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21/08/18 ore

Shale gas, lo sceicco Obama


  • Ermes Antonucci

Dopo aver strappato alla Russia il primato sulla produzione di gas, gli Stati Uniti si apprestano a diventare, entro il 2020, anche il maggior produttore di petrolio al mondo, superando l’Arabia Saudita.

 

Merito di questo epocale sorpasso va anche alla messa a punto del “fracking”, un sistema innovativo (ed economico) di estrazione di gas e petrolio che, secondo gli analisti, ha già innescato una vera e propria rivoluzione energetica, con seri risvolti sul piano internazionale.

 

In breve, il metodo del fracking, o della fratturazione idraulica, consiste nel perforare il terreno in profondità (tra i 1500 e i 6000 metri) fino a raggiungere uno strato di rocce sedimentarie, per poi iniettare orizzontalmente un getto ad alta pressione di acqua, sabbia e prodotti chimici al fine di provocare la frattura della rocce e liberare così il gas naturale (shale gas) o il petrolio al loro interno.

 

Si tratta di una pratica che negli ultimi anni ha conosciuto, soprattutto negli Usa, importanti progressi, tali da rendere l’operazione di fracking non solo tecnicamente possibile ma anche economicamente conveniente. Grazie al miglioramento di questa tecnica, gli Stati Uniti stanno vivendo un vero e proprio boom, tanto da poter aspirare a raggiungere entro il 2020 l’indipendenza energetica.

 

Gli altri paesi, a parte alcune timidi eccezioni, stanno ancora a guardare. In Europa, esperimenti sono partiti in Gran Bretagna, Polonia e Danimarca, mentre altri paesi, tra cui la Francia e – seppur senza una legge – l’Italia, hanno vietato le esplorazioni di shale gas. Tutto ciò anche a causa delle feroci proteste dei movimenti ecologisti contro i possibili rischi ambientali che sarebbero legati all’attività di fracking (dal rischio di terremoti al possibile inquinamento delle falde, senza dimenticare l’ingente consumo di acqua richiesto).

 

La Cina, invece, pur disponendo di enormi riserve di shale gas, manca ancora delle infrastrutture necessarie per avviare in maniera sistematica l’utilizzo del fracking. Gli Stati Uniti, insomma, si apprestano a diventare, come ha sottolineato l’Economist nel suo ultimo numero, un “petrostato” in grado di cambiare gli equilibri economico-commerciali internazionali.

 

Se da un lato, infatti, il successo del fracking non dovrebbe determinare un mutamento della politica estera americana (l’intervento in Medio Oriente, secondo il settimanale inglese, resta comunque fondamentale per mantenere stabile il prezzo del petrolio), dall’altro esso potrebbe invece portare a una trasformazione della politica energetica a stelle e strisce.

 

La sovrabbondanza di petrolio e gas naturale negli Usa potrebbe condurre all’eliminazione del divieto di esportazione del primo (che ormai dura dagli anni ’70), e a una rivisitazione delle lente procedure di esportazione del secondo. In questo modo, oltre a godere di un considerevole aumento delle entrate, Mr. Obama offrirebbe ai paesi europei una valida alternativa al gas russo, riducendo quindi il potere di Putin sui suoi vicini. La “rivoluzione”, dunque, è appena iniziata.

 

 


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