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23/11/20 ore

La patria europea e la statua di D’Annunzio a Trieste


  • Enrico Rufi

di Enrico Rufi

 

Il ministro degli Esteri croato ha tirato in ballo i valori europei per reagire sdegnato alla statua di un Gabriele D’Annunzio seduto su una panchina intento a leggere un libro, inaugurata a Trieste in occasione del centesimo anniversario dell’impresa di Fiume, quella che portò alla creazione tra l’agosto del 1920 e il 30 dicembre dello stesso anno della Repubblica del Carnaro, al libero Stato di Fiume: «Il ricordo dell'anniversario dell'occupazione di Rijeka (Fiume) in alcune altre città italiane, non solo mina le relazioni amichevoli e di buon vicinato tra i due Paesi, ma è anche il riconoscimento di un'ideologia e di azioni che sono in profondo contrasto con i valori europei». Iniziativa «inaccettabile» e «scandalosa», ha rincarato la dose la presidente croata Kolinda Grabar- Kitarović.

 

La crisi diplomatica tra Repubblica italiana e Repubblica croata (chiuso perfino lo spazio aereo croato a due voli provenienti da Pescara, destinazione Fiume) e la rissa cui stiamo assistendo tra nazionalisti croati da una parte e nazionalisti nostrani dall’altra (Giorgia Meloni e Isabella Rauti in prima fila) la dice lunga sul grande equivoco europeistico che questa Unione Europea continua ad alimentare. E a completare il quadro desolantissimo, l'immancabile PD che in nome dell’europeisticamente corretto fa suoi gli argomenti dei nazionalisti croati, rinfacciando al sindaco triestino Dipiazza le «rimostranze» del sindaco di Fiume.

 

Non c'è da meravigliarsi, quindi, se i pieddini giuliani, guidati da certo Giovanni Barbo, hanno pensato bene di mettersi di traverso contro la mostra triestina dedicata al Vate e curata da Giordano Bruno Guerri con un titolo che a sinistra un tempo sarebbe piaciuto molto: «Disobbedisco», e non trovando invece niente da ridire su un'altra mostra, una contro-mostra, intitolata «L'olocausto di D'Annunzio» che a Fiume è stata allestita in contemporanea.

 

In realtà, come si sa, D'Annunzio non si limitò a disobbedire, al generale Pitaluga prima, a Nitti e a Giolitti poi, ma diede vita a un originalissimo e arditissimo esperimento politico all'insegna della libertà (declinata anche in senso libertario, addirittura ‘‘hippy-sessantottino’’), della democrazia (dal suffragio universale maschile e femminile al referendum popolare), del welfare (salario minimo, sistema assistenziale e pensionistico) e dei diritti civili (dal voto ai ventenni al divorzio – a Fiume andarono Guglielmo Marconi e la moglie irlandese per poter divorziare).

 

La Repubblica del Carnaro era intollerabile non solo per il Regno d’Italia (che infatti la soffocò nel sangue ) e per il neonato Regno dei Serbi, Croati e Sloveni, ma era indigesta anche per tutto lo status quo europeo appena ricostituito dopo la carneficina della Grande Guerra. Non solo perché la Repubblica del Carnaro fu il primo Stato a riconoscere l’Unione Sovietica (eloquente l’episodio del sequestro e del dirottamento nel porto di Fiume del piroscafo Persia carico di armi e munizioni dirette ai controrivoluzionari russi, che erano affiancati come si sa anche da un contingente italiano), ma perché l’originale spinta nazionalistica lasciò ben presto il posto a un sopranazionalismo-internazionalismo-cosmopolitismo pericoloso e spiazzante per gli Stati-Nazione e le loro pulizie etniche.

 

E allora le domande nascono spontanee: conosce la presidente croata il taglio multietnico e plurilinguistico della Carta del Carnaro? Sa chi era gente del calibro di Alceste de Ambris, Giuseppe Giulietti o Ercole Miani? E quelli del PD, a Roma come a Trieste, conoscono la storia patria? Lo sanno, gli uni e gli altri che quella Carta (a cui poi si ispireranno i nostri padri costituenti così come a quella della Repubblica partigiana dell’Ossola) guarda al modello del federalismo cantonale elvetico (Fiume Città-Stato come Ginevra)?

 

Bisogna anche chiedersi, purtroppo, se c’è un federalista a Trieste, Fiume, Zagabria e Roma che non consideri esaurito il suo dovere nello sbandierare stancamente il Manifesto di Ventotene mentre in nome dell’Europa i nazionalismi dell’est e dell’ovest, da quello croato a quello spagnolo, allontanano sempre di più il traguardo di una comune patria europea…