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26/05/20 ore

Carceri e crisi economica, le risposte che non sono date



Pure quest’anno la consueta visita ferragostana nelle carceri da parte dell’On. Marco Pannella e dei Radicali italiani si è snodata in varie tappe che appaiono sostanzialmente sempre improntate alla necessità di non lasciar dimenticare il dovere morale, prima ancora che giuridico e politico, di tutelare i diritti umani e le condizioni di vita di quanti si sono visti infliggere dall’ordinamento una pena detentiva.

 

Il sovraffollamento degli spazi, unitamente alla inadeguatezza delle strutture, alla insufficienza del personale addetto ed alla mancanza di politiche di pianificazione e di risoluzione dei problemi pure in questo settore, rendono il “problema carceri” ormai molto difficilmente gestibile.


In tutto questo l’attività di sensibilizzazione svolta dai Radicali è un segnale che oltre che smuovere la coscienza, individuale e collettiva, dovrebbe potere andare in realtà ben oltre, nel senso che il dibattito e l’azione politica non dovrebbe poter coinvolgere soltanto l’apparato della amministrazione carceraria e penitenziaria, quanto piuttosto tutto il sistema complessivo dell’ordinamento statale oltre che sovranazionale ed internazionale.

 

In questo campo cioè l’azione dei Radicali, con la richiesta di amnistia e l’impegno alla sensibilizzazione, se non adeguatamente supportata dall’apparato statale complessivo, (lo stesso dicasi per l’impegno di Amnesty International se non supportato dai vari ordinamenti statali), non potrà che rimanere, tranne che in pochi rari casi, semplicemente una pura opera di sensibilizzazione e niente di più.

 

Per quel che riguarda l’ordinamento italiano se da una parte è vero che per la giurisdizione italiana la inflizione della sanzione penale deve avere funzione rieducativa, oltre che punitiva, repressiva e sanzionatoria, è anche vero tuttavia che le condizioni insostenibili in cui versa buona parte della popolazione carceraria poco hanno di portata e potenzialità rieducative se, come riportano le cronache degli ultimi anni, il numero di suicidi nelle carceri ha registrato un notevole incremento numerico.

 

Ancora una volta cioè, alla bontà dei proclami (funzione rieducativa, tensione al reinserimento nella vita sociale al termine della pena), non corrisponde, nella realtà dei fatti, quanto l’ordinamento dovrebbe poter essere in grado di approntare per onorare i compiti che si era proposto di svolgere. “Nessuno tocchi Caino” è dunque un imperativo che ormai dovrebbe essere completato da una seconda esortazione del tipo “...e non lo si induca a suicidarsi”.

 

Disquisire soltanto in questi termini sarebbe però ancora semplicistico e superficiale, dal momento che per l’ampliamento dei luoghi di pena o la creazione di strutture carcerarie maggiormente capienti, così come per il reclutamento di personale aggiuntivo, occorrono, evidentemente, ingenti quantità di risorse che lo Stato italiano, così come altri colpiti dalla crisi economica, difficilmente potranno reperire. Piuttosto la crisi economica che l’Italia sta attraversando non solo probabilmente non permetterà di risolvere questi problemi ma è destinata ad aggravarli oltre misura.

 

Da una parte infatti gli effetti distruttivi cagionati dall’ondata di licenziamenti che si è abbattuta sul Paese e che continua a mietere vittime, capitali ed imprese, sembrano essere stati sufficientemente attutiti da un sistema di welfare abbastanza solido ed efficiente da reggere in qualche modo alla crisi. D’altra parte tuttavia, non bisogna trascurare circostanze quali per esempio il fatto che un istituto come la Cassa Integrazione, nato in origine come sistema di superamento di crisi aziendali sufficientemente limitate nel tempo e nello spazio, si è trasformata, specie negli ultimi anni, in una prestazione a sostegno del reddito al quale si è costretti a fare riferimento di continuo e con durata tendenzialmente non più di fatto davvero predeterminabile; con tutte le pesanti ed inevitabili conseguenze che si ripercuotono sui bilanci dello Stato.

 

Né si può sottovalutare il fatto che il progressivo dilagare della povertà, unitamente alla crescente difficoltà dello Stato e delle Regioni di reperire risorse utili per il finanziamento delle misure a sostegno del reddito, rischia di condurre ad un disastro che assumerebbe altresì le fattezze di un brusco aumento del tasso di criminalità, sia a livello individuale ed imprenditoriale che a livello finanziario, fiscale e societario. Si concretizzerebbe in tal modo il diffuso e dilagante sentimento di ribellione nei confronti delle strutture e delle istituzioni democratiche, percepite progressivamente come sempre più inadeguate e portatrici di politiche vessatorie ed inaccettabili.

 

Con la facilmente prevedibile e terribile ulteriore conseguenza che sarebbero vanificati altresì gli sforzi compiuti negli ultimi anni contro la criminalità organizzata, la quale in condizioni di inadeguatezza delle risposte da parte dello Stato ai cittadini , ritroverebbe le migliori opportunità per una nuova “rivincita” contro la legalità e le istituzioni. A tutto ciò si deve aggiungere la considerazione del fatto che soprattutto in Italia, prima ancora che in altri Stati europei, i flussi migratori di matrice africana, medio-orientale ed orientale, non faranno che aumentare il numero di quanti avranno bisogno di lavoro e di adeguati mezzi di sostentamento per poter condurre nella legalità una esistenza onesta, libera e dignitosa.

 

Il problema riportato all’attenzione dunque, prima ancora che essere giuridico, organizzativo e di tutela dei diritti umani, postula in realtà la risoluzione di problematiche ben più complesse; si pensi alla impellenza di sconfiggere la crisi economica, oltre che alla necessità di una seria opera di prevenzione contro una consistente recrudescenza della criminalità, nonché ad un indispensabile rafforzamento delle politiche sociali, del lavoro e della immigrazione.

 

Soltanto il tempo saprà dire se le politiche italiane e comunitarie riusciranno a trovare sistemi utili per il conseguimento di obiettivi basilari, quali la ricreazione delle opportunità di lavoro “bruciate” dalla crisi e la tutela delle condizioni di vita dei propri cittadini; nel frattempo i problemi delle carceri non debbono certo essere dimenticati.

 

 


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