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25/06/24 ore

Giulio Andreotti, nel “processo del secolo” il profilo di un disegno politico



Dal "bacio" con Riina al delitto Pecorelli: L'ex presidente del consiglio e senatore a vita ha dovuto difendersi da queste due accuse infamanti, per gli oltre sette anni che sono durati i processi che l'hanno visto sul banco degli imputati. Nella conversazione tra Giulio Andreotti - morto oggi all'età di 94 anni - con Giuseppe Rippa e Luigi O. Rintallo, pubblicata su Quaderni Radicali n. 90 - marzo/aprile 2005, si ricostruisce l'odissea giudiziaria, che in molti ritengono sia da collocarsi in ambiti non solo penali ma dichiaratamente politici.


 

NEL  “PROCESSO DEL SECOLO” IL PROFILO DI UN DISEGNO POLITICO

 

Giulio Andreotti

 

intervistato da Luigi O. Rintallo e Giuseppe Rippa

 

Mercoledì 30 marzo 2005 abbiamo incontrato Giulio Andreotti, con il quale abbiamo provato a svolgere una rilettura critica degli eventi che, dal biennio 1992-93, hanno condotto al cosiddetto “processo del secolo”, da cui il senatore a vita è stato infine assolto.

 

 

Quando iniziò l’azione giudiziaria che condusse al superamento della cosiddetta Prima Repubblica, lei ebbe sentore di quali fossero le motivazioni reali – di natura politica oltre che giudiziaria – che la determinarono?

 

Era in corso la grande campagna di “Mani pulite”, con la quale furono messi sotto accusa alcune migliaia di politici; alcuni di rilievo nazionale, altri nelle amministrazioni locali. Successivamente, il 90% dei processi che li vide coinvolti finì con assoluzioni. Per quanto mi riguarda, fui toccato solo di striscio da quella inchiesta, perché ero stato interrogato a Milano dal pm Di Pietro su un presunto finanziamento al Partito socialdemocratico che – fra l’altro – era l’ultima cosa che avrei fatto in vita mia. Pur riconoscendo tutti i meriti ai socialdemocratici, non posso dimenticare che fu Saragat ad affossare il governo di De Gasperi nel 1953: un mio impegno nella presunta colletta in loro favore risultava abbastanza eccentrico e comunque quell’interrogatorio non mi aveva più di tanto colpito.

 

L’ultima cosa che pensavo è che potessi essere accusato di favoreggiamento della mafia. In primo luogo, perché fino al maxi-processo non avevo avuto occasione di occuparmene in modo particolare. Fu il senatore comunista Gerardo Chiaromonte, presidente della Commissione Anti-mafia, a richiamare la mia attenzione in qualità di Presidente del Consiglio sulla necessità di fronteggiare con qualche cosa di nuovo questo male tradizionale della Sicilia, che nell’ultimo periodo aveva avuto una esasperazione notevole.

 

L’occasione fu quella di scongiurare la scarcerazione di metà degli imputati al maxi-processo – allora in fase d’appello – per scadenza dei termini della carcerazione preventiva. L’unico modo per evitarlo era l’emanazione di un decreto legge: un fatto estremamente delicato farvi ricorso, perché si trattava di sospendere uno dei diritti essenziali del cittadino. Tanto delicato che su quel decreto legge, lo stesso Chiaromonte non poté portare l’adesione del suo partito. Il Pci si schierò, infatti, contro: anzi fu l’unica volta che un decreto venne impallinato in Commissione, grazie al fatto che la minoranza comunista si trasformò in maggioranza. Cosicché l’on. Angela Finocchiaro, del Pci, predispose la relazione per l’Aula affinché il decreto fosse bocciato, con un discorso molto severo di Violante.

 

Dico subito che mai ho pensato che così volessero aiutare i mafiosi: esprimevano piuttosto la preoccupazione che se si affermava il principio che con un decreto può sospendersi un diritto essenziale, si poteva allora estendere la tentazione anche nei confronti dei partiti o altri cittadini. Dal momento che allora la Corte costituzionale non si era ancora pronunciata al riguardo, obbligando al rispetto tassativo del termine di sessanta giorni per l’approvazione del decreto legge, noi lo ripresentammo anche dopo e riuscimmo poi a farlo approvare. Proprio per questo, da parte mia avevo con la mafia un conto aperto tanto da dover temere – com’è detto in una delle sentenze del mio processo – per me e per la mia famiglia.

