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29/11/20 ore

Se il crollo del Pil è la nostra Algeria



di Stefano Folli (da la Repubblica)

 

I vertici del Partito democratico restano convinti che non ci sia alternativa a Conte e a questa maggioranza. Naturalmente non sono contenti "dell' avvocato del popolo", leggono nelle sue mosse un' astuzia un po' subdola, insomma non se ne fidano più di tanto. Ma poi concludono che c' è di peggio: per esempio il ritorno sulla scena di Matteo Renzi - sempre temuto - o una crisi di governo senza sbocchi che non siano le elezioni anticipate (vedi Luigi Zanda sentito dall' Huffington Post ).

 

Di conseguenza la speranza è che il presidente del Consiglio se la cavi come può nel vertice europeo online e riesca poi a rabbonire gli irrequieti Cinque Stelle, tanto nervosi quanto frantumati al loro interno.

 

In altre parole, il Pd - secondo partner della coalizione - pensa ancora di avvalersi di Conte nel prossimo futuro tenendolo sotto controllo. È una tattica che in condizioni normali potrebbe anche funzionare. Il problema è che viviamo tempi drammatici: sul piano economico e sociale si profila uno scenario paragonabile solo all' immediato dopoguerra, quando però esisteva una classe dirigente di prim' ordine sia nel periodo dell'unità nazionale sia in seguito.

 

Oggi il rischio è di ritrovarsi impotenti o quasi di fronte a un Pil che nel corso dell' anno potrebbe precipitare fino a 15 punti percentuali (ma non cambierebbe molto se fossero 10 o 12). Più che una recessione, l' effetto sarebbe quello di una guerra perduta, le cui ombre si allungherebbero sull' assetto politico-istituzionale e non certo per rafforzarlo.

 

Nella Francia della Quarta Repubblica, il conflitto in Algeria, divenuto insostenibile, produsse nel '58 il ritorno al potere del generale De Gaulle e l' avvio di una radicale riforma istituzionale.

 

Nell' Italia di oggi non è assurdo pensare - benché nessuno se lo auguri - che il crollo della produzione industriale e la disoccupazione di massa possano trasformarsi nella nostra Algeria. Vale a dire l' esplodere di una crisi profonda che non nasce dalle manovre dei partiti, in buona misura inerti, bensì da circostanze avverse e incontrollabili.

 

L' ovvia differenza è che non esiste l' equivalente di un De Gaulle in grado di incarnare lo spirito nazionale per dar luogo in tempi rapidi alla ricostruzione del Paese.

 

Anche la polemica sull' Europa e il fondo salva Stati va vista alla luce di questo scenario estremo. Il vincolo esterno, la cui ultima incarnazione è appunto il Mes, sostituisce agli occhi di molti l' assenza di un rifondatore delle istituzioni: è la garanzia che l' Italia sarà comunque tenuta in piedi dall' adesione alle regole europee.

 

Ma chi contesta questa visione, lo sappiamo, non accetta né la cessione di sovranità né la logica secondo cui serve "più Europa". Anche se non lavora per l' uscita dall' euro, il nazionalista punta sui "bond patriottici": come li ha definiti Giorgia Meloni alla Camera in un intervento vibrante, quasi da capo dell' opposizione.

 

Sono i titoli italiani descritti da Tremonti, che la Bce dovrebbe essere tenuta a comprare nella quota non assorbita dal mercato. È un contrasto di fondo e prenderà vigore dopo il vertice, quale che sia il risultato per l' Italia. Ma sullo sfondo dei sondaggi che dimostrano come l' idea d' Europa affascini sempre meno gli italiani, il pericolo "algerino" dovrebbe indurre la classe politica a un sussulto. Magari cominciando con il restituire al Parlamento il suo ruolo essenziale.

 

(da la Repubblica)

 

 


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