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29/11/20 ore

Panebianco: Coronavirus, la ripresa e i suoi quattro nemici



di Angelo Panebianco

(da Corriere della Sera)

 

Negli anni che seguirono la Seconda guerra mondiale, i Paesi sconfitti e che avevano anche subito le più pesanti distruzioni, Germania, Giappone, Italia, conobbero uno sviluppo economico più elevato dei vincitori di quella guerra. Si chiama «effetto Fenice»: la mitica creatura che risorge dalle proprie ceneri. È lecito sperare che alla rapidissima distruzione del tessuto economico prodotta dal coronavirus segua un’altrettanto rapida ricostruzione.

 

Ma non ci sono garanzie: l’«effetto Fenice» potrebbe essere contrastato e al limite annullato da potenti forze contrarie. Nell’Apocalisse di Giovanni non c’è soltanto la peste fra i cavalieri di sventura. Nel nostro caso sono almeno quattro le forze che potrebbero mettersi di traverso e bloccare la rinascita del Paese: lo spirito di fazione, la tentazione statalista, la «gabbia d’acciaio» burocratica, il panpenalismo.

 

È bello raccontarsi, nei momenti di sventura, che una nuova solidarietà si è affermata nel Paese ed è consolante vedere quante persone si prodighino, facciano sacrifici e corrano rischi per aiutare gli altri. Si può anche pensare, in quei momenti, che lo «spirito comunitario» (qui siamo tutti fratelli) stia soppiantando il tradizionale spirito di fazione (qui siamo tutti nemici). Purtroppo lo spirito di fazione non può essere facilmente sconfitto. Governo e opposizione, in un frangente come questo, non si scontrerebbero frontalmente se non sapessero che i rispettivi seguaci, o almeno i più assatanati, non ne vogliono sapere del «volemose bene», vogliono le solite risse da saloon.

 

È vero, non siamo certo la sola democrazia nella quale lo spirito di fazione sia molto forte. Ma qualcosa di speciale lo abbiamo. Ad esempio, chi sta all’opposizione in Italia (chiunque sia) non ha remore ad attaccare il governo del proprio Paese nelle sedi internazionali o sovranazionali in cui sia presente.

 

O ancora, se un giornale tedesco non vuole che si diano soldi all’Italia perché potrebbero finire in mano alla mafia, non fa che ripetere quanto in sedi europee hanno detto italiani eccellenti (ivi compreso il capo del partito del nostro attuale ministro degli Esteri). Molti italiani però approvano questi comportamenti . È il problema dell’uovo e della gallina: le élite sono così perché lo sono tanti italiani oppure tanti italiani sono così perché lo sono le élite? Se lo spirito di fazione prevarrà sullo spirito comunitario la ricostruzione verrà compromessa.

 

La seconda forza, il secondo cavaliere, è la tentazione statalista. Un manifesto redatto dal professore Carlo Lottieri e firmato da molti intellettuali, professionisti e imprenditori mette in guardia contro il rischio che alla pandemia virale faccia seguito una pandemia statalista. Non lo Stato che indirizza e fa anche gli investimenti essenziali ma lo Stato che, tutte le volte che può, si sostituisce all’imprenditoria privata, deprimendo così quegli animal spirits del capitalismo senza i quali non ci può essere alcuna ricostruzione, alcun «effetto Fenice».

 

Si è potuto constatare che il decreto liquidità, quello che dovrebbe aiutare le imprese in difficoltà, contiene varie trappole disseminate qua e là dai nemici dell’impresa privata, quegli antifascisti tutti di un pezzo che sognano di ricostruire la fascistissima Iri. Come è stato osservato, d’altra parte, solo dove l’ideologia statalista è dominante può esserci chi pensa che, anziché provvedere a una riduzione generalizzata delle tasse, per favorire la ricostruzione occorra accrescere la pressione fiscale (nello specifico, colpendo i ceti medi).

 

Il terzo grande ostacolo è la burocrazia. Siamo, da molto tempo ormai, come tanti insetti catturati da una ragnatela appiccicosa. Siamo oppressi da una caterva di norme che impedisce o è in grado di ritardare al massimo ogni possibile innovazione, gestita da un’amministrazione efficientissima quando si tratta di imbrigliare le forze più dinamiche della società.

 

Da ultimo c’è il panpenalismo, la debordante e soffocante presenza del diritto penale in tutti gli ambiti della vita sociale ed economica, a sua volta riflesso della peculiare posizione di forza assunta dalla magistratura inquirente in Italia. Immaginate cosa sarebbe successo in Europa se, quando arrivarono gli aiuti del piano Marshall, tante procure in giro per il vecchio Continente fossero state lì a scaldare i muscoli, pronte a scattare e a bloccare ogni iniziativa anche solo in presenza di qualche vago sospetto di cattivo uso del denaro pubblico.

 

Quasi sicuramente, alla fine, per la maggior parte dei tanti inquisiti/imputati sarebbe arrivata l’assoluzione ma, nel frattempo, non ci sarebbe stata alcuna ricostruzione economica. Né credo che in Italia sarebbe stato possibile, ad esempio, fare l’autostrada del Sole o tutto quanto favorì il boom economico degli anni Sessanta se il virus panpenalista fosse stato allora così diffuso come lo è oggi.

 

Spirito di fazione, tentazione statalista, burocrazia, panpenalismo, combinandosi, possono costituire un sudario mortale per qualunque società. La speranza è che, in tempi così perigliosi, emergano tante intelligenze individuali a tal punto vitali, energiche e assertive da riuscire a sconfiggere la diffusa mentalità che alimenta i quattro suddetti cavalieri di sventura. Buona ricostruzione a tutti.

 

(da Corriere della Sera)

 

 


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