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20/02/18 ore

Cooperazione, luci e ombre del progetto di riforma


  • Francesca Pisano

Dopo 27 anni il mondo della cooperazione italiana vede più concreta la possibilità di un intervento legislativo tanto atteso in materia. Lo scorso 24 gennaio il Consiglio dei ministri ha infatti approvato un ddl di riforma della legge 49 del 1987. Il testo del disegno di legge, presentato dal viceministro degli esteri Pistelli come la “scrittura di una nuova legge, più che una riforma”, si presta a numerosi commenti e interessanti risultano soprattutto quelli che provengono dagli operatori del settore come associazioni, organizzazioni non governative e volontari.

 

Lavorando sul campo infatti, hanno sentito nell’abbandono legislativo degli anni passati l’incapacità delle istituzioni di farsi carico del cambiamento, dell’urgenza e della tempestività che dovrebbero caratterizzare quantomeno il confronto fra l’Italia e i Paesi beneficiari, oltre che l’Italia e il resto d’Europa. Eppure questo è il momento in cui la macchina si è riaccesa, in cui l’ormai sbiadito inchiostro sulla carta ha ripreso forse a funzionare.

 

La novità è rappresentata dalla nuova Agenzia della cooperazione allo sviluppo che dovrebbe costituire l’organismo effettivamente adibito alla realizzazione delle “attività tecnico-operative”, operando direttamente o attraverso partner internazionali o nazionali. “In sé la notizia è positiva, ma bisogna vedere come funziona” sostiene Giangi Milesi, presidente di Cesvi. “C’è nella gran parte dei Paesi con cui collaboriamo” e ha un ruolo fondamentale e automatico nello snellire le “lungaggini burocratiche” che in Italia bloccano le missioni umanitarie nel percorso fra la Farnesina e il Ministero delle Finanze.

 

Anche il Comitato Interministeriale per la cooperazione allo sviluppo dovrebbe “contribuire – secondo Milesi - a rendere più fluido il processo per allineare l'Italia agli standard con cui si muovono i Paesi esteri in materia di cooperazione”. La riforma ne fissa gli obiettivi stabilendo che il Cics, presieduto dal presidente del Consiglio dei Ministri, dovrà «assicurare la programmazione, ed il coordinamento di tutte le attività (...) nonché la coerenza delle politiche nazionali con i fini della cooperazione allo sviluppo».

 

Secondo il presidente dell’Associazione delle ong italiane e di Focsiv, Gianfranco Cattai, la legge “non può prevedere unicamente una progettualità della nuova Agenzia. Una riforma avanzata deve riconoscere i diversi soggetti della cooperazione allo sviluppo che oggi compongono il sistema Italia, e creare luoghi di concertazione”.

 

Altro grave assente nel testo della riforma è il volontariato. “La legge deve riconoscere anche quell’ampio mondo che si occupa della cultura del dono”, altrimenti si rischierà di ignorare la base della cooperazione e quanti hanno avuto un ruolo significativo per la sua nascita. Cattai si dice comunque fiducioso e il suo giudizio è sicuramente attenuato rispetto ai commenti espressi sulla bozza che era già in circolazione, alla fine dello scorso anno.

 

Favorevole al testo della riforma è anche Nino Sergi presidente di Intersos, anche se sostiene che ciò che manca è “un po’ di coraggio”, perché infondo sopravvive in essa l’impianto conservatore proprio del nostro Paese.

 

Per quanto riguarda invece il ruolo che il ddl attribuisce agli attori privati, gli operatori delle organizzazioni indicate hanno rivelato un parere complessivamente positivo, purché siano indirizzati all’attuazione dei principi di responsabilità sociale di impresa e di inclusive business. Margherita Romanelli, di Gvc, si esprime infatti favorevolmente a questo tipo di coinvolgimento del settore profit anche se non devono sussistere “sovrapposizioni di intenti tra internazionalizzazione dell’impresa e finalità di cooperazione internazionale”. 

 

E l’incontro fra i diversi attori della cooperazione, pubblici, privati, profit e non profit avverrà proprio nella Conferenza nazionale per la cooperazione allo sviluppo che è stata concepita dalla riforma come “strumento permanente di partecipazione, consultazione e proposta”, attraverso il quale confrontarsi “sulla coerenza delle scelte politiche, sulle strategie, sulle linee di indirizzo, sulla programmazione, sulle forme di intervento, sulla loro efficacia, sulla valutazione”.

 

Altro aspetto del ddl riguarda la riforma della Direzione generale della cooperazione del ministero degli Esteri, l’organo del Ministero degli affari esteri che finora ha coordinato, gestito e realizzato tutte le attività per il sostegno ai Paesi in via di sviluppo, gestendo i fondi destinati a tale scopo. Saranno infatti soppresse almeno sei direzioni, anche se la DGCS continuerà a mantenere un ruolo prioritario nella definizione degli interventi da attuare e delle disponibilità finanziarie da destinare alle aree beneficiarie, sulla base di quanto indicato nel documento triennale di programmazione, elaborato a cura dall’Agenzia della cooperazione allo sviluppo e secondo le indicazioni del Cics.

 

Un giudizio del tutto negativo su questa riforma è stato invece espresso da Monica Di Sisto, vicepresidente di Fair Watch e Riccardo Troisi, ex presidente del Consorzio Città dell’altra economia. L’anno bocciata perché incapace di far fronte alle reali esigenze della Cooperazione, perché inadeguata e superata secondo loro, nei metodi e nel linguaggio col quale si affrontano le tematiche che ineriscono i Pvs. “Se altri ritengono che comunque sia un buon segno quando la Politica si occupa di noi, a volte noi vorremmo invece che ci dimenticasse proprio” sostengono entrambi. Secondo loro la visione che emerge dal testo del ddl è così lontana dalla Cooperazione internazionale che è inutile anche investire in un dialogo con le istituzioni, perché attraverso gli emendamenti si possa arrivare in parlamento ad apportare delle modifiche.

 

Una prospettiva del tutto diversa prima di tutto da quella del premier Letta che ne ha parlato come di “una riforma attesa e importante, che dà il senso della priorità che vogliamo di nuovo dare al capitolo della cooperazione alla sviluppo”.

 

Eppure è proprio da queste opposte vedute che bisognerebbe ripartire, dalla necessità di mettere in piedi un dialogo e la partecipazione, perché la Cooperazione possa essere rilanciata, continuando a operare con maggiore forza e migliori risultati. In fondo si tratta anche di un nuovo inizio, dopo così tanto tempo, e magari conviene cavalcare l’onda, urlando più forte se necessario. Magari questa è l'occasione per farsi ascoltare.


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