. Se un Pm può inevitabilmente portare avanti un numero contenuto di fascicoli, tutti gli altri nemmeno saranno affrontati. E non per volontà ma per impossibilità.

 

Nell’ambito di questi dati di fatto, che sono molto basici e banalmente prosaici, si sono calati dei contesti demagogici che hanno creato molta confusione e rallentato il processo. Se la durata dei processi è una patologia, non può essere curata con un’altra patologia come l’abolizione della prescrizione. Se con il motore ingolfato si va dal meccanico, non è certo possibile tagliare i freni per risolvere: tagliare i freni non risolve un bel nulla! Dire di aver posto rimedio alla lunghezza dei tempi, del processo eliminando la prescrizione significa fare solo pura demagogia. Anche perché oltre il 50% dei procedimenti finiscono in prescrizione ancora nel corso delle indagini preliminari. Dunque, eliminare la prescrizione dopo la sentenza di primo grado oltre che irragionevole non incide neanche sul quadro generale.

 

L.O.R. - Senza contare che con la sospensione della prescrizione, alla fine avremo solo il “fine processo mai”…

 

La sospensione della prescrizione dopo la sentenza di primo grado – che poi significa appunto la sua abolizione – non si può certo dire risolva i problemi. Al contrario ha generato un ulteriore squilibrio. Da un punto di vista della cultura giuridica ci tengo ad evidenziare il mio assoluto dissenso per questa scelta che reputo assurda, anche in considerazione del fatto che il processo ha conseguenze per tutti coloro che lo subiscono, comprese le stesse vittime. È inconcepibile che, in uno stato di diritto, si concepisca una pretesa punitiva senza tempo.  Il cittadino resta in balia di questa pretesa punitiva infinita.

 

La realtà a mio parere è che si è utilizzato troppo lo spot demagogico del no alla prescrzione e si è concepito un rimedio peggiore del male. L’unica certezza sarà così l’incertezza e l’impossibilità di sapere quanto durerà un processo. Senza alcuna termine pretabilito, la vita scorrerà sia per gli imputati che per le vittime, in assenza di qualunque certezza. Si demonizza la prescrizione perché si rifiuta il principio costituzionale di non colpevolezza. Se così non fosse, non si sarebbe raggiunta la equiparazione “prescrizione condanna scampata”.  

 

L.O.R. - Servirebbe un mutamento culturale profondo, oltre che riforme davvero radicali…

 

Va rimesso al centro lo Stato di diritto e lo Stato di diritto non è possibile se si mettono in contrasto l’efficacia del giudizio e, dall’altra parte, l’efficienza di un accertamento dei fatti che deve portare a una sentenza. Altrimenti la vittima è solo il cittadino. Il tempo lungo non è un regalo nemmeno all’imputato, perché ricostruire un fatto attraverso testimonianze e il contributo de relato di narrazioni a distanza di tempo, non è affatto semplice. Si è fatta propaganda contro la prescrizione, dicendo che favoriva la difesa ma non è così: al centro di un processo c’è sempre una persona, con la sua vita, la quale subisce una “gogna” che incide sul piano delle relazioni, dei sentimenti e delle opportunità.

 

Piuttosto che inseguire la facile demagogia, occorre intervenire nel senso concreto di garantire un servizio all’altezza delle necessità concentrandosi su operazioni, certamente meno sbandierabili a livello mediatico, ma che sono indispensabili per migliorare le condizioni del nostro sistema processuale. Credo tuttavia, che il tempo della facile demagogia in tema di giustizia stia ormai agli  sgoccioli. Forse è possibile ripartire partendo dai problemi vecchi e nuovi da mettere sul tavolo delle riforme, senza giocare la carta del consenso ad ogni costo su questioni tanto delicate.  

 

 

(a cura di Lui O. Rintallo)

 

 


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