Che l’azione nei miei confronti faccia parte di un disegno mi pare abbastanza acclarato, anche se non so dire quanto in esso ci sia di politico e di giudiziario. Forse in parti uguali.

 

In una conversazione con Paolo Cirino Pomicino, pubblicata oltre un anno fa sulla nostra rivista («Quaderni Radicali» 83), egli ha ricordato lo strano cambiamento del mondo confindustriale verso il suo governo: prima nel dicembre 1990 a un convegno della sua corrente – al quale lei, fra l’altro, non partecipò direttamente – alla presenza dei maggiorenti dell’associazione imprenditoriale (Debenedetti, Falk, Pininfarina), vengono dati giudizi lusinghieri.

Nove mesi dopo, nel settembre 1991, a Cernobbio inversione di rotta in vista delle elezioni dell’anno seguente. Vi si può intravedere un collegamento con quel che è avvenuto nel biennio 1992-93?

 

Per rispondere, vorrei riferirmi a due diversi momenti. In precedenza, avevo avuto un “incidente” nei confronti della Fiat, per cui forse avrei dovuto fermarmi alla prima parte di quello che dissi. Cosa era accaduto? Da parte di Cesare Romiti c’era stato un discorso molto duro contro le Partecipazioni Statali e i loro dirigenti (Romiti stesso era stato uno di essi, prima di divenire amministratore delegato della Fiat). Allora io, che all’epoca avevo l’interim del Ministero delle Partecipazioni Statali, in un discorso al Consiglio nazionale della Dc obiettai che era del tutto arbitrario affermare che la bontà fosse solo nel privato e che i dirigenti erano validi a seconda di come erano classificati. Avrei dovuto fermarmi qui. Proseguii, invece, dicendo: “certo, se fossi un operaio della Fiat e fossi grato alla Società perché qualche anno fa mi ha immesso tra gli azionisti facendomi pagare 1.000 lire in meno le azioni, oggi lo sarei assai meno dopo che quelle azioni sono calate drasticamente. Cosa pensare di una Società che vede ridursi così il peso delle azioni? È una Società buona o cattiva?”.

 

Pur avendo sempre avuto ottimi rapporti con gli Agnelli – con Susanna Agnelli sottosegretario agli Esteri ho lavorato bene per anni – in quel momento apparvi come un “eretico”. Può darsi pure che questo abbia influito, come pure ricordo un’altra cosa interessante. Il giorno che si formò il governo D’Alema nel 1998 – questo c’entra indirettamente – Giovanni Agnelli dichiarò che esso poteva fare cose le quali altri governi non avrebbero potuto fare. Dimostrando di essere alquanto soddisfatto d’avere un governo d’estrema sinistra: ci sono queste convergenze/divergenze coi poteri forti che finiscono in qualche modo per influire nelle vicende politiche…

 

Lei dunque crede nei poteri forti?

 

Non voglio, per carità, esasperare un giudizio, però certamente ci sono dei poteri. D’altronde, la Congrega di San Vincenzo non possiede alcun giornale quotidiano né alcuna rete televisiva in Italia.

 

Sempre Pomicino ricordava anche una riunione dei vertici democristiani nell’ottobre 1992 a casa sua, alla quale lei partecipa con De Mita, Gava, Forlani e Martinazzoli. In quell’occasione, secondo Pomicino, mancò la forza di affermare – come fece Moro nel 1977 – “non ci faremo processare”. Il gruppo dirigente dc era consapevole di quanto stava accadendo in quella fase declinante del sistema politico, che aveva retto gli ultimi cinquant’anni della Repubblica? Oppure fu sottovalutato il terremoto che stava avvenendo?

 

In realtà, ci fu una notevole involuzione della Democrazia cristiana. Un libro recente di Giuseppe Sangiorgi, intitolato Piazza del Gesù (Mondadori), dà alcune chiavi di lettura. Negli ultimi anni, avevamo davvero trasformato le correnti in tanti partiti con altrettanti capetti: così avevamo perduto un po’ dello spirito iniziale della Dc e anche il senso stesso del partito. Io stesso ho la mia parte di responsabilità, pur avendo fatto parte di una corrente molto piccola, ma quanto basta per sopravvivere nella Dc di allora. Probabilmente, c’era questo senso notevole di divisione e questa mancanza nel saper guardare lontano. Tuttavia, che fossimo alla vigilia di una messa sotto accusa di una gran parte di noi, questo certo non lo immaginavamo.

