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27/07/17 ore

La strage di Nizza, le premesse per perdere



di Ernesto Galli della Loggia (Corriere della Sera)

 

Ammettiamo che si tratti di un «lupo solitario». Perfino che si tratti, ancora più banalmente — se si può usare questo termine per un evento di tale smisuratezza sanguinaria — di una persona affetta da disturbi psichici. Resta il fatto che la nazionalità d’origine dell’autore della strage di Nizza, le modalità e l’obiettivo della strage stessa, il suo contesto simbolico, tutto lascia credere che Mohamed Lahouaeij Bouhlel abbia agito perlomeno — perlomeno — sotto l’influenza di quella «retorica jihadista» che, come ha scritto Le Monde, «chiama alla lotta contro gli infedeli, gli ebrei e i crociati, gli Occidentali: un discorso totalitario che predica la guerra con tutti i mezzi contro i miscredenti e altri non credenti».

 

Come dubitare che proprio tale retorica, diffusa a piene mani nei Paesi del Medio Oriente così come nelle comunità islamiche in Europa e in America attraverso Internet e altri mille canali, rappresenti il problema cruciale della lotta contro il terrorismo?

 

Come dubitare che se non si fanno i conti con una tale retorica essa finirà inevitabilmente per alimentare sempre nuova e ancora nuova violenza? E infine: come credere che la retorica jihadista di cui sopra non abbia nulla a che fare con la religione islamica? Qui si tocca un problema di fondo quanto mai delicato. Ogni volta infatti che si prova a dire quello che ho appena detto, e magari ci si azzarda anche a indicare — con tutta l’approssimazione del caso, ma i giornali non sono gli Annali dell’Accademia delle Scienze — i motivi di questa implicazione tra la religione islamica e il radicalismo politico dagli esiti terroristici, immediatamente ci si espone alle opportune correzioni, all’invito ai debiti distinguo e ai necessari approfondimenti da parte di chi pensa di saperne o effettivamente ne sa di più.

 

Il tutto accompagnato alla messa in guardia contro il pericolo di aprire le porte a una guerra di religione. E fin qui sta bene. In una materia così scottante i politici, tra l’altro — e non solo italiani ma di tutta l’Europa che conta — sono sempre d’accordo con tali messe in guardia, con questi appelli alla cautela.

 

Per la buona ragione che così essi possono evitare ciò che più temono: e cioè, Dio non voglia, prendere decisioni nette e quindi necessariamente impegnative (per esempio tirare in ballo finalmente le responsabilità dell’Arabia Saudita o intervenire con efficacia contro il mercato delle armi). Il fatto è, però, che in tutti i casi che conosco gli inviti di cui ho appena detto, sia pure sacrosanti, evitano però, a me pare, di pronunciarsi poi, a propria volta, nel merito. Cioè di dirci quale sia allora il reale rapporto che intercorre tra religione islamica e radicalismo islamista. E chi, e in che modo, possa eventualmente fare qualcosa.

 

- prosegui la lettura su corriere.it

 

 


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