Informativa

Questo sito o gli strumenti terzi da questo utilizzati si avvalgono di cookie necessari al funzionamento ed utili alle finalità illustrate nella cookie policy. Se vuoi saperne di più o negare il consenso a tutti o ad alcuni cookie, consulta la cookie policy.
Chiudendo questo banner, scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all'uso dei cookie.

24/05/24 ore

La zona d'interesse, di Jonathan Glazer. Tratto dal romanzo di Martin Amis


  • Giovanna D'Arbitrio

Premiato al festival di Cannes 2023, La zona d'interesse, film scritto e diretto da Jonathan Glazer; nonché tratto dal romanzo omonimo di Martin Amis, ha ottenuto 5 candidature a Premi Oscar, 3 a Golden Globes, 9 ai BAFTA, 5 agli European Film Awards ed altri riconoscimenti.

 

Il romanzo di Martin AmisLa zona d’Interesse” (Ed Einaudi 2015) viene così presentato: ”Il libro narra la storia d’amore non ricambiato di Angelus Thorsen, detto Golo, per la procace Hanna Doll. Lui è il nipote del gerarca nazista Martin Bormann, lei la moglie del sadico comandante del campo Paul Doll, e il luogo del loro incontro è Auschwitz. Tre punti di vista – quello di Golo, raccomandato di ferro e gigolo impenitente, del comandante Doll, vittimista e delirante, e di Szmul, il capo dei Sonderkommando – s’intrecciano nella «zona d’interesse» del Kat Zet, il campo di Auschwitz, dove gli orrori del lager arrivano filtrati dal tran tran della burocrazia. La storia che le tre voci restituiscono è fatta di omuncoli grotteschi, tragedie ovattate, qualche ambiguo eroismo e un amore impossibile, quello di Golo per l’irraggiungibile Hanna Doll. Martin Amis dà un’altra prova di grande verve linguistica, ma anche del solito gusto per la provocazione, calando la sua commedia romantica nel piú inospitale degli scenari, e usando la lente della satira per denunciare i crimini contro l’umanità. Dal rifiuto sia di Gallimard in Francia sia di Hanser in Germania di pubblicare il romanzo, ai riconoscimenti di critica in Inghilterra come in America, La zona d’interesse ha avviato un dibattito destinato a proseguire.”

 

Il film descrive la famiglia Höss che abita in una bella casa in campagna in riva ad un fiume e conduce una tranquilla vita quotidiana: i bambini giocano, vanno in bici, mentre la madre Hedwig (Sandra Hüller) prende il tè con amiche serenamente, come se dietro al loro giardino non ci fossero i forni crematori del campo Auschwitz di cui Rudolf Höss (Christian Friedel) è direttore: l'orrore dell'Olocausto, insomma, è oltre il muro, e di esso ci sono tracce solo nei denti d'oro con cui giocano i figli, nei rumori sinistri, e nelle nuvole di cenere che s’innalzano nell’aria. E tra queste due dimensioni contrastanti, si intrecciano anche storie di coraggio e perfino storie d’amore. 

 

Il regista sembra voler riportarci al presente in cui spesso la nostra vita sembra svolgersi in una bolla protettiva, la nostra zona di interesse (Interessengebiet) quasi a voler negare gli orrori che avvengono al di fuori di essa, qualcosa che ci induce a freddezza e il distacco di fronte ai drammi del mondo.

 

“Abbiamo letto il romanzo10 anni fa e decidemmo che avremmo girato un film sull'Olocausto: ma come raccontarlo? Come fare qualcosa di “diverso"? - ha affermato il regista in un’intervista - L'Olocausto era sempre stato raccontato attraverso l'occhio delle vittime e il loro spirito di resistenza. Qui c'era chi il Male lo faceva, raccontato nel suo "nido". Era terribile...il personaggio di Amis era immaginario ma ispirato a Rudolf Hoss, il comandante di Auschwitz. E allora mi sono concentrato su di lui, la sua famiglia, la sua casa...Come fa un film ambientato nel 1943 a parlare a noi e di noi ? Questo ci siamo chiesti. La risposta è stata concentrarci su qualcosa di primordiale, non "databile": la violenza insita nell'uomo, la capacità di fare il Male che è dentro di noi. Non furono "anomalie", ma persone normali che si trasformarono progressivamente in assassini di massa. Completamente dissociati dai loro crimini che per loro non erano tali. Perché? Questa è la domanda da farsi oggi. È questo l'orrore. La filosofa Gillian Rose parla del rischio della "sacralizzazione dell'Olocausto": il Male disceso dal cielo che ha colpito il popolo ebreo. Noi volevamo creare una specie di specchio, in cui possiamo ritrovare noi stessi… E non abbiamo girato in uno studio, ma a 50 metri dalle mura di Auschwitz… Ognuno di noi dovrebbe pensare che può diventare un carnefice. Chi decidiamo di amare e chi decidiamo di odiare. 

 

Il film comincia e finisce con uno schermo nero: non vediamo nulla, c'è solo la musica. Il film, dal punto di vista della scenografia, doveva essere realistico. Però sotto, dietro, intorno a quelle immagini così ‘vere’ doveva esserci altro. La musica serve a questo. A creare un effetto teatrale ed espressionista, ‘anti realistico’. Poi ho aggiunto quello schermo nero, per creare ancora più separazione tra il realismo delle immagini e la sensazione che volevo lasciare. Anche lo schermo nero è un'immagine: quella iniziale dice che oltre a quello che vedi c'è quello che senti. Anzi che quello che senti precede ciò che vedi: l'orecchio viene prima dell'occhio, è più importante. Oltre alla musica ci sono i rumori, i suoni: il sound design in questo film è fondamentale...Io non volevo mettere in scena l'Olocausto. La mia è una interpretazione e il suono "dipinge" l'Olocausto al posto delle immagini. Fa entrare nella nostra mente ciò che non vediamo. Il suono è l'orrore: la contrapposizione tra i rumori del lager e quelli della casa. ..

 

Siamo nel 21mo secolo e il filosofo tedesco Gunther Anders dice che l'Olocausto non è finito nel 1945, ma continua in altri modi. Tutto il film ci dice che non stiamo parlando di un episodio storico remoto, ma della violenza insita in noi. Della nostra complicità, parallela alla nostra dissociazione dagli orrori del mondo. Il nostro dire "l'hanno fatto altri" per proteggere i nostri desideri, la nostra sicurezza, i nostri lussi. Noi. Se continuiamo a pensare che questo sia successo 80 anni fa... Se continuiamo a pensare a noi solo come possibili vittime e non come possibili carnefici come gli Hoss, non cambieremo mai”.

 

Senza dubbio un film che fa riflettere, supportato da un buon cast includente Sandra Hüller, Christian Friedel, Ralph Herforth, Max Beck, Stephanie Petrowitz, Marie Rosa Tietjen, Lilli Falk, Wolfgang Lampl. Notevoli lafotografia di Lukasz Zai, il montaggio di Paul Watts, le musiche di Mica levi.

 

Jonathan Glazier, regista britannico, noto anche in campo musicale e autore di video clip, ha al suo attivo film, comeSexy Beast - L'ultimo colpo della bestia(2000), Birth - Io sono Sean (2004), Under the Skin (2013)

 

Ecco il trailer (da Coming Soon).

 

 


Aggiungi commento