 

Nel suo libro sul processo che l’ha riguardata, Lino Jannuzzi individua l’anno decisivo nel periodo che va dal 12 marzo 1992 (assassinio di Lima) al 27 marzo 1993 (il Senato concede l’autorizzazione a procedere nei suoi confronti). È l’anno dei delitti eccellenti (Lima, Falcone, Borsellino e Salvo) e della cattura di Riina. Quali sono le sue considerazioni su quell’anno, durante il quale si sono decise tante cose anche della nostra storia: ricordiamo che la morte di Falcone coincide con l’accelerazione nella scelta del nuovo Capo dello Stato e si compiono allora scelte determinanti…

 

Senza dubbio vi furono due linee di azione. Una fu il superamento e, direi, la sconfessione di Giovanni Falcone. Con Falcone ebbi la massima collaborazione: come ministro degli Esteri favorii la sua trasferta in Brasile per interrogare Buscetta, prima ancora che fosse perfezionato l’accordo con gli Stati Uniti. Falcone combatteva la mafia, ma non faceva una battaglia di carattere politico. Tant’è vero che poi, all’interno dell’ordine giudiziario, egli fu trattato malissimo, negandogli la promozione. Intervenimmo per creare un posto in più a Palermo e quindi per farlo venire a Roma, a lavorare nel Ministero di Giustizia. Un primo aspetto riguarda appunto questa involuzione della situazione giudiziaria a Palermo.

 

Poi c’è stato l’incrudire della lotta politica con l’uccisione di alcuni esponenti dc: oltre a Lima, per esempio, ci fu un altro segretario della Dc siciliana ad essere assassinato il 9 marzo 1979, Michele Reina, al quale seguì nel gennaio 1980 l’omicidio del presidente della Regione Piersanti Mattarella. La cosa strana nei miei confronti è che io, sino al 1958, con Lima avevo avuto rapporti limitati al buon giorno e buona sera. In tutto il periodo nel quale Lima fu sindaco di Palermo, lui era un fanfaniano di ferro e i fanfaniani allora dominavano in Sicilia. Nel ’58, si litigò con Gioia e la corrente si spaccò, finendo per aggregarsi agli “andreottiani” secondo quella involuzione correntizia della Dc prima descritta. A tutt’oggi, se dovessi dire, posso escludere in maniera assoluta che Lima abbia mai assunto comportamenti censurabili: non sono in grado di addebitargli alcunché, né lui ha mai fatto richieste o preteso favori particolari.

 

Qualcuno dice che è impossibile fare il sindaco di Palermo per tanto tempo senza avere avuto dei rapporti con la criminalità organizzata. Può darsi, fatto è che la sua uccisione mi sconvolse. A Napoli c’era già stato nel 1980 l’omicidio di Pino Amato, un altro dirigente della nostra corrente ma, per fortuna, nessuno si è messo a fare contro di lui un processo postumo.

 

Posso dire che, in quel periodo, c’è stato un susseguirsi di condizioni. La mia candidatura come possibile Presidente della Repubblica, giusta o non giusta che fosse, determinò una certa tensione; quindi la strage di Capaci… fu tutto un susseguirsi di circostanze drammatiche, ma tutto pensavo fuorché potessero sfociare in un processo nei miei confronti. Non solo mi colpì, ma mi sorprese dolorosamente.

 

Dopo aver passato tutti questi anni a seguire le udienze e ad ascoltare i suoi accusatori, si è fatta una idea più precisa di come si è dipanata la catena dei fatti che hanno condotto a quegli esiti?

 

Una idea precisa direi di no, anche se alcuni passaggi sono abbastanza illuminanti. Quando, non essendo forse sufficiente la “mina” mafiosa siciliana, si mise in moto un’altra macchina accusatrice contro di me ed emerse l’accusa di essere il mandante dell’omicidio Pecorelli; ebbene, allora non c’è dubbio come è venuta fuori. Scaturì da una lettera dell’on. Luciano Violante al pm Scarpinato, che riferiva di una telefonata anonima per la quale si potevano trovare, a un certo indirizzo, elementi di accusa contro di me sull’omicidio Pecorelli. Perché tutto questo fu trasmesso a Palermo?

