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18/09/19 ore

Brexit e Catalogna: due facce di due medaglie diversissime



di Enrico Rufi

 

Il paragone tra Brexit e crisi catalana è un paragone molto gettonato tra i sostenitori dello status quo europeo, che la stampa trasmette acriticamente a quella parte dell’opinione pubblica europea cosiddetta europeista, mentre i cosiddetti antieuropeisti sono eccitati dai capipopolo sovranisti che tifano sia per i brexiter che per gli indipendentisti catalani – facendo anche loro di tutt’erba un fascio - in funzione sfascista rispetto all’Unione.

 

Ora, comparare il referendum pro Brexit con quello pro indipendenza della Catalogna non è una forzatura, è un’idiozia, per quanto sgangherato sia il parallelismo. Ciò non impedisce al presidente del governono spagnolo, Pedro Sánchez, di accreditare con grande sicumera un’equazione tra quanto sta succedendo in Gran Bretagna e quanto sta succedendo in Catalogna, quasi ci fosse una regia occulta. 

 

Due gli argomenti principe: referendum britannico e referendum catalano sono entrambi «progetti polítici basati su menzogne», l’uno e l’altro sono «vicoli ciechi», e, soprattutto,  gli uni e gli altri – i brexiter e i catalanisti – usano gli stessi argomenti, i primi per sfasciare l’Unione europea, i secondi per sfasciare la Spagna. Il che non è sbagliato. Sbagliato, anzi truffaldino, è insinuare che sovranisti britannici e ‘‘sovranisti’’ catalani (ci vogliono le virgolette perché in realtà loro contestano il sovranismo spagnolo più che affermare il proprio) si sono divisi i compiti e operano in joint venture.

 

Checché ne dica Sánchez, brexiter e catalanisti parlano infatti due lingue differenti, al di là della distanza tra l’inglese e il catalano.

 

Risulta evidente, comparando un po’ di dati raccolti dagli analisti, che il paragone di Sánchez è figlio dell’epoca delle fake news. Basta comparare qualche parametro, come si sono presi la briga di fare i giornalisti di VilaWeb, citando come fonti Kirby SwalesUnderstanding the Leave Vote e il Baromètre d’Opinió politica. Loro prendono in conto sei aree: istruzione, immigrazione, autoritarianismo, età, reddito e welfare.

 

Istruzione: nel Regno Unito il livello medio di istruzione dei brexiter è basso. I britannici laureati sono generalmente contrari all’uscita del loro Paese dall’Unione europea. In Catalogna è il contrario: la grande maggioranza dei meno istruiti è per il mantenimento dello status quo, mentre l’abbandono dello Stato spagnolo è visto con favore da chi ha diplomi, lauree e dottorati.

 

Immigrazione: in Gran Bretagna il voto anti immigrazione è concentrato tra i brexiter. In Catalogna, invece, tra i gli anti indipendentisti. Ben il 61% di coloro che nel referendum criminalizzato (e manganellato) si sono espressi a favore del divorzio dallo Stato spagnolo rigettano gli argomenti xenofobi. Meno di uno su due reagisce invece allo stesso modo nell’altro schieramento.

 

Autoritarismo: se i fan del dura lex sed lex sono il 66% tra i brexiter, si fa una certa fatica a trovarne qualcuno tra gli indipendentisti catalani, che infatti praticano la disobbedienza civile, coniugandola con la nonviolenza.

 

Età: allo stesso modo, se alta è l’età media tra i sostenitori dell’uscita del Regno Unito dall’Unione europea, bassa è quella di chi in Catalogna non riesce a trovare empatia con lo Stato borbonico spagnolo.

 

Reddito: chi ha redditi più bassi ha votato per la Brexit in Gran Bretagna e per restare in seno allo Stato spagnolo in Catalogna. Gli elettori con redditi più alti si sono ritrovati oltremanica nell’ottica dell’Unione europea e sull’altra sponda del Mediterraneo nella prospettiva della Repubblica catalana.

 

Welfare: neanche su questo sta in piedi il paragone di Sánchez. Opposizione netta tra sovranisti britannici e catalani anche sul welfare. I primi fortemente contrari, i secondi favorevolissimi.

 

Manca la prova del nove capace di assestare il colpo di grazia: l’allergia all’Unione europea. Probabilmente perché ritenuta inutile, considerata la ragione sociale dei brexiter. Invece è qui che vengono sbugiardati definitivamente tutti i Sánchez, compresi i nostrani, di questa Unione degli Stati-Nazione. I catalanisti – all’opposto dei brexiter, seppure con la stessa compattezza - si muovono in una prospettiva europeista. 

 

Si obietterà: anche i loro avversari, i sostenitori dello Stato spagnolo uno e indivisibile, sono europeisti. Certo, ma con una differenza fondamentale: l’europeismo dei catalani è federalistaCome quello degli scozzesi, del resto. Un federalismo dinamico, sperimentale, laico, l’unico in grado di elaborare un’alternativa credibile al club di Stati decadenti e obsoleti (definizione di Puigdemont) a cui si è ridotta l’Unione europea.

 

Dalla Catalogna e dal Belgio, intanto, arrivano duenotizie che vanno segnalate: a distanza di quasi tre anni, sono stati indagati otto responsabili della Policía Nacional per le violenze subite dagli elettori catalani il giorno del famoso referendum. Un giudice belga, poi, ha riaperto le indagini sulle cimici applicate a Bruxelles dai servizi segreti spagnoli alla macchina dell’allora Presidente della Generalitat Carles Puigdemont

 

Nel frattempo tre eletti catalani  – lo stesso Puigdemont, insieme all’esule Toni Comín e al detenuto Oriol Junqueras (da quasi due anni in carcere preventivo e con lo spauracchio di una condanna a venticinque anni di galera) - non riescono a metter piede nel Parlamento Europeo, dove sono stati regolarmente eletti più di tre mesi fa da un milione di persone. Prima bloccati da Antonio Tajani, adesso da David Sassoli

 

Rispetto delle libertà e dei diritii fondamentali in Catalogna. Iniziativa di 52 deputati francesi di Enrico Rufi

 

 


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