di Fabio Viglione
Passato il referendum, al netto delle polemiche e delle conseguenze sul piano politico che la risposta degli elettori ha determinato, ritengo che si debba ritornare a quella pacata fermezza con la quale abbiamo ormai da oltre un decennio trattato su Quaderni Radicali ed Agenzia Radicale il tema della separazione delle carriere.
In realtà non abbiamo mai abbandonato il nostro metodo anche quando da una parte delle contrapposizioni politiche ci si allontanava dal merito a colpi di slogan e toni esasperati ed impropri. Non a caso, rilanciammo, nelle conversazioni, un mio articolo del 2009 che, dalle pagine di Quaderni Radicali, anticipava le potenzialità della riforma ed affrontava alcune delle obiezioni nel merito.
Confesso la mia ingenuità ma non mi rassegno all’idea che una riforma come quella della separazione delle carriere tra chi giudica e chi accusa possa essere tacciata di arroganza o addirittura possa contenere profili eversivi e di delegittimazione nei confronti della magistratura. Meno che mai possa urtare i baluardi posti a presidio della democrazia, scolpiti nella nostra Costituzione.
Se, come ci auguriamo, il dibattito tornerà ad assumere toni accettabili, non ritengo sia un atteggiamento coerente con la nostra appassionata ma non ideologizzata o faziosa testimonianza continuare a tenere viva l’attenzione sulla separazione delle carriere.
D’altronde questa riforma non solo era presente, in modo trasversale, nella gran parte dei programmi elettorali, anche recenti, ma è stata considerata opportuna anche da numerosi sostenitori del “No” alla recente tornata referendaria.
Tanti autorevoli maitre a penser, oltre che esponenti politici di primo piano, hanno sostenuto che la riforma proposta dall’attuale Governo non fosse “la separazione delle carriere”.
Se così fosse stato essi sarebbero stati certamente favorevoli. Ed è giusto prenderli sul serio, dare loro credito fiduciario.
Ora che questa più articolata riforma è stata mandata in soffitta e chiusa a chiave a più mandate, forse sarebbe il caso di ripartire da quello che sembra essere un punto di convergenza rispetto al quale anche i più impavidi vessilliferi della costituzione potrebbero convergere.
Torniamo all’origine. Torniamo ad una riforma di principio che consenta al codice del 1988 di rendere effettivo il “processo di parti” ed alla Costituzione di trovare piena attuazione quando ci consegna un “giudice terzo ed imparziale”. La Terzietà del giudice e la comune appartenenza tra una parte e il soggetto che decide non possono coesistere.
Altrimenti mi verrebbe provocatoriamente da dire che un’alternativa ci sarebbe per dare coerenza sul piano costituzionale, con buona pace del Codice di procedura penale.
Eliminare l’aggettivo “terzo” dall’art. 111 della Costituzione quando definisce lo status del Giudice dinanzi al quale le “parti” si confrontano in contraddittorio.
Ma è una provocazione fine a se stessa e come tale va presa. Quella terzietà è patrimonio condiviso che va difesa e tutelata in un sistema dotato di coerenza architettonica, non puramente estetica.
Sia chiaro: la separazione delle carriere sarebbe una riforma che, oltre ad essere il coronamento del principio costituzionale richiamato, realizzerebbe il più efficace rafforzamento della terzietà del Giudice garantendo al tempo stesso la piena ed assoluta autonomia della magistratura inquirente.
Senza alcuna sottoposizione all’Esecutivo ma con una propria indipendenza ed un proprio organo di autogoverno.
Non c’è spazio per straripamenti e delegittimazioni di sorta nel sempre più logorato rapporto tra politica e magistratura.
Il coraggio delle proprie idee non può essere vissuto, in democrazia, se non ponendosi su un piano di ascolto di quelle altrui senza delegittimare a prescindere chi le sostiene.
La giustizia è un servizio essenziale per la comunità, sta a cuore a tutti e non può essere terreno di scontro ideologico o campo di battaglia per contrapposizioni che nulla hanno a che vedere con il miglioramento della qualità della giurisdizione, il suo rafforzamento e la sua piana credibilità.
Lasciamo da parte i pregiudizi e torniamo a discutere di una riforma che non alteri l’equilibrio ma che consenta di dare attuazione effettiva ad un principio costituzionale – che non alberga solo in un appropriato aggettivo – e ad un modello di processo penale adottato quasi quarant’anni fa.
Ed allora, per non disperdere i pochi punti di convergenza che il confronto politico ci ha consegnato, auspico che quel minimo comun denominatore da cui ripartire consenta di superare le secche della contrapposizione sterile ed ideologizzata, del cinismo fazioso, consentendo di tornare a parlare del merito.
Un merito che non si ponga o non appaia come “regolamento di conti” o come ridimensionamento della magistratura, la cui funzione non può che rappresentare indefettibile garanzia per la democrazia e per lo stato di diritto.
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