 

Mino Pecorelli fu assassinato a Roma e la Procura romana se ne stava occupando. Il caso vuole che, tre giorni dopo l’invio della lettera di Violante, i procuratori palermitani interrogano Buscetta, il quale tira fuori che Badalamenti gli avrebbe detto che l’esecuzione di Pecorelli era una sorta di piacere che i signori Salvo avrebbero richiesto a mio vantaggio. Ove ci fosse stata la necessità di avere una controprova di un meccanismo che con la giustizia non c’entrava assolutamente nulla, devo dire che questo episodio dà di che pensare. Quando tutto cominciò, io per primo sollecitai la concessione dell’autorizzazione a procedere. Al Senato, la relazione di Giovanni Pellegrino ribadiva che si sarebbe dovuto fare chiarezza in tempi brevi su tutto: i tempi brevi sono stati abbastanza prorogati.

 

Per quanto mi riguarda, la mia aspirazione era quella di arrivare vivo alla conclusione della vicenda giudiziaria. Data la mia età, poteva anche non essere così e questo mi sarebbe dispiaciuto: non tanto per la storia, ma verso la mia famiglia e dei miei figli. Ancora adesso, però, non ci siamo. Nonostante le sentenze, si continua. Nelle carte, vi sono riferimenti che lasciano sconcertati: per esempio, uno dei “collaboranti” parla di un mio contatto con Bontate durante una battuta di caccia. Ebbene, si sfiora il ridicolo: dapprima dà una data, collocando l’incontro subito dopo un raid automobilistico; poi, quando dimostro che all’epoca ero in Giappone, si smentisce e per avvalorare la seconda versione dice che d’altra parte la caccia era chiusa. Per di più, pur non avendolo mai conosciuto, non credo che Bontate fosse persona così rispettosa del calendario della caccia.

 

Nella sentenza d’appello, c’è quindi una frase ambigua per cui si afferma che ciò non può essere verificato perché ormai ci è prescritto il tempo per farlo. La verità è che non di insufficienza deve parlarsi, ma di semplice inesistenza di prove. E devo dire che mi dispiace molto che il procuratore generale di Torino, Giancarlo Caselli, vada in giro per conferenze e presentazioni di libri spacciando le assoluzioni come se fossero assoluzioni dovute a prescrizione o di comodo.

 

L’esperienza da me fatta a Perugia è stata altresì rimarchevole, perché mi sono reso conto di come possa costruirsi una sentenza che poi la Cassazione, a sezioni riunite, ha veramente stracciato. Resta il fatto che siamo di fronte a un sistema, dove nessuno paga pegno: sarebbe come se dimostrassi che a un chirurgo trema terribilmente la mano, ma poiché conserva lo stato giuridico di primario rimanga a fare le operazioni. D’altra parte, mi rendo conto che quando si tocca l’ordinamento giudiziario occorre stare attenti a non fare cose sbagliate e che l’indipendenza della magistratura è sacra. Non a caso, la Costituente fu unanime nel giudizio su questo.

 

Lei prima ha fatto riferimento alla sua “piccola” corrente. A tal proposito, è singolare la ricostruzione del pm Scarpinato il quale legge la sua presunta collusione come un modo per rafforzare la sua posizione. Quasi che Giulio Andreotti non fosse stato più volte ministro e presidente del Consiglio e non avesse di per sé un certo rilievo all’interno degli equilibri interni alla Dc…

 

Nella requisitoria si legge esattamente che senza Lima, sarei rimasto nel “ghetto” laziale. Ora, rimanendo in quel ghetto, ero stato molte volte sottosegretario e ministro. Scarpinato è uomo molto diligente, non lo discuto, ma una delle cose che più mi ha turbato riguarda il fatto che – oltre a tutta una serie di altri benefici – era stata data una mancia di mezzo miliardo di lire al pentito Balduccio Di Maggio.

