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22/11/17 ore

Egitto, l'anniversario di sangue di una rivoluzione mai compiuta



Un anniversario macchiato di sangue, quello che si appresta a vivere l'Egitto. A tre anni esatti dalla “rivoluzione del 25 gennaio” che costrinse l'ex presidente Hosnu Mubarak a dare le dimissioni, il Cairo è stato colpito da 3 violenti attentati che, secondo un primo bilancio fornito dalla tv di Stato, hanno causato 5 morti e 91 feriti.

 

Il primo attacco, il più grave, ha preso di mira il quartier generale delle forze di sicurezza, a Bab el-Khalk, nella parte meridionale della capitale, dove un kamikaze alla guida di un'auto-bomba si è lanciato contro la recinzione protettiva che circonda l'edificio, provocando la morte di 4 persone.

 

Circa un'ora più tardi, nel quartiere di Dokki, a Giza, tre ordigni sono stati lanciati contro un veicolo con a bordo una pattuglia di poliziotti, uccidendo, a quanto pare, un'altra persona. L'ultima esplosione si è verificata sempre a Giza, davanti al commissariato di Talbeya, senza ulteriori vittime.

 

Nonostante gli attentati siano stati dopo poco rivendicati dal gruppo jihadista Ansar Bayt al-Maqdis, alcuni dei passanti presenti nei luoghi delle deflagrazioni hanno iniziato a gridare slogan contro i Fratelli Musulmani, estromessi dalla vita politica egiziana dal 25 dicembre scorso, data in cui sono stati dichiarati organizzazione terroristica.

 

Ma la Fratellanza, considerata ormai fuorilegge e colpevole di molti degli attacchi avvenuti dopo la deposizione del loro presidente, Mohamed Morsi, nega qualsiasi responsabilità di quanto accaduto: “E' un attentato fatto in casa – ha commentato una a fonte vicino ai Fratelli – confezionato per gonfiare il sostegno al nuovo regime, non siamo stati noi perchè a noi questa escalation non conviene”.

 

La Fratellanza ha poi invitato i cittadini a manifestare per 18 giorni a partire da oggi, per ricordare la durata della rivolta che portò, l'11 febbraio 2011, alla caduta di Mubarak. Ma la popolazione, finora profondamente spaccata, sembra inneggiare sempre più al regime militare e al suo fautore, il ministro della difesa el Sisi, artefice della cacciata di Morsi.

 

Intanto, a seguito delle esplosioni, le misure di sicurezza sono state massicciamente rafforzate nella capitale, all'aeroporto internazionale, nel distretto di Giza, al ministero dell'Interno e davanti a tutte le ambascite occidentali: secondo quanto riferito dal quotidiano egiziano Al Masry Al Youm, è inoltre stato di massima allerta in tutte le province del Paese, con 10mila agenti e 50 squadre di pronto intervento schierate per scongiurare altri eventuali attacchi.

 

Quelli di oggi, ha sottolineato il premier Hazem el-Beblawi, “sono tentativi vili e disperati da parte di forze terroristiche malvage per vanificare il successo che l'Egitto e il suo popolo hanno conseguito nell'attuare la transizione, e nell'approvare la nuova Costituzione”.

 

Una Costituzione sottoposta a referendum e votata dal 98% delle persone, nonostante l'affluenza sia stata molto più bassa del previsto (38%): un apparente piccolo passo in avanti che non riesce però a nascondere un Paese tutt'oggi lacerato, preda di differenze inconciliabili e di un difficile passaggio di poteri, eredità di quella primavera araba di cui non si riesce ancora a cogliere i frutti. (F.U.)

 

 


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