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23/10/19 ore

Oscar 2014, l'Italia prova a sedurre con 'La grande bellezza'


  • Florence Ursino

Lui è un giornalista (ma magari nella sua vita precedente era solo un fascinoso paparazzo) smarrito nella lussureggiante mondanità di una Roma impigliata nelle liane di un passato che non c'è più e di un presente corrotto e decadente.

 

Non è più dolce la vita, per Paolo Sorrentino, ma la speranza è l'ultima a morire e “La grande bellezza” italica fa ancora gola (assieme a pizze, mandolini e padrini in pensione) al di là dell'oceano, dove il film del regista napoletano approderà per rappresentare il cinema nostrano agli Oscar 2013.

 

Non che sia poi una grande sorpresa la scelta effettuata dalla Commissione istituita dall'Anica (e composta da Nicola Borrelli, Martha Capello, Liliana Cavani, Tilde Corsi, Caterina D'Amico, Piera Detassis, Andrea Occhipinti e Giulio Scarpati) considerando che l'opera di Sorrentino ha avuto la meglio su titoli dall'impatto 'mediatico' alquanto debole e dalla distribuzione tutt'altro che massiccia.

 

Si parla di due debutti registici, quello di Valeria Golino con il suo 'Miele' e di Alessandro Gassman con 'Razza Bastarda', un'opera prima, il (bellissimo) 'Salvo' di Antonio Piazza e Fabio Grassadonia, il (non indimenticabile) 'Viaggio sola' della figlia e sorella d'arte Maria Sole Tognazzi, il delicato (e sottovalutato nella sua semplicità) 'Viva la libertà' di Roberto Andò (anche qui l'ultimo degli immortali, Tony Servillo) e infine il (eufemisticamente) poco noto 'Midway tra la vita e la morte', un thriller horror del (eufemisticamente) poco noto regista catanese John Real (nato Giovanni Marzagalli).

 

Una sestina non proprio 'da Oscar', verrebbe da dire, con un cavallo vincente pressocchè scontato: 'La grande bellezza' entra così nella rosa dei 'magnifici cinque' chiamati a contendersi il titolo di Miglior Film Straniero, a distanza di 8 anni da 'La bestia nel cuore' di Cristina Comenincini (nomination nel 2006) e di quasi 15 anni da quel 'Robertooo' urlato da Sofia Loren nel consegnare l'ambita statuetta a Roberto Benigni per la sua 'La vita è bella'.

 

Forse, effettivamente, ogni tot anni riprovarci a venderlo quel fascino che il mondo ci invidia(va) non è una cattiva idea: “Nei titoli finali de 'La grande bellezza' – scrive infatti il New York Times – la telecamera scivola su una barca lungo il Tevere verde marrone. Non c'è musica, solo il gracchiare degli uccelli. Il tempo si ferma e tutto è bello, come solo l'Italia può essere”. Almeno al cinema.

 

 


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