 

L’episodio, a me già noto, emerse in aula proprio durante il contro-interrogatorio del collaboratore di giustizia da parte dei miei difensori. E fu proprio Di Maggio a comunicarlo, quando il mio avvocato, dopo averlo blandito riconoscendo i suoi grandi servizi alla comunità – e mentre diceva così, Di Maggio rideva tutto soddisfatto –, gli chiese se aveva avuto una bella mancia per questo. E lui rispose che sì, aveva avuto mezzo miliardo. Al che Scarpinato commentò che in realtà gli avevano promesso due miliardi e che li ridussero a 500 milioni perché Di Maggio aveva ripreso a delinquere.

 

Di fronte a fatti del genere, sebbene sia convinto dell’utilità assoluta dei collaboranti senza i quali non avremmo certo conseguito grandi successi nella lotta alla criminalità, mi chiedo se con cifre del genere chiunque sarebbe disposto a dire che io in questo momento mi trovo a New York a ballare la tarantella.

 

Si trattava per l’appunto di una lettura paradossale. Sempre nella sua requisitoria, il pm Scarpinato disse che il processo ad Andreotti non si sarebbe fatto senza l’uccisione di Giovanni Falcone. Frase ambigua, specie se si pensa che fu proprio Falcone a inquisire nel 1989 per calunnia il pentito Pellegriti che accusava lei e Lima del delitto Mattarella. A Claudio Martelli, dopo il delitto Lima, Falcone disse che era urgente per lui riparlare con Buscetta: ma il 23 maggio Falcone è ucciso a sua volta nella strage di Capaci. Buscetta sarà invece sentito dalla commissione Antimafia il 16 novembre e il 25 dai sostituti di Palermo. Come commentare questo insieme di eventi?

 

È la trama su cui si è costruito l’intero processo. La frase è esatta: se ci fosse stato Falcone, tutto ciò non sarebbe accaduto. Ma Falcone, ricordiamolo, nell’ultimo periodo non fu solo contrastato nella carriera: aveva dovuto anche difendersi davanti al Csm perché accusato di tener chiusi nei cassetti i processi e di non fare, sostanzialmente, il suo dovere di magistrato. L’esercizio della giustizia da parte di Giovanni Falcone era stato molto diverso. Non sto a discutere della buona o malafede, ma l’insieme degli accadimenti che mi hanno riguardato non si spiega se non con un disegno che ben poco ha a che fare con l’esercizio dell’azione penale.

 

Spesso è stato fatto riferimento alla vicenda Sigonella per indicare l’origine dei guai che hanno investito certe figure della classe politica italiana. Essa segna un drammatico dissidio nel rapporto tra USA e Italia. Fra l’altro, a posteriori, resta inspiegabile il nostro comportamento di protezione verso chi aveva attaccato la nave “Achille Lauro”. In ogni caso, quanto accadde allora può essere all’origine dell’atteggiamento americano successivo (dall’uso dei pentiti a certa loro “disattenzione” verso gli effetti di taluni atti ecc.)?

 

Il governo americano è certamente estraneo a queste storie. Nel mio processo vi sono stati tre ambasciatori statunitensi che hanno testimoniato in mio favore. Che però qualcuno dei servizi americani possa aver messo il becco, non posso escluderlo. Questo perché nel milione e passa di pagine degli atti giudiziari vi è un funzionario dei servizi americani che racconta, per esempio, che io avrei avuto negli Stati Uniti una segretaria alla quale telefonavo tutti i giorni. Un fatto del tutto inesistente. In più c’è un altro passaggio inquietante. Un collaborante, che è tale sia in Italia che negli Stati Uniti, Marino Mannoia, nel rendere la sua dichiarazione al procuratore Caselli, ha ottenuto che questi – su richiesta del procuratore USA – garantisse che qualunque cosa il Mannoia dica non potrà mai essere usata contro di lui in Italia.

 

Si tratta di piccoli sintomi di qualche piccola ombra. Tutto questo può essere collegato, forse, all’atteggiamento un po’ grezzo di coloro che affermano: o sei con Israele o coi palestinesi. Oppure, anche con il fatto dell’ “Achille Lauro”, benché non abbia elementi in tal senso. Qualche piccola venatura dev’esserci comunque stata, pur non avendo riguardato settori ufficiali dell’Amministrazione.

