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25/04/17 ore

Gli occhi chiusi sulla guerra santa (ormai globale)



di Pierluigi Battista (Corriere della Sera 3 luglio 2016)

 

Piangiamo i nostri morti di Dacca e siamo costretti a ricordare che la guerra dei fanatici jihadisti non finisce mai, non ci dà tregua, si dissemina per il mondo, colpisce con ossessiva caparbietà. Facciamo finta di non vedere. Facciamo finta di non capire. Minimizziamo. Parliamo d’altro. Ma speriamo sempre che la strage di Parigi sia stato solo un brutto incubo.

 

Speriamo che a Bruxelles la colpa della carneficina in aeroporto sia delle goffaggini belghe. Che i morti ammazzati di Charlie Hebdo siano stati un brutto episodio ma isolato. Però proprio in questi giorni hanno appena rinnovato minacce apocalittiche contro ciò che resta della redazione di Charlie Hebdo, ma noi releghiamo la ferale notizia in un angolo della nostra percezione delle cose. Non può essere vero che questa guerra cruenta, bizzarra, incomprensibile abbia preso noi come bersagli. E Dacca, è stata forse un caso, un altro caso?

 

Hanno appena massacrato un po’ di innocenti all’aeroporto di Istanbul. E noi non facciamo fatica a declassare questa tappa ennesima della guerra globale dell’islamismo fanatico e stragista a un episodio di rango per così dire locale. Non preghiamo per loro. C’è voluto Ferzan Ozpetek a richiamare noi europei che parliamo continuamente di Brexit a un minimo di solidarietà, di allarme, di reazione per l’attentato kamikaze che ha sfregiato la Turchia: e Istanbul è pure più vicina di Dacca, è alle porte dell’Europa. A Orlando un’ecatombe in un locale gay della Florida. Abbiamo fatto di tutto per non coglierne la portata mostruosa, come era già accaduto per l’esplosione durante la maratona di Boston. Abbiamo attribuito tutta la colpa a uno squilibrato. Ne abbiamo ridotto il significato a una questione, pur importantissima per carità, di facilità con cui negli Stati Uniti la follia degli assassini può munirsi di armi pericolosissime.

 

Magari c’è anche questa componente, come escluderla? Ma siamo riluttanti a cogliere il cuore della questione: che nella guerra santa contro il nostro peccaminoso stile di vita, contro il modello culturale blasfemo e diabolico che viene così fanaticamente ripudiato, l’omofobia violenta e senza freni, l’odio per le donne libere (Colonia), il disgusto per gli stessi luoghi della vita quotidiana, del divertimento, dei comportamenti non conformi a un dogma religioso sono non un lato marginale del combattimento fondamentalista, ma una componente essenziale della guerra unilateralmente scatenata. Prima di Dacca hanno colpito discoteche, night-club, cinema, teatri, ristoranti, stadi, spiagge, mete di vacanza e di turismo, caffè, alberghi. Persino musei, come a Tunisi. Non c’è luogo della Terra e delle metropoli occidentali che non sia potenziale bersaglio di una guerra infinita.

 

Ma noi non vogliamo capirlo. Pensiamo che capirlo ci faccia male, che ci possa costringere a scelte che non vorremmo mai compiere. Dedichiamo solo un fugace pensiero alla lontana Nigeria dove gli assassini di Boko Haram hanno manipolato povere bambine come martiri della fede da far saltare in aria negli attentati suicidi. Pensiamo di potercene disinteressare se nel cuore di Tel Aviv gli attentatori colpiscono bistrot e caffè frequentati dagli studenti. A Hebron hanno appena ammazzato a coltellate una ragazza di 13 anni ma nei media occidentali la notizia è stata in gran parte ignorata. Non vogliamo più sapere cosa ne è stato dell’aereo russo colpito nei cieli dell’Egitto.

 

Dopo Parigi e Bruxelles la diffusione del terrorismo jihadista viene ridotta a faccenda di «lupi solitari». Le stesse notizie sul fronte bellico vero e proprio, in Siria, in Iraq, nella vicinissima Libia, vengono lette stancamente come un bollettino di una guerra lontana condotta contro l’Isis. Mentre in Pakistan gli attentati non si contano più. In Afghanistan lo stesso. Siamo come rassegnati. O speranzosi che la tempesta si plachi e non arrivi fin qui.

 

Ma poi dobbiamo disperarci perché a Dacca nostri connazionali hanno perso la vita. Ascoltiamo le parole del papa Francesco sulla «Terza guerra mondiale» a bassa intensità, ma senza prenderle alla lettera. Aspettando il prossimo attentato. E di risvegliarci dal sonno degli indifferenti.

 

Corriere della Sera 3 luglio 2016

 

 


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