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22/11/17 ore

Ebola, l’ennesima piaga d’Africa


  • Francesca Pisano

Un piano da 100 milioni di dollari è stato annunciato nei giorni scorsi dall’Organizzazione Mondiale della Sanità e dai leader delle nazioni dell’Africa occidentale, per impiegare più esperti e risorse nell’affrontare il virus Ebola che dallo scorso marzo si è diffuso in Guinea, Liberia, Sierra Leone e Nigeria. Questi fondi si aggiungono ai 3,9 milioni di euro che la Commissione europea ha deciso di stanziare per portare avanti la lotta contro la malattia.

 

L’ampia diffusione del virus è stata veicolata in tutta l’area dai fragili sistemi sanitari oltre che da diverse incapacità nel gestire l’emergenza. Secondo alcuni esperti, la risposta per contrastare l’epidemia è stata inadeguata a livello nazionale e internazionale e ciò ha permesso che da un focolaio locale si sia sviluppata una minaccia internazionale.

 

Il virus ha determinato finora la morte di 729 persone, tra queste anche i migliori medici della Liberia e della Sierra Leone, Paesi tra i più provati. Secondo Lansana Gberie, uno storico originario proprio della Sierra Leone, “tutta la situazione è stata gestita in maniera molto incompetente (…)Se il governo avesse messo in quarantena questa zona", nel nord-est remoto, da dove è partita l’epidemia, "avrebbero potuto contenerla. Invece hanno aperto un centro di trattamento a Kenema, un importante area popolata”.

 

L’incubazione del virus può andare dai due ai ventuno giorni e sono sintomi della malattia forti mal di testa, febbre, dolori al petto, vomito. Provoca agitazione, depressione, confusione e può degenerare nel coma. Attacca anche il sistema circolatorio, attraverso coaguli di sangue che innescano un processo da cui possono derivare emorragie interne ed esterne.

 

L’epidemia in corso è stata fatale per il 60 per cento dei casi secondo i dati riportati dal New York Times. Ciò che la determina è il contatto con i fluidi corporei di una persona infetta. Tuttavia il livello di mortalità per questo ceppo del virus può arrivare fino al 90 per cento, anche se “una diagnosi precoce e una rapida attuazione del protocollo terapeutico aumentano le possibilità di sopravvivenza”, ha dichiarato Margaret Chan, direttore generale dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (WHO).

 

Ebola infatti non può essere arginato con vaccini, né esistono specifici trattamenti da poter applicare, ma l’unico modo per fermare il focolaio è isolare il virus evitando il più possibile il contatto fra le persone infette, bloccando il contagio fino a farlo cessare. Ciò tuttavia non deve far nascere psicosi ulteriormente dannose. Come dichiarato al Times dal direttore della London School di Igiene e medicina tropicale, Peter Piot:” È improbabile che si scateni un’epidemia al di fuori dei Paesi già colpiti”. Perché l’infezione venga trasmessa serve un contatto molto ravvicinato, non basta essere seduti in metropolitana accanto a un passeggero malato.

 

Ma nei Paesi dell’Africa occidentale colpiti sussiste un alto rischio di contagio, in quanto fra i fattori determinanti vi è la povertà largamente diffusa. I capi di Stato di Guinea e Liberia stanno adottando misure sempre più stringenti, al fine di arrestare l’avanzata dell’epidemia: sono state chiuse scuole, sevizi pubblici; nelle zone di frontiera è stato vietato il commercio, negli aeroporti sono stati introdotti livelli di sorveglianza molto elevati.

 

L’Organizzazione mondiale della sanità, tuttavia, non ha imposto la chiusura di frontiere, né limitazioni nei viaggi, pure se sono in aumento ovunque i controlli praticati al fine di evitare un’epidemia globale. Rispetto all’Italia, la Società italiana di Malattie infettive e tropicali (Simit) ritiene che sia “improbabile” una diffusione della malattia qui. Ciò perché, come riporta Ansa, il virus deriva da animali che vivono in aree prossime alla foresta e quindi non in zone metropolitane, tanto meno vicine agli aeroporti, sostengono gli esperti.

 

Inoltre, il timore, in questo periodo non troppo latente, da parte di chi considera che i migranti possano veicolare il contagio, è fugato dal fatto che viaggi “estenuanti” non potrebbero essere portati a termine da un malato di Ebola, i cui sintomi gli impedirebbero di spostarsi dal letto e, figurarsi, di attraversare il Nord Africa per imbarcarsi verso l’Europa.

 

Inoltre, diversamente da altri Paesi europei, non esistono collegamenti aerei diretti fra l’Italia e i Paesi in cui si è diffuso il virus e, in ogni caso, secondo quanto dichiarato dall’epidemiologo Giuseppe Ippolito - direttore scientifico dell’Istituto nazionale per le malattie infettive «Lazzaro Spallanzani» di Roma - esiste un protocollo sin dal 1995, che le autorità aeroportuali sanno come applicare, nel caso in cui si trovino davanti a persone appena sbarcate con sintomi sospetti.


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