Altro dato a mia conoscenza è, inoltre, il fatto che quando Marino Mannoia giunse in Italia per testimoniare nel processo di Perugia (dove dichiarò di avvalersi della facoltà di non rispondere) gli fu concesso un prestito assai consistente senza interessi, che restituì a parecchi anni di distanza.

 

Come interpretare la posizione della magistratura inquirente e il ruolo dei togati politicamente schierati? È davvero eccessivo parlare di un’azione, non dico anti-istituzionale, ma comunque di invadenza nell’ambito politico? Con conseguenze di non poco conto: senza parlare di dinamiche para-golpiste, certo dai caratteri non lineari dal punto di vista del gioco democratico…

 

Ripeto un mio riferimento a un vecchio Cardinale vicario di Roma: a pensar male si fa peccato, ma spesso si indovina. Teoricamente può anche essere che tutte queste azioni sono state promosse nella convinzione che era necessario farlo, a parte quello di chiamarmi in causa per il delitto Pecorelli. Ma senza dubbio qualcosa di non lineare c’è stato…

 

Al di là della ricostruzione della mia vicenda, mi auguro tuttavia che finalmente si trovi una strada per rasserenare il clima fra potere politico e magistratura. Chi ne soffre è poi un po’ tutta la nazione. Va trovato il modo di contemperare le ragioni di attrito. Speravo che, poiché abbiamo sia alla Camera sia al Senato molti magistrati, loro stessi potessero predisporre una piattaforma per affrontare bene questi problemi che indubbiamente gravano sullo stato del Paese.

 

Una fonte non sospetta, l’ex procuratore di Milano Borrelli, pur criticando la legge di riforma in discussione al Parlamento, ha dichiarato in una intervista recente che due cose vanno sicuramente affrontate: la lunghezza dei processi e l’attività disciplinare nei confronti dei magistrati. Se consideriamo l’operato di un Guardasigilli non sospetto d’essere conservatore, come Diliberto, scopriamo che di tutte le azioni disciplinari promosse mai una volta ha avuto ragione davanti al Consiglio superiore della magistratura.

 

Per chiudere, a lei che è stato Presidente del Consiglio durante il sequestro Moro, proponiamo una chiave di lettura del terrorismo, sulla quale nelle pagine della rivista ci siamo più volte soffermati. Dalla vulgata il terrorismo di sinistra è stato interpretato come un ostacolo all’avanzamento del Partito comunista in Italia. Eppure è un fatto che le Br hanno incrementato le loro azioni a partire dal referendum del 1974, quando il risultato favorevole ai No avrebbe potuto sviluppare una prospettiva di alternativa politica, capace di riunire potenzialmente laici e sinistra. In assenza dell’emergenza terroristica, forse il Pci sarebbe stato costretto ad anticipare di quindici anni le scelte della Bolognina. Da questo punto di vista, quell’emergenza ha fatto sì di rinviare un momento critico per il Pci, con le relative conseguenze: scissione a sinistra, perdita di ruolo ecc. Non può darsi che proprio dentro il Pci ci fossero settori restii a giungere a conclusioni del genere?

 

L’analisi di questi fatti è complessa, perché da un lato proprio le battaglie per il divorzio – e successivamente per l’aborto, la cui legge fu approvata poche settimane dopo la tragedia di Moro – avevano messo a fianco i liberali coi partiti della sinistra. Mentre, solo pochi anni prima, nel 1972, quando feci il governo con il leader del Pli Malagodi, ai settori della sinistra sembrò quasi una eresia. Effettivamente quella convergenza poteva forse costituire la premessa di un certo discorso. All’interno del Pci c’erano tanto una corrente favorevole ad affrancarsi dall’Unione sovietica, quanto un’altra che non intendeva affatto superare quella coincidenza di posizioni e per la quale lo schieramento internazionale non andava compromesso.

 

La tragedia di Moro portò in alto mare sia il delinearsi di un nuovo scenario politico, sia la governabilità interna della Democrazia cristiana. Pur non disponendo di una forza numericamente pesante, Moro per prestigio esercitava una certa influenza su tutto il partito, tant’è vero che fece approvare la svolta del 1976 della solidarietà nazionale anche se gran parte dei gruppi parlamentari era ostile o comunque diffidente a tale prospettiva.

 

(Tratto da Quaderni Radicali n. 90 marzo/aprile 2005)


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