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04/12/21 ore

La fine dei partiti e la mancanza di prospettive democratiche


  • Luigi O. Rintallo

Con il governo Draghi registriamo oggi la marginalizzazione delle forze politiche. Si potrebbe dire che l’emergenza Covid è servita per far emergere in tutta la sua dimensione la crisi di sistema della politica italiana, dove i partiti sono ben lontani dall’esercitare quella funzione di indirizzo che attribuisce loro il dettato costituzionale.

 

Nella sua qualità di esponente di primo piano dell’establishment economico-finanziario che, di fatto, ha soppiantato da tempo la politica, Mario Draghi opera in una condizione ben diversa dai precedenti “tecnici” trovatisi in passato a guidare il governo italiano.

 

Più che a un civil servant ci troviamo di fronte a un commissario non vogliamo dire liquidatorio, ma di certo dotato di un’investitura che trascende gli equilibri interni.

 

Da questo punto di vista, occorrerà presto interrogarsi sul tipo di evoluzione che interesserà anche il nostro sistema istituzionale. La lunga serie di lacerazioni intervenute dal 2011 a oggi, nell’arco di un decennio hanno finito per incidere non poco sulla resistenza del suo già fragile tessuto, soprattutto per quanto riguarda l’aspetto della rappresentatività ma con riflessi decisivi anche sulla governabilità.

 

Infatti, nonostante la riduzione di spazio subita dal Parlamento, non abbiamo in realtà assistito a una compensazione in termini di efficacia del processo decisionale rispetto agli spesso lamentati eccessi di assemblearismo del passato.

 

E questo perché tutta la fascia dei poteri intermedi, riconoscibili negli apparati amministrativi e burocratici, è pesantemente minata dalle degenerazioni di stampo corporativo e dalle drammatiche conseguenze di un abbattimento delle deontologie professionali, di cui non sono alla vista i possibili rimedi.

 

E qui si pone il problema chiave che concerne la politica italiana, vale a dire il ruolo obiettivamente di blocco rappresentato dal Partito Democratico. Quello che si temeva al momento della sua nascita è puntualmente avvenuto, quando appunto evidenziavamo che dalla fusione a freddo fra ex-pci ed ex-dc di sinistra non  sarebbe derivato un processo di modernizzazione politica, bensì un disegno di natura restaurativa volto a tutelare il coacervo di interessi sindacal-burocratici-corporativi che lo ha condizionato sin dall’inizio.

 

Purtroppo tali interessi sono oggi in netto contrasto con quelli generali del Paese e non si scorgono forze che siano davvero in grado di contrastare questa divergenza che rischia di pregiudicare il prossimo futuro.

 

Il disegno restaurativo si reitera anche in questa fase del confronto, che è scandito dai due appuntamenti fondamentali del voto amministrativo e della elezione del Presidente della Repubblica. È ormai evidente che il PD punta a sfruttare il probabile esito favorevole del voto nelle cinque grandi città come viatico a una legittimazione popolare che in realtà non possiede da tempo e che, se il voto sarà accompagnato da forti percentuali di astensione, nei fatti continuerebbe a non esserci davvero. 

 

Tuttavia, a quel punto, sarebbe agevole poter direzionare il voto per il Quirinale secondo i propri desideri, anche a causa del disorientamento che si registrerebbe inevitabilmente nelle altre forze politiche, a cominciare dal centro-destra.

 

Una prospettiva che si segnala per i tratti di continuismo con la melassa consociativa che contraddistingueva la vecchia DC. Non a caso, del resto, il PD ha visto prevalere nel suo gruppo dirigente i suoi eredi più diretti, dal momento che gli ex-post comunisti hanno scelto di collocarsi in una posizione gregaria a conferma della loro intrinseca natura subalterna che storicamente mai li abbandona.

 

(disegno da apostolatosalvatoriano)

 

 


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