23/10/26 ore

Le condanne assalto alla CGIL del 9 ottobre 2021 e la denuncia delle prove scomparse



di Camillo Maffia

 

Le condanne a Fiore, Castellino e altri esponenti di Forza Nuova per la vicenda nota come “assalto alla CGIL” del 9 ottobre 2021 sono state confermate. Il leader Roberto Fiore, secondo quanto riportato da La Repubblica, ha reso dichiarazioni spontanee in aula parlando di prove nascoste, tracciando un parallelismo con il caso di Garlasco. Nonostante la sua gravità, la denuncia della scomparsa di prove a discarico non è stata pressoché ripresa, con rare eccezioni, dai media, che si sono limitati a riportare la conferma delle condanne.

 

Il problema è che il dubbio si siano verificate violazioni del diritto alla difesa non riguarda solo “i fascisti” o “i No Vax”: riguarda tutti, perché interessa la tenuta dello Stato di diritto. Per non correre il rischio di cadere in quello che Pasolini definiva “fascismo degli antifascisti”, un antifascismo di maniera volto più a chiudere gli occhi sulle contraddizioni del presente che a condannare il regime passato, occorre vigilare sempre affinché i diritti umani, che in quanto tali appartengono ad ogni uomo e non ammettono esclusioni su base ideologica, siano pienamente rispettati; ed anche il diritto dei cittadini ad essere informati, al fine di “conoscere per deliberare”, impone un'analisi dei fatti, che in questo caso non riguardano neppure il singolo Fiore o Forza Nuova, ma migliaia di cittadini che si sono recati a manifestare il 9 ottobre 2021 contro una misura varata dal governo. 

 

E da tempo c'è chi, nell'ambito dei processi che si sono svolti a seguito dei disordini verificatisi presso la sede della CGIL, denuncia la sparizione di prove che avrebbero potuto scagionare alcuni imputati. 

 

Quella di Fiore, infatti, non è un'affermazione isolata. Nicola Franzoni, il leader dei No Vax condannato a sei anni di reclusione sempre per i fatti relativi all'assalto della CGIL, ha presentato ricorso in appello. E la difesa ha denunciato appunto l'occultamento di prove a discarico, sostenendo la nullità del processo. 

 

Il nuovo difensore, l'avv. Vincenzo Di Nanna, lo scorso 24 giugno ha ottenuto l'assoluzione nel processo parallelo celebrato dinanzi alla II sezione penale del Tribunale di Roma per “non aver commesso il fatto” di Patrizio Di Cursi, anche lui accusato di concorso nel delitto di devastazione e saccheggio nella sede del sindacato ma giudicato separatamente.

 

“Dove sono finiti i filmati effettuati dai carabinieri all'interno della sede della CGIL durante il cosiddetto assalto?”, è la domanda che pone l'avv. Di Nanna, spiegando che si tratta di “prove a discarico decisive, neppure menzionate nell'annotazione di servizio redatta il 12 ottobre 2021 dai carabinieri del nucleo informativo di Roma, documento in cui è omesso ogni riferimento alle indagini pur effettuate dai militari. Filmati scomparsi perfino dalla memoria del telefono con il quale sono stati realizzati, in base a quanto ammesso nel corso della sua deposizione resa nel parallelo processo, a carico del Di Cursi, dal carabiniere che li ha girati”.

 

Le immagini sono state individuate dalla difesa mediante l'esame tecnico delle riprese delle telecamere interne della sede della CGIL: “Lo stesso militare”, spiega Di Nanna, “dopo aver fermato (ma non identificato) la persona che dall'interno ha aperto il portone d'ingresso del sindacato ai manifestanti, ha poi ripreso il segretario di Forza Nuova Roberto Fiore che procedeva lungo il corridoio del sindacato. 

 

Quest'ultimo” – che nei giorni scorsi ha visto confermata in appello, come vedevamo, la severa condanna ricevuta in primo grado – “nota un soggetto intento a spaccare dei quadri appesi lungo il corridoio e gli intima già da lontano di fermarsi ma, poiché l'uomo non desiste, lo prende per un braccio e lo accompagna verso l'uscita. Giunti quasi alla fine del corridoio, l'uomo prova a strappare da una bacheca un poster e Fiore nuovamente lo tira via.

 

 Il carabiniere, come inequivocabilmente provato dalla visione dei filmati delle telecamere interne, riprende tutta la scena: un filmato che conteneva certamente decisive prove a discarico purtroppo scomparse e che, stando all'annotazione di servizio del 12 ottobre 2021, che menziona solo due filmati effettuati 'davanti alla sede della CGIL', non risulta neppure sia stato trasmesso alla Procura”.

