Informativa

Questo sito o gli strumenti terzi da questo utilizzati si avvalgono di cookie necessari al funzionamento ed utili alle finalità illustrate nella cookie policy. Se vuoi saperne di più o negare il consenso a tutti o ad alcuni cookie, consulta la cookie policy.
Chiudendo questo banner, scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all'uso dei cookie.

23/05/19 ore

Libia, "Pari o Dispare" per i diritti civili femminili



“Siamo agli inizi, c'è ancora molto da migliorare, ma noi donne siamo il potere”. E' questo il piglio combattivo con cui una delegazione di sette imprenditrici e professioniste libiche ha affrontato i 7 giorni di “soggiorno formativo a Roma” (21-27 ottobre) dedicati ai temi delle pari opportunità, dell'inclusione e dei diritti civili femminili nella Libia post-Gheddafi.

 

Un progetto, organizzato dall'associazione 'Pari o Dispare' con il supporto del ministero degli Esteri e di Eni, nato con l'intenzione di dar vita ad “un dialogo costante che possa aiutare le donne libiche nel loro ambizioso percorso di affrancamento”, come ha dichiarato Emma Bonino, vice-presidente del Senato, durante la conferenza di presentazione dell'iniziativa.

 

Una realtà, quella della Libia rivoluzionata dalla primavera araba, molto più “sicura” di quanto appaia all'estero: “Oggi c'è più spazio per noi donne e vogliamo cogliere questa occasione – ha dichiarato una delle ospiti del convegno, Maram el-Geblawi, presidente di una compagnia di tecnologia informatica – Le autorità libiche stanno facendo del loro meglio per offrirci spazio, ma credo si possa fare di più”.

 

Un Paese che sta cambiando, quello fotografato dalle sette donne libiche durante l'occasione romana, che persegue senza sosta un unico obiettivo: “in qualunque città vai – spiega Alaa Murabit, laureata in medicina e presidente dell'ong 'The Voice of the Libyan Women' – tutti vogliono una grande economia, un sistema democratico trasparente e la possibilità di dare una prospettiva alla propria vita”.

 

Una muta, quella che a cui sta andando incontro la Libia, da cui bisogna partire per liberarsi da tessuti ingombranti e soffocanti e vestirsi di una nuova pelle. “Tante sono le cose che alle donne vengono impedite – precisa ancora Murabit – ma in cui la religione non c'entra e sui cui la religione non si è mai pronunciata: per le donne libiche troppo contano ancora le pressioni familiari e sociali, che rendono più difficile avere accesso a un diploma”.

 

E' infatti ferma al 22% , in Libia, la percentuale di ricercatori universitari di sesso femminile mentre solo il 27% delle donne lavora: una “instabilità” che può significare nuove opportunità ma, anche, “un rischio di ulteriore marginalizzazione”.

 

Per questo motivo, evidenziano le 7 ospiti del soggiorno formativo, bisogna impegnarsi duramente affinchè i venti del cambiamento vengano sfruttati al meglio, creando nuove energie e sinergie, ribadendo diritti, dando più vigore a progetti che tutelino e diano maggiori possiblità alle donne nei diversi ambiti, economici, sociali, politici, della vita del Paese. E per far sì che questo progetto si concretizzi, ha affermato infine Alaa Murabit – credo che l'Italia sia il paese che ci può aiutare di più”. (F.U.)


Aggiungi commento


Codice di sicurezza
Aggiorna