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30/05/17 ore

Rom, intervista a Giovanna Martelli: Questione di convivenza, ma manca un progetto



Abbiamo approfondito su queste pagine la vicenda romana dello sgombero del centro d'accoglienza di via Salaria, previsto per il 28 marzo scorso, particolarmente emblematico dell'assenza di strategie risolutive per il problema dei campi nomadi e, al tempo stesso, della persistenza di misure che quasi sembrano voler incentivare piuttosto che ridurre l'emarginazione e il degrado nella Capitale. Grazie a un'intensa e trasversale mobilitazione, sembra però che presso il Campidoglio abbia prevalso la ragionevolezza: lo sgombero è stato rinviato in attesa del pronunciamento del TAR, al quale si erano rivolte alcune delle famiglie sgomberate.

 

Fondamentale l'intervento dell'on. Giovanna Martelli (SI), deputata sensibile alle problematiche che chiamano in causa i diritti umani e civili, che insieme all'on. Stefano Fassina ha cercato un'interlocuzione con il Comune, sfociata in una momentanea sospensione dell'ordinanza. Le famiglie saranno ugualmente sgomberate fra qualche tempo? C'è una strategia a Roma Capitale? Perché si parla di superamento dei campi nomadi, mentre si stanziano ingenti cifre per mantenerli? Ne parliamo con l'on. Giovanna Martelli.

 

Lei è intervenuta in merito allo sgombero del centro d'accoglienza di via Salaria, seguendo la vicenda fin dall'inizio. Che impressioni ha avuto, a cominciare dal centro stesso che ha avuto modo di visitare?

 

Le impressioni sono quelle di un'azione finora compiuta che si è basata solo sulla gestione emergenziale e di tamponamento. Invece è una questione di convivenza e di riconoscimento di una minoranza, in primo luogo. Le condizioni di vita non sono accettabili. C'è una situazione da superare: questo è il punto che mi sento di sottolineare, all'interno di un progetto di riconoscimento, ma anche di valorizzazione delle persone.

 

Lei segue da tempo con attenzione le tematiche legate ai diritti umani della minoranza Rom. Come descriverebbe la situazione attuale nella Capitale?

 

Secondo me è una situazione molto critica, complessa, data da una serie di interventi sbagliati che ha portato ad agire sempre in una logica di rincorsa, di emergenza. Non è mai stata fatta una valutazione strutturale su come si programmano politiche di convivenza.

 

Questo caso di via Salaria a suo modo è emblematico. Per fortuna c'è stata una proroga, anche grazie al vostro intervento: però nessuno a quanto ci risulti ha potuto vedere un foglio con questa proroga. Noi per esperienza sappiamo che purtroppo a una proroga a voce segue spesso un nuovo sgombero appena le acque si sono calmate. Ritiene ci siano i margini per un'interlocuzione reale con il Campidoglio, che ci sia un progetto, oppure è un modo come un altro per fare melina?

 

Io credo che in questa fase un progetto non ci sia: diversamente non si sarebbe presa questa determinazione. Il nostro intervento va proprio in questa direzione, quella di dire: in questa fase gli sgomberi non si possono fare, non perché lo diciamo noi, ma perché è una violazione anche delle indicazioni europee per il fatto che non si possono lasciare le famiglie in mezzo alla strada. Quindi credo che questa determinazione assunta dal commissario sia proprio la strada opposta rispetto ad avere un progetto strutturale.

 

Prima parlava di riconoscimento: queste politiche arbitrarie sono dovute anche all'assenza di uno status giuridico dei Rom. Lei ha sostenuto un disegno di legge in Parlamento per il riconoscimento della minoranza linguistica. Può parlarci di questo progetto?

 

Io ho presentato come prima firmataria questo progetto di legge, l'unico che ho presentato in questa legislatura perché deriva da un'iniziativa popolare,e quindi nasce da un'operazione di consenso fatta all'interno delle comunità. Per questo mi son sentita di presentarlo. E' un passaggio fondamentale per arrivare alla programmazione di politiche strutturali. E' il sistema non dell'integrazione e neanche dell'inclusione, ma dell'interazione e della convivenza fra le diverse comunità che sono presenti nel nostro paese. Senza il riconoscimento è ovvio che politiche di carattere strutturale sono sicuramente più complesse. Anche se credo che uno dei primi atti che un'amministrazione, seppur locale, possa fare è quello d'individuare nell'ambito delle proprie competenze gli strumenti, attraverso atti formali, per il riconoscimento delle minoranze presenti nella comunità.

 

Da un lato quindi l'inclusione, il tentativo di un riconoscimento, dall'altro azioni che presentano, come in questo caso, diversi profili d'illegalità. Quanto pesano questi sgomberi sull'inclusione effettiva dei Rom?

 

Sono determinanti. Sono sgomberi reiterati, condizioni di vita che non danno la possibilità alle famiglie di capacitarsi e di trovare le risorse all'interno dei loro stessi gruppi. Passaggi che vanno nella direzione opposta a quella dell'inclusione: sfido chiunque, a prescindere dall'appartenenza a vivere 6 anni in un centro d'accoglienza dove non hai nessuna possibilità di emanciparti da quello stato. Questo è il  vero problema. Quindi credo sia venuto il momento, soprattutto in una situazione come quella di Roma, di avviare un tavolo di coprogettazione, come prevede tra l'altro la legge 328 del 2000, per definire in modo strutturale il superamento delle situazioni di segregazione come i centri di accoglienza.

 

A proposito del superamento dei centri d'accoglienza, abbiamo parlato di questi nuovi bandi per i campi nomadi e i centri d'accoglienza che non solo mantengono la situazione così com'è, ma  sembrano poco compatibili con la delibera dell'Autorità nazionale anticorruzione in materia di gare nel terzo settore, che invece vorrebbe trasparenza e collegialità. Che senso ha spendere ancora milioni di euro per i campi nomadi senza neanche avviare questi tavoli di consultazione?

 

Non ha alcun senso perché si reitera una modalità che ha già dimostrato la totale assenza di efficacia rispetto ai progetti d'inclusione. Quindi è chiaro che in questa fase è necessario superare il bando e l'affidamento e invece attuare la costituzione di un luogo di coprogettazione con il terzo settore dove sul tavolo si mette la programmazione di un'azione strutturale. Questo lo prevede anche la delibera dell'Autorità nazionale anticorruzione, che prevede chiaramente che, all'interno di procedure trasparenti dove sono chiamati in causa tutti i soggetti del terzo settore interessati, si possano attivare luoghi di coprogettazione. Senza quella, dove le comunità sono coinvolte, dove il privato sociale è coinvolto, dove si apre un dialogo con le comunità che arrivano e che ricevono, credo che una soluzione strutturale sia molto complessa da attivare. Credo che i bandi fatti vadano in una direzione opposta a quella auspicata e in più non rispettino neanche i minimi consentiti, quindi credo che non abbiano alcuna efficacia. E neanche efficienza.

 

Intervista di Camillo Maffia

 

 


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