 

La difesa ora domanda per quale ragione questi filmati siano scomparsi: un interrogativo “a dir poco inquietante”, secondo Di Nanna, “perché sembra essere sparita proprio quella ripresa audiovisiva che avrebbe potuto scagionare Roberto Fiore”.

 

In base alla ricostruzione dell'avvocato Franzoni, durante la manifestazione, ha tenuto sempre una condotta corretta e rispettosa della legge: non entrò mai nella sede della CGIL e si recò in prossimità dell'ingresso solo una ventina di minuti dopo i fatti. Il difensore, escludendo quindi ogni contributo materiale alla realizzazione del reato, respinge parimenti l'ipotesi di un contributo di tipo morale, “erroneamente affermato dal Tribunale con grave travisamento del fatto, nel momento in cui è stata messa in bocca all'imputato una frase mai pronunciata durante il comizio in piazza. 

 

Alle ore 15.00 il Franzoni prendeva la parola e dichiarava: 'Ci prenderemo la città', si legge nella sentenza appellata. L'accusato invece, riferendosi all'eccezionale partecipazione popolare e quindi alla buona riuscita della manifestazione, come inequivocabilmente provato dall'ascolto della registrazione audiovisiva acquisita in atti, ha detto: 'Siamo a Roma e l'abbiamo presa.' Una mera constatazione, alla quale non può seriamente attribuirsi alcuna valenza istigatoria”.

 

A quanto si legge nel ricorso d'appello, Franzoni è  venuto a sapere per la prima volta dell'esistenza di prove a discarico che non sono state esibite durante il processo leggendo un articolo su L'Unità dello scorso 2 giugno, dal titolo Assalto alla CGIL, spariti i filmati degli agenti infiltrati: il giallo dei militari nella sede del sindacato, che riportava la denuncia della difesa di Di Cursi durante il processo relativo ai  fatti del 9 ottobre 2021 circa l'assenza nei fascicoli delle riprese dei militari presenti all'interno della sede del sindacato.

 

Il quotidiano sintetizzava così quanto rappresentato dal legale: “Filmati spariti, annotazioni mai depositate, carabinieri in borghese nella sede della CGIL e prove che avrebbero potuto scagionare alcuni imputati. E, soprattutto, una domanda ancora senza risposta: chi ha agevolato l’irruzione dei manifestanti aprendo dall’interno il portone d’ingresso?”.

 

Violazioni del diritto di difesa, sosteneva già allora Di Nanna, che come riportava il quotidiano che era diretto da Sansonetti ricordava che la presenza di uomini delle forze dell'ordine nella sede del sindacato era stata inizialmente negata dal ministro dell'Interno Luciana Lamorgese, ed era emersa poi in fase di dibattimento. Le videoregistrazioni, come spiega l'articolo, non sono mai comparse nei fascicoli processuali, pur essendo secondo la difesa “prove decisive”. 

 

L'inchiesta de L'Unità ricordava inoltre l'esito della perizia del 2023 sulle telecamere interne, di cui già il giornale si era occupato, che aveva rivelato l'incontro tra l'ignoto “W1” e “un carabiniere, giudicato 'compatibile con una reciproca identificazione tra appartenenti alle Forze dell’Ordine'”. In seguito alla lettura dell'articolo, Franzoni ha nominato difensore Di Nanna, che nel ricorso sottolinea come il suo assistito sia venuto a conoscenza della scomparsa delle prove a discarico solo dopo la sentenza di condanna, e come nel processo di primo grado sia stato inserito nella lista testi dell'accusa il militare che effettuò le riprese all'esterno, ma non quello che realizzò i filmati all'interno. 

 

Una circostanza che definisce incredibile, aggiungendo che il carabiniere è stato poi interrogato dall'accusa in merito a un'annotazione di servizio redatta il 17 novembre 2021, a una distanza notevole dai fatti, mentre nessuna rilevanza è stata data all'annotazione del 12 ottobre che “era nella piena disponibilità del Pubblico Ministero, ma non certo dell’accusato e del suo difensore. Quest’ultimo, pertanto, all’oscuro dell’attività d’indagine svolta dalla stessa pattuglia dell’Arma, persino all’interno della sede della CGIL durante il cosiddetto assalto, non ha potuto formulare domande sul punto e neppure chiedere l’esame degli altri militari presenti (...) Una grave omissione che ha fuorviato il giudizio del Tribunale e inficiato l’intero processo, con irreparabile compromissione del diritto alla difesa dell’imputato”.

 

La domanda che pone Vincenzo Di Nanna è la seguente: chi aveva interesse a negare la presenza dei carabinieri nella sede della CGIL, e a quale scopo? Pur non potendo dare una risposta, vede nell'intera vicenda una logica tipica della ragion di Stato, alla quale parrebbe rispondere più che a quella del diritto e a cui “sembra ispirarsi la negazione e la ritrattazione, persino contro l'evidenza documentale rappresentata da ben quattro annotazioni di servizio redatte dalla DIGOS di Roma poche ore dopo i fatti del 9 ottobre, dell'autorizzazione concessa ai manifestanti per lo svolgimento di un corteo da piazza del Popolo sino alla sede della CGIL”.

 

Valutazioni, queste, che conducono l'avvocato a un altro interrogativo: “Quale interesse politico ha sorretto la narrazione sinora propagandata del cosiddetto 'assalto squadrista e fasciata alla CGIL'? La risposta è sin troppo agevole: bisognava criminalizzazione il dissenso di chi si opponeva a quella che definiva dal suo punto di vista dittatura sanitaria. Il messaggio propagandato in maniera martellante dai media era (e ancor rimane) lo stesso: chi si è opposto alla cosiddetta dittatura sanitaria e, nel caso specifico, al meccanismo ritenuto estorsivo denominato 'green pass', doveva esser etichettato o come un ignorante No Vax, o un pericoloso fascista. Ragion di Stato versus Stato di diritto?”.

 

Ed è proprio la prevaricazione della ragion di Stato sullo Stato di diritto che la difesa ritiene essere la chiave di lettura dei fatti, arrivando a ipotizzare che, nel processo, le forze dell'ordine possano aver ricevuto forti pressioni politiche, che le avrebbero spinte a ritrattare quanto scritto in annotazioni di servizio redatte subito dopo i fatti. Uno stesso contenuto, si legge nel ricorso, ripetuto in quattro annotazioni consecutive del 10 ottobre: Attesa l'insistente richiesta di effettuare un corteo da parte di numerosissimi manifestanti attestati nella citata piazza, è stato loro permesso di effettuare un percorso dinamico verso la sede della CGIL, ciò al fine di ottenere un incontro con un rappresentante della suindicata sigla sindacale.

 

Dalle parole riportate si evince con chiarezza l'esistenza di un permesso che era stato concesso ai manifestanti per raggiungere in corteo la sede della CGIL, deduce il difensore che commenta: “È una verità scomoda e politicamente imbarazzante per il governo Draghi e, ancora di più, per il ministro Lamorgese, una verità prima 'rimossa' dallo stesso ministro nel corso del suo intervento in Parlamento e poi ritrattata, per la prima volta, nel processo principale.

 

“Neppure la fervida fantasia dello scrittore Orwell”, prosegue Di Nanna, “avrebbe mai potuto concepire l'impareggiabile sforzo di fantasia, giunto sino al punto di provare a giustificare l'azione evidente di uno degli agenti presenti come volta a testare la resistenza al ribaltamento laterale di un blindato della polizia preso d'assalto dai manifestanti: 'In realtà quell'operatore stava verificando anche la forza ondulatoria scaricata sul mezzo…’”.

 

La Lamorgese respingeva con fermezza l'ipotesi di un disegno politico dietro l'accaduto e il retroscena in base al quale in piazza fossero presenti agenti infiltrati, ribadendo che i manifestanti si erano mossi in corteo senza alcuna autorizzazione. La presenza di infiltrati tuttavia, ricorda l'avvocato, è stata documentata nel processo celebrato dinanzi alla II sezione penale del Tribunale di Roma, mentre l'autorizzazione al corteo sottolinea che è sparita nonostante fosse stata menzionata in un atto pubblico sottoscritto per quattro volte di seguito. L'obiettivo del corteo, peraltro, in base al documento era quello d'incontrare un rappresentante sindacale, e non quindi quello di assaltare la sede.

 

Assalto durante il quale si verifica una circostanza definita nel ricorso a dir poco inquietante: mentre “ignoto W1” e il militare che ha effettuato le riprese – e in base alla perizia si sarebbe reciprocamente identificato col suo misterioso interlocutore – parlano, a pochi metri da loro la telecamera riprende in corridoio un altro imputato intento a spaccare dei quadri che aveva staccato dalle pareti. Il militare riprende, ma non interviene, a quanto rappresentato nel ricorso, in cui il difensore si domanda perché non abbia ingiunto “di cessare l'attività di danneggiamento commessa dinanzi ai suoi occhi” all'autore di tali danni, fermato poi da Fiore, “come dimostra la visione del filmato ripreso dalla stessa telecamera”, il quale nel corso del suo esame racconterà di aver detto: “Non famo reati!”.

 

Un'affermazione determinante per la sua difesa, che potrebbe essere stata registrata dal telefonino del militare: questi, “come inequivocabilmente documentano le telecamere interne, in quel frangente si trovava alle spalle del Fiore. È, a tal fine, utile ricordare che (...) il soggetto cosiddetto 'ignoto W1' prima d’eseguire il gesto di apertura della giacca (…) – tipico di chi esibisce un distintivo – aveva eseguito lo stesso gesto dinanzi al Fiore, scambiandolo forse per un funzionario di polizia”, un equivoco in cui potrebbe essere caduto anche il danneggiatore fermato dal segretario di Forza Nuova intervenuto “per impedire la commissione dei danneggiamenti, collaborando semmai per il ripristino dell’ordine pubblico”.

 

La difesa ritiene che la narrazione mediatica, anziché concentrarsi sull'accaduto, abbia alterato i fatti fino a trasformare le azioni di un piccolo gruppo di facinorosi in una pericolosa sommossa, benché sia stato tale piccolo gruppo ad assaltare, mentre tutti gli altri manifestanti si limitavano a scandire slogan, il portone del sindacato poi aperto dall'interno da “W1”, fermato, ma non identificato. dal carabiniere.

 

Per quanto riguarda le motivazioni politiche alla base della protesta, l'avvocato sottolinea che “l'impostazione del 'passaporto' vaccinale, inoltre, è stata sin dall'inizio basata su quello che va r ritenuto un falso (a dir poco) grossolano e cioè che la vaccinazione offrisse protezione contro il contagio. Una sciocchezza mai affermata neppure dalle case farmaceutiche produttrici e ufficialmente smentita dall'OMS, con dichiarazione resa dalla portavoce Margaret Harris, nel corso di una conferenza stampa tenutasi il 6 aprile 2021 a Ginevra, nel corso della quale ha reso noto che l'Organizzazione Mondiale della Sanità non sosteneva la richiesta di 'passaporti per la vaccinazione' per i viaggi, a causa dell'incertezza sul fatto che l'inoculazione prevenisse la trasmissione del virus, oltre a preoccupazioni di equità”.

 

Nella dichiarazione pubblicata dall'agenzia Reuters si legge infatti: “L'Organizzazione Mondiale della Sanità non sostiene l'obbligo di passaporti vaccinali per viaggiare a causa dell'incertezza riguardo al fatto che l'inoculazione prevenga la trasmissione del virus, oltre a preoccupazioni legate all'equità, ha detto una portavoce martedì. 'Noi come OMS stiamo dicendo in questa fase che non vorremmo vedere il passaporto vaccinale come requisito per l'ingresso o l'uscita perché non siamo certi in questa fase che il vaccino prevenga la trasmissione', ha detto la portavoce dell'OMS Margaret Harris. 'Ci sono tutte queste altre questioni da considerare, al di là della questione di discriminazione contro le persone che non sono in grado di avere il vaccino per un motivo o per un altro'” (traduzione nostra).

 

Il difensore di Franzoni sottolinea infine che queste parole, pronunciate appena cinque giorni dopo l'entrata in vigore del primo decreto che imponeva l'obbligo vaccinale, smentivano clamorosamente il presupposto stesso su cui il governo aveva fondato tale obbligo e le misure relative, a partire dallo stesso green pass.

 

Questo, in sintesi, il quadro delineato dalla difesa di Franzoni, che solleva forti dubbi sulla narrazione dell'assalto “squadrista e fascista” e lascia aperti interrogativi ai quali non è questa la sede per cercare una risposta e sarà possibile valutare nella loro delicata complessità solo al termine del procedimento. 

 

Tuttavia lascia perplessi fin d'ora osservare come una simile analisi, frutto non di congetture, bensì dell'attento e scrupoloso esame di filmati e documenti, non sia stata oggetto di approfondimento da parte di tutte quelle testate che hanno dato invece il massimo risalto ai fatti del 9 ottobre 2021 inserendoli nella chiave interpretativa della violenza organizzata di matrice eversiva.

 

(foto di Mauro Scrobogna/LaPresse)

 

 


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