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10/08/22 ore

Finanziamento pubblico ai partiti, quel referendum (radicale) tradito e dimenticato


  • Florence Ursino

“Se un obbligo ci fosse, sarebbe quello della memoria, e noi abbiamo la memoria corta” scriveva Camus. Così, mentre Renzi approfitta dell'onda d'urto a 5 stelle, Bersani tentenna e Grillo vomita a ogni 'tweet sospinto' tutto il suo disprezzo per un 'fu' governo di ladri e corrotti, l'italica coscienza si affretta a recuperare quella volontà, espressa due decenni fa e subito dimenticata, resuscitata oggi dal pifferaio magico al rivoluzionario suon di 'aboliamo il finanziamento pubblico ai partiti'.

Era infatti il 1993 quando, dopo le inchieste dei team di 'Mani Pulite', un referendum proposto dai Radicali (sulla scìa di uno già indetto nel 1978 che non raggiunse per pochi punti il quorum) ottenne il 90,3% dei Sì all'abolizione del sostentamento pubblico alle strutture partitiche: il finanziamento, istituito nel 1974 con l'approvazione di tutti i partiti presenti in Parlamento tranne dei liberali con l'intento di evitare fenomeni di corruzione possibili con l'intervento dei fondi dei privati, venne abrogato. E, subito dopo, ristabilito con nuove modifiche della vecchia legge (195/74).

 

Il lupo perde il pelo e il finanziamento diventa 'contributo per le spese elettorali': durante le elezioni del marzo 1994, il rimborso, erogato in un'unica soluzione, ammonta per una intera legislatura, tra Camera e Senato, a 47 milioni di euro. Tre anni dopo, con la legge “Norme per la regolamentazione della contribuzione volontaria ai movimenti o partiti politici”, il finanziamento pubblico viene ripristinato.

 

Nell'estate del 1997 i Radicali decidono perciò di dare il via ad una serie di iniziative con cui, attraverso banconote da 10.000 lire timbrate, restituiscono i soldi del loro rimborso ai cittadini. Intanto si susseguono nuove leggi in materia di fondi da erogare alla politica e nel 1999 il totale dei 'contributi' da versare in caso di legislatura completa, per Camera e Senato, sfiora i 194 milioni di euro.

 

Dai Radicali, per l'ennesima volta, il 21 maggio del 2000 parte l'iniziativa referendaria: si vota per sette quesiti, tra cui quello per l'abolizione del finanziamento pubblico ai partiti. Ma, grazie alla sapiente opera di boicottaggio dell'informazione di natura radicale, si manca il quorum. Nel 2002 quei 194 milioni di euro diventano 468.853.675 e dal 2006 l'erogazione del denaro dei cittadini è dovuta, annualmente, per tutti e cinque gli anni di legislatura, indipendentemente dalla sua durata effettiva.

 

Il 15 aprile del 2012 i Radicali 'danno i numeri' e pubblicano i “costi della partitocrazia” dal 1994 ad oggi: contro la propria, manifestata, volontà, gli italiani hanno elargito ai partiti 2,3 miliardi di euro.

 

La Costituzione prevede che i referendum abbiano esito vincolante: se fosse stata rispettata, la questione del finanziamento pubblico sarebbe stata risolta molti anni fa come i cittadini hanno espresso votando il nostro referendum – dichiara oggi  Emma Bonino – Tradire le regole della 'Costituzione più bella del mondo' porta sempre male”. Sempre che qualcuno, Camus docet, se la ricordi